Pianura emiliana. Correggio. Dicembre 1939. Una donna entra nella casa di un’amica convinta di avere finalmente trovato la felicità. Non sa che quella porta si sta chiudendo sulla sua vita. E che il suo corpo diventerà parte di uno dei più raccapriccianti delitti della storia italiana.
Nota editoriale – Il racconto è una ricostruzione letteraria in prima persona ispirata alla vicenda reale di Ermelinda Faustina Setti, prima vittima di Leonarda Cianciulli. Pensieri, dialoghi, sensazioni e descrizioni dell’aggressione sono immaginati. I fatti storici sono invece ricavati dalle fonti indicate in calce.
Mi aveva promesso la felicità
Mi chiamo Faustina Setti. Ho trascorso settantatré anni aspettando qualcosa che forse non sarebbe mai arrivato. Un uomo da amare, una casa nella quale non sentirmi sola, qualcuno che la sera mi domandasse semplicemente come fosse andata la giornata.
Poi è arrivata Leonarda. Mi ha parlato di un vedovo benestante, di un matrimonio, di una nuova vita a Pola. Mi ha assicurato che non era troppo tardi per essere felice e che, soprattutto, dovevo mantenere il segreto. La gente è invidiosa, diceva, e le cose belle bisogna proteggerle.
Le ho creduto. Transeat, diceva mio nonno, ma quando si desidera disperatamente qualcosa, anche la prudenza finisce per sembrare un’inutile cattiveria.
Questa mattina sono entrata in casa sua per ricevere le ultime istruzioni. Non sapevo che sarebbe stata l’ultima casa nella quale avrei messo piede.
La cucina, il sorriso e quel rumore alle spalle
Leonarda mi accoglie con la consueta cordialità. Mi invita ad accomodarmi, parla del viaggio, mi rassicura. Nella cucina c’è un grande pentolone, ma non ci faccio caso. È una casa come tante, abitata da una donna che conosco e della quale mi fido.
Mi chiede ancora una volta se qualcuno sappia della mia partenza. Le rispondo di no. Sorride.
Vorrei domandarle qualcosa del mio futuro marito, sapere se sarà gentile, se avrà pazienza con una donna che non è più giovane. Ma Leonarda si è spostata alle mie spalle.
Sento un fruscio, poi un colpo.
Dio mio, Leonarda, che cosa mi hai fatto?
All’inizio non comprendo. Un rumore terribile mi esplode nella testa, seguito da un dolore così violento da cancellare ogni pensiero. È come se una fiamma mi attraversasse il cranio mentre qualcosa di gelido mi stringe il petto.
Cerco di voltarmi. Non ci riesco. Il mio corpo non risponde, non mi appartiene più.
La stanza oscilla. Il tavolo si allontana, oppure sono io che sto cadendo. Porto istintivamente una mano alla testa e sento qualcosa di caldo scorrermi tra le dita.
Sangue, il mio sangue. Molto, scorre. «Leonarda… aiutami…aiutami»
La voce è un soffio. Vorrei che mi sorreggesse, che chiamasse un medico, che mi dicesse che è successo un incidente.
Poi la vedo, ha un’ascia tra le mani e un sorriso sul volto. E in quell’istante capisco. Non è stato un incidente, non è successo qualcosa di terribile. Qualcuno ha voluto che succedesse. Lei, la mia amica.
Vorrei fuggire, ma le gambe non mi sostengono. Il pavimento mi viene incontro e sento il freddo delle mattonelle contro il viso. Ho paura. Una paura che non conoscevo, più forte del dolore, più forte della vergogna di essere stata ingannata.
Non voglio morire, Dio mio, non voglio morire. Non sono pronta, ti prego.
Penso al matrimonio che non celebrerò, alla città che non vedrò, a tutte le mattine che credevo mi aspettassero.
Cerco di muovere una mano, forse posso ancora raggiungere la porta, forse qualcuno mi sentirà. Forse Leonarda si fermerà.
Ma la luce si fa lontana. I rumori diventano ovattati, il dolore sembra scivolare via insieme alle ultime forze. Adesso so che sto morendo. E la cosa più terribile è che vorrei ancora vivere. Poi arriva il buio. Quello che nessuna luce avrà la forza di scacciare.
Credevo che la morte fosse la fine
Mi sbagliavo. Perché Leonarda non aveva ancora finito con me. Quello che accadde dopo non potei vederlo. Sarebbe stata lei stessa, attraverso le confessioni, a raccontare come aveva distrutto il mio corpo.
Parlò di un’ascia, di un recipiente, di soda caustica e di resti umani dissolti in una massa scura. Raccontò persino di aver utilizzato il sangue per preparare dolci destinati ai suoi ospiti.
Non tutto ciò che dichiarò poté essere verificato materialmente. Ma gli omicidi, la distruzione dei cadaveri e la sottrazione dei beni delle vittime furono al centro dell’accertamento giudiziario.
Io ero stata la prima. Dopo di me arrivò Francesca Soavi, attirata dalla promessa di un lavoro. Poi Virginia Cacioppo, un’ex cantante lirica alla quale Leonarda aveva prospettato un nuovo impiego.
Tre donne. Tre speranze. Tre morti.
E una donna che continuava a vivere tra persone ignare di ciò che era accaduto nella sua casa.
Il segreto della saponificatrice
Quando i sospetti sulle scomparse portarono gli investigatori a Leonarda, la verità cominciò a emergere. Lei parlò di una maledizione, della paura di perdere i figli e di sacrifici necessari a proteggerli. L’accusa individuò invece un movente economico, legato ai risparmi e ai beni delle donne assassinate.
Il 20 luglio 1946 la Corte d’assise di Reggio Emilia la condannò a trent’anni di reclusione, con un periodo di internamento psichiatrico. La Cassazione confermò la condanna nel 1948.
Leonarda Cianciulli sarebbe morta nel 1970.
Io non vidi il processo, non provai soddisfazione per la condanna. Non ascoltai la sentenza. Non potei raccontare ai giudici l’istante nel quale avevo compreso che la mia amica mi stava uccidendo, che stavo morendo.
Di me non rimase una tomba sulla quale qualcuno potesse deporre un fiore. Soltanto un nome, negli atti di un processo, e la storia di una donna che aveva creduto di poter essere ancora felice.
Mi aveva chiamata amica, io le avevo creduto. E quella fiducia fu l’ultima cosa che mi portò via.
Giulio Valerio Santini
Fonti e documentazione storica
La ricostruzione si basa principalmente sull’Atlante del crimine dell’Università di Milano-Bicocca, che documenta le tre vittime, le confessioni, il procedimento giudiziario e la sentenza, e sulla relativa scheda del processo Cianciulli.
La scena dell’omicidio, i dialoghi e la voce narrante dall’aldilà costituiscono un espediente letterario e non una testimonianza storica. Le fonti presentano alcune divergenze sull’età esatta di Faustina e sullo strumento utilizzato nel primo omicidio; per la narrazione è stata adottata la ricostruzione dell’ascia riportata dall’Atlante del crimine.

