Cosa l’intelligenza artificiale ci rivela della nostra psiche. Roi edizioni 2026
Lo specchio è, dopo tutto, un’utopia, poiché è un luogo senza luogo afferma Foucault a metà del Novecento. Noi, oggi, potremmo definire così l’intelligenza artificiale.
Esordisce con questa riflessione l’interessante saggio di Erica Francesca Poli, medico psichiatra e psicoterapeuta, dall’eclettica formazione.
In questo suo ultimo lavoro, offre un approccio personale e originale all’utilizzo dell’ intelligenza artificiale che invita a usare come specchio psichico e strumento di analisi.
L’intelligenza artificiale ci parla con il nostro linguaggio e noi possiamo dialogare con lei per conoscere meglio noi stessi. Fra linguaggio e inconscio esistono connessioni profonde. La psicoanalisi ha mostrato che l’inconscio si struttura come linguaggio …allora, l’interazione con sistemi linguistici artificiali introduce un dispositivo capace di restituire all’individuo una forma di riflessione del proprio discorso.
Scopo del lavoro e’ prendere coscienza di sé. Una ricerca che per Erica Francesca Poli è necessaria.
Specchio, specchio delle mie brame…
Erica Francesca Poli ci regala un excursus dello specchio fra storia, filosofia, mito e psicoanalisi per arrivare a guardare l’intelligenza artificiale come linguaggio che riflette la mente per confermare la tesi iniziale: l’intelligenza artificiale non inventa nulla di diverso da ciò che è chi la utilizza .
Questo lavoro della Dottoressa Poli è un viaggio fra il pensiero del passato e del presente, considerazioni dei grandi filosofi e degli uomini di scienza che hanno fatto la storia, riflessioni sull’uso dei social e dell’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale non è soltanto uno strumento: è una nuova ecologia cognitiva. Comprendere come essa influenzi la mente sarà una delle sfide più importanti della cultura contemporanea”
Che relazione esiste fra inconscio e intelligenza artificiale? Questa la domanda fulcro del libro. La Dottoressa Poli, risponde, pagina dopo pagina, fra studi scientifici ed esperienze.
Noi, come Alice ( in “ Alice attraverso lo specchio “) dobbiamo attraversare lo specchio, passare oltre la soglia, che ci somiglia ma ci disorienta, solo.. con consapevolezza.
Erica Francesca Poli è medico psichiatra, psicoterapeuta e psichiatra forense. Membro di numerose società scientifiche ( IEDTA, ISTDP Institute, OPIFER). Docente universitario e formatrice. Autrice di numerosi saggi. Fondatrice dell’ Accademia EFP e Scuola IGEA.
Il suo lavoro è un equilibrio fra scienza ufficiale e spiritualità. Due mondi spesso
contrastanti. Quando nasce il Suo desiderio di unirli?
In realtà, per me, scienza e spiritualità sono sempre state unite. Distinte, certamente, ma non separabili.
È un tema che affronto anche nei miei libri, da Anatomia della guarigione a Anatomia della coscienza quantica, fino a Le emozioni che curano. Oggi le neuroscienze affettive, gli studi sulla coscienza e la stessa fisica quantistica ci stanno mostrando quanto sia riduttivo pensare l’essere umano separando rigidamente materia e spirito, corpo e mente.
Forse anche per questo il mio percorso personale è stato importante: prima ancora della medicina sono arrivata alla danza, alla filosofia, all’archeologia. Gli antichi, così come gli artisti, avevano intuito che fisica e metafisica non sono due universi estranei, ma due dimensioni che dialogano continuamente.
Platone e Aristotele, in modi diversi, lo avevano già compreso. E pensatori contemporanei come Massimo Cacciari hanno ripreso questa domanda sul rapporto tra essere, verità e conoscenza. Oggi la ritroviamo, con linguaggi differenti, anche nel lavoro di studiosi come Robert Lanza e Federico Faggin.
Non penso dunque a una fusione indistinta tra scienza e spiritualità. Penso piuttosto a un dialogo: la scienza ci offre strumenti straordinari per indagare il reale, mentre la dimensione spirituale ci ricorda che il reale non si esaurisce necessariamente in ciò che possiamo misurare.
Lei parla sempre di presa di coscienza. La vede come punto di partenza o meta per l’uomo?
Entrambi. La presa di coscienza è contemporaneamente un punto di partenza e una meta.
È il punto di partenza perché senza consapevolezza non possiamo realmente trasformare ciò che viviamo. Ma è anche una meta, perché la vita può essere letta come un progressivo ampliamento della coscienza.
Jung ha costruito gran parte del suo pensiero proprio intorno a questo movimento: diventare ciò che siamo, integrare le parti di noi che non conosciamo, portare alla luce ciò che è rimasto nell’ombra. E penso naturalmente anche al mito della caverna di Platone: l’uomo può vivere a lungo scambiando le ombre per la realtà, finché non avviene qualcosa che lo costringe a voltarsi verso la luce.
È una metafora ancora straordinariamente attuale. Anche Cacciari e Severino, da prospettive diverse, ci hanno interrogato sul rapporto tra essere, verità e limite della nostra conoscenza. E persino Antonio Damasio, nel campo delle neuroscienze, ci mostra quanto la coscienza non sia un elemento accessorio dell’essere umano, ma qualcosa di profondamente radicato nella nostra esperienza corporea ed emotiva.
La presa di coscienza, quindi, non è semplicemente “sapere qualcosa in più”. È cambiare il modo in cui abitiamo la realtà.
Nel saggio riflette anche sul fatto che il bello, la verità e il bene fossero strettamente connessi per gli antichi. “La nuova Atlantide” di Bacone, che anticipa la nostra modernità, mostra invece efficienza senza bellezza. È molto triste pensarsi così, ma forse lo siamo e soprattutto non cerchiamo una bellezza autentica.
La bellezza, per me, è una chiave fondamentale. Potrei dire che è addirittura una forma di salute, la forma più profonda di salute e ben-essere.
Non è un caso che il greco kalós, da cui deriva il nostro “bello”, rimandi anche a ciò che è compiuto, armonico, riuscito. Per gli antichi il bello, il vero e il buono non erano ancora stati separati come spesso accade nella modernità.
James Hillman ha parlato della bellezza come di qualcosa a cui tende la natura stessa. E io penso che la bellezza abbia proprio questa funzione: ci richiama verso una forma più integra dell’esistenza.
La bellezza è il senso del metafisico nel fisico. È ciò che ci permette di percepire, attraverso una forma concreta, qualcosa che la trascende.
Questo vale anche nella cura. Una cura autentica non può essere soltanto efficienza, protocollo, eliminazione del sintomo. Quando in una persona si riattiva la bellezza della vita stessa, quando torna possibile desiderare, creare, amare, sentire un senso, allora qualcosa di profondo si rimette in movimento.
Forse la nostra epoca rischia davvero di essere molto efficiente e poco capace di riconoscere la bellezza. E il problema non è estetico: è antropologico. Se perdiamo il senso della bellezza, rischiamo di perdere anche la percezione di ciò che vale la pena di essere custodito.Per questo credo che oggi abbiamo bisogno non di una bellezza ornamentale, ma di una bellezza autentica: quella che nasce dall’integrità, dalla relazione e dal senso.
Quali letture ritiene imprescindibili per aprire la mente?
Non credo esista una sola biblioteca capace di aprire la mente. Credo piuttosto che sia
necessario attraversare linguaggi diversi: filosofia, mito, poesia, letteratura, scienza.
Partirei dai grandi classici. Platone, naturalmente, soprattutto La Repubblica e il mito della caverna e l’irrinunciabile Simposio; Aristotele, per la sua capacità di interrogare la natura e l’essere. Impossibile non leggere i tragici greci, perché nella tragedia troviamo ancora una straordinaria anatomia dell’anima umana.
Leggerei poi il mito: non come qualcosa di superato, ma come una forma antichissima di conoscenza. Omero, Esiodo, le Metamorfosi di Ovidio e le grandi tradizioni mitologiche ci parlano ancora perché danno forma a esperienze psichiche universali.
E poi la poesia. Dante, Shakespeare, Leopardi, Rilke, Holderlin… Perché spesso la poesia riesce ad arrivare là dove il linguaggio concettuale non riesce più ad arrivare. Il nostro umanesimo con Cusano, Pico della Mirandola e Marsilio Ficino. Sul versante filosofico, sicuramente Nietzsche, Jung e, per il pensiero contemporaneo, autori come Cacciari e Severino.
Non dimenticherei anche Weber, Husserl, Morin e Bateson. E accanto ai filosofi leggerei gli scienziati che oggi stanno mettendo in discussione un’immagine semplicistica dell’essere umano: Antonio Damasio per il rapporto tra corpo, emozioni e coscienza; neuroscienze affettive e studi contemporanei sulla coscienza per comprendere quanto siamo ancora lontani dall’aver esaurito il mistero dell’umano, e ancora Joseph Ledoux, David Eagleman, il nostro Tononi, Norman Doidge, Oliver Sacks.
Infine, consiglierei di non rinunciare alla letteratura. Dostoevskij, per esempio, è una vera e propria esplorazione della psiche, ma anche Flaubert, e il nostro Pirandello, solo per citarne alcuni. E poi, come donna, consiglierei di scoprire tesori nascosti che sono autrici femminili poderose e profondissime ma meno note: Maria Zambrano nella filosofia, Lou Andreas Salomè per la psicoanalisi, Candice Pert per la scienza corpo e mente, Mariangela Gualtieri e Chandra lIvia Candiani nella poesia, Clarice Lispector nella letteratura. Da psicoterapeuta non posso esimermi dal consigliare almeno una lettura di Jung, come Ricordi, sogni e riflessioni o L’uomo e i suoi simboli, e il libro splendido di Hillmann Il codice dell’anima, cosi come Il piccolo libro dell’ombra di Robert Bly. Bellissimi anche i libri di Irvine Yalom.
Se dovessi sintetizzare, direi: per aprire la mente bisogna imparare a non leggere soltanto ciò che conferma ciò che già pensiamo. Bisogna mettere in dialogo Platone e le neuroscienze, il mito e la fisica, Dante e la psicologia, la poesia e la medicina. È proprio nell’intersezione tra saperi apparentemente lontani che, spesso, si apre uno spazio nuovo di coscienza.
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