Dai vogatori di Oxford ai giocatori di rugby, fino alle grandi sfide outdoor: la ricerca scientifica mostra che affrontare lo sforzo insieme può cambiare la percezione del dolore, la prestazione e il senso di appartenenza. E forse aiuta a capire anche il successo di CrossFit e HYROX e non l’ultimo agli sport da combattimento
C’è un momento, durante uno sforzo fisico, in cui il corpo comincia a presentare il conto.
Il respiro si fa corto. Le gambe diventano pesanti. La testa comincia a cercare una scusa: basta così, rallenta, fermati.
Poi capita una cosa curiosa. Ti accorgi che accanto a te qualcuno sta continuando. E continui anche tu. Non perché improvvisamente sei diventato più forte. Semplicemente perché non sei più solo.
È una sensazione che chi ha praticato sport di squadra conosce bene. Ma per molto tempo l’abbiamo considerata soprattutto un’esperienza soggettiva, difficile da misurare. In realtà, negli ultimi anni, alcuni ricercatori hanno provato a mettere questa sensazione sotto osservazione.
E i risultati sono interessanti.
Non dimostrano che allenarsi insieme faccia miracoli. Non autorizzano nemmeno a raccontare la solita favola delle endorfine che risolvono tutto.
Dicono qualcosa di più semplice e, forse, di più importante: il modo in cui affrontiamo la fatica cambia quando la affrontiamo insieme ad altri.
Quando i vogatori fanno la differenza
Uno degli studi più citati su questo tema è del 2009. Un gruppo di ricercatori britannici osservò dodici vogatori d’élite dell’Oxford University Boat Club.
Gli atleti furono sottoposti a sessioni di 45 minuti di vogatore. In alcuni casi si allenavano da soli, in altri remavano insieme mantenendo un ritmo sincronizzato.
La quantità di lavoro era equivalente.
La differenza arrivava dopo.
I ricercatori misurarono la soglia del dolore attraverso un test con il manicotto dello sfigmomanometro. Dopo l’esercizio sincronizzato, l’aumento della soglia del dolore risultò significativamente maggiore: circa 11,04 mmHg nella condizione di gruppo contro 5,63 mmHg nella condizione individuale.
Il titolo dello studio era già abbastanza eloquente: “Rowers’ high”.
Attenzione però a una semplificazione che si legge spesso quando si parla di questa ricerca. Gli studiosi non hanno misurato direttamente le endorfine nel cervello. La soglia del dolore è stata utilizzata come indicatore indiretto della possibile attivazione dei meccanismi oppioidi endogeni.
Sembra una distinzione da specialisti.
Non lo è.
Perché la scienza seria è fatta anche di questi “forse”. E quando si parla di sport, dolore, cervello e benessere, trasformare un’ipotesi in una certezza è molto facile.
Il dato interessante rimane comunque.
La sincronizzazione del movimento sembrava modificare la risposta al dolore.
E qui comincia la parte che personalmente trovo più interessante.
Quei vogatori non stavano semplicemente facendo ginnastica contemporaneamente. Stavano facendo la stessa cosa, nello stesso momento, con lo stesso ritmo.
Una forma elementare di appartenenza.
Il rugby: quando il compagno entra in azione
Se il canottaggio sembra quasi l’esempio perfetto della sincronizzazione, il rugby introduce un elemento ancora più interessante: il legame sociale.
Nel 2015 un gruppo di ricercatori studiò 25 atleti dell’Oxford University Rugby Football Club. Gli sportivi furono sottoposti a tre condizioni: riscaldamento individuale, riscaldamento con un compagno senza sincronizzazione e riscaldamento sincronizzato.
Dopo il riscaldamento veniva effettuato un test individuale di resistenza anaerobica.
Il risultato più interessante arrivò dal confronto tra riscaldamento sincronizzato e non sincronizzato.
Dopo aver lavorato insieme seguendo lo stesso ritmo, gli atleti completarono il test mediamente in 252,52 secondi, contro 259,12 secondi nella condizione non sincronizzata.
Circa 6,6 secondi di differenza.
Statisticamente significativa.
Non stiamo parlando di un’enormità. Ma nello sport sei secondi possono essere tutt’altro che irrilevanti.
E c’è un’altra cosa da sottolineare: gli autori non trovarono differenze significative nella percezione dello sforzo, nella frequenza cardiaca massima o nell’umore.
Quindi non possiamo raccontare questa storia dicendo semplicemente: “si sono divertiti di più e sono andati più forte”.
La questione è più sottile.
Gli autori ipotizzarono che la sincronizzazione potesse funzionare come una sorta di “social placebo”, cioè come un segnale capace di rafforzare la percezione di sostegno e appartenenza. Ma anche in questo caso gli stessi ricercatori invitavano alla prudenza e alla necessità di ulteriori studi.
È proprio qui che, secondo me, bisogna fermarsi un momento.
Perché siamo abituati a pensare alla prestazione come a una faccenda individuale: talento, allenamento, disciplina, volontà.
Ma forse manca un pezzo.
A volte non corriamo più forte perché abbiamo più fiato.
Corriamo più forte perché sappiamo che qualcuno sta correndo con noi.
Poi la ricerca è uscita dal laboratorio
La terza ricerca porta il discorso ancora più lontano.
Nel 2023 è stato pubblicato uno studio sull’esperienza dei partecipanti al Ten Tors Challenge, una dura prova outdoor affrontata da squadre di adolescenti tra i 13 e i 19 anni.
In questo caso i ricercatori hanno coinvolto 226 ragazzi, osservandoli prima e dopo la competizione.
Qui non c’è un tapis roulant, non c’è un laboratorio e non c’è un test di pochi minuti.
Ci sono fatica, dolore, stanchezza, orientamento, difficoltà, imprevisti e soprattutto una squadra che deve arrivare insieme.
Dopo la prova il benessere psicologico risultava aumentato. Il miglioramento era associato soprattutto al senso di legame con il gruppo e alla soddisfazione per la prestazione ottenuta.
I ricercatori hanno inoltre osservato che il bonding della squadra era associato all’interdipendenza sperimentata, al sostegno ricevuto, alla fatica e al dolore affrontati insieme e alla sensazione di aver fatto meglio del previsto come gruppo.
Anche qui una precisazione è doverosa: si tratta di uno studio sul campo basato su misure ripetute e associazioni, non di un esperimento randomizzato che consenta di stabilire un rapporto causa-effetto definitivo.
Ma il quadro comincia a diventare interessante.
Prima gli atleti che remano insieme.
Poi i rugbisti che si sincronizzano.
Poi ragazzi che affrontano una prova fisicamente impegnativa e raccontano, dopo, un maggiore senso di benessere.
Tre situazioni diverse.
Un elemento comune: la fatica condivisa.
È qui che entrano in gioco CrossFit e Hyrox
A questo punto il collegamento con CrossFit e HYROX viene quasi naturale.
Ma anche qui bisogna essere corretti.
Gli studi citati non hanno studiato direttamente né CrossFit né HYROX. Sarebbe quindi sbagliato presentare queste discipline come una prova sperimentale delle conclusioni delle ricerche.
Il collegamento è un’applicazione ragionata dei meccanismi osservati negli studi.
E basta entrare, anche solo mentalmente, in una sessione di CrossFit per capire perché il discorso possa avere senso.
Il countdown.
Il WOD
Il rumore dei bilancieri.
La persona accanto che sta facendo la stessa fatica.
Qualcuno che arriva prima e incoraggia quello rimasto indietro.
Il gruppo che parte insieme e finisce insieme.
Non serve che tutti siano amici.
A volte basta condividere quei venti minuti.
È una cosa molto diversa dal semplice “andare in palestra”.
In una palestra tradizionale puoi entrare, allenarti per un’ora con le cuffie e uscire senza aver scambiato una parola con nessuno.
Nel lavoro di gruppo, invece, il comportamento degli altri entra continuamente nella tua esperienza.
E questo può cambiare il modo in cui vivi la fatica.
Hyrox ha portato la fatica in scena
HYROX aggiunge un’altra dimensione.
La corsa alternata alle stazioni funzionali crea una struttura semplice da capire e molto difficile da affrontare: corri, fai il lavoro richiesto, riparti.
E ricominci.
Il pubblico vede la fatica.
La sente quasi fisicamente.
Ma soprattutto la vede negli altri.
In una competizione individuale esiste comunque una dimensione collettiva. Tutti corrono, tutti soffrono, tutti arrivano a una stazione con il fiato corto.
Nella modalità Doubles questa dinamica diventa ancora più evidente: due persone condividono la prova e devono gestire insieme il lavoro.
Ed è proprio il concetto di interdipendenza che torna nella ricerca sul Ten Tors.
Non “io faccio la mia parte e tu la tua”.
Piuttosto: se tu sei in difficoltà, la mia prova cambia.
È una differenza enorme.
E forse spiega almeno in parte perché certe discipline siano diventate anche luoghi di socialità.
Non facciamo però l’errore delle endorfine
Ogni volta che si parla di sport e benessere arriva la parola magica: endorfine.
Sembra che basti pronunciarla per spiegare tutto.
Non è così.
Lo studio sui vogatori suggerisce un possibile coinvolgimento dei meccanismi oppioidi endogeni, ma non ha misurato direttamente le endorfine. Lo studio sui rugbisti ha prodotto risultati interessanti sulla prestazione, ma non ha dimostrato una spiegazione biologica unica. Lo studio sul Ten Tors ha trovato associazioni tra legame di gruppo e benessere, ma non permette di trasformare quelle associazioni in una legge universale.
La ricerca, insomma, è più interessante quando non la si forza.
E quello che emerge è forse più semplice delle endorfine.
Abbiamo bisogno degli altri anche quando facciamo qualcosa di molto fisico.
Forse soprattutto allora.
Dal “IO” al “NOI”
C’è un aspetto della questione che mi interessa ancora di più.
Viviamo in una società che ci ha insegnato a fare quasi tutto da soli.
Lavoriamo da soli davanti a uno schermo.
Compriamo da soli.
Ci informiamo attraverso algoritmi che costruiscono percorsi individuali.
Persino l’allenamento può diventare un’esperienza completamente privata: cuffie, smartwatch, programma personalizzato, calorie consumate, battiti, chilometri.
Tutto misurato.
Tutto nostro.
Poi arriva un gruppo di persone che fa la stessa fatica e qualcosa cambia.
Non importa necessariamente chi siano.
Per un’ora condividono un obiettivo.
E improvvisamente la prestazione individuale acquista un significato collettivo.
Questo, a mio avviso, è il punto più interessante delle ricerche.
Non ci dicono semplicemente che “allenarsi in gruppo fa bene”.
Ci ricordano una cosa che abbiamo forse dimenticato: l’essere umano non è costruito soltanto per competere con gli altri. È costruito anche per affrontare le difficoltà insieme agli altri.
La fatica è uno dei pochi linguaggi che non ha bisogno di traduzione.
Quando sei stanco, non importa molto da dove vieni.
Sei stanco.
E se quello accanto a te continua, magari continui anche tu.
La comunità non nasce da una parola
C’è poi una conseguenza che va oltre lo sport.
Si parla continuamente di comunità.
Comunità territoriali, comunità digitali, comunità politiche, comunità aziendali.
La parola è diventata quasi una formula.
Ma una comunità vera non nasce perché qualcuno la scrive in un programma o la pronuncia durante un convegno.
Nasce da esperienze condivise.
Da momenti in cui dipendi da qualcun altro.
Da situazioni in cui puoi essere utile a qualcuno e, il giorno dopo, avere bisogno di lui.
È anche per questo che trovo interessante la crescita di fenomeni come CrossFit e HYROX.
Non perché abbiano inventato qualcosa di completamente nuovo.
Al contrario.
Forse hanno intercettato un bisogno molto antico in una società moderna che lo aveva progressivamente messo da parte.
Il bisogno di appartenere.
Di fare fatica con altri.
Di avere qualcuno accanto quando il corpo suggerisce di mollare.
E forse c’è una lezione anche per chi si occupa di società e politica.
La parola “partecipazione” è stata consumata fino quasi a perdere significato.
Ma partecipare non significa soltanto commentare, votare, scrivere un post o entrare in una chat.
Partecipare significa anche fare qualcosa insieme.
Prendersi una responsabilità.
Faticare.
A volte perfino fallire insieme.
Perché è proprio lì che nasce un legame più solido.
Alla fine resta una cosa
Torno all’immagine da cui sono partito.
Una persona sta facendo fatica.
Potrebbe fermarsi.
Guarda quello accanto.
Quello continua.
E lei riparte.
Non sappiamo esattamente quanto di questo dipenda dalla fisiologia, quanto dalla motivazione, quanto dalla pressione sociale o dal semplice desiderio di non mollare davanti agli altri.
La scienza sta ancora cercando di separare questi elementi.
Ma una cosa appare sempre più difficile da ignorare.
La fatica non è soltanto qualcosa che subiamo. Può diventare qualcosa che condividiamo.
E quando viene condivisa cambia.
Cambia il dolore.
Può cambiare la prestazione.
Può cambiare il rapporto con gli altri.
E, in determinate condizioni, può perfino lasciare dietro di sé qualcosa che va oltre il risultato: la sensazione di avere fatto parte di qualcosa.
Forse è questa la vera ragione per cui, dopo una prova dura, spesso non ricordiamo soltanto quanto abbiamo sofferto.
Ricordiamo chi c’era.
E questa, prima ancora che una questione sportiva, è una questione profondamente umana.
Le fonti scientifiche
Cohen E.E.A., Ejsmond-Frey R., Knight N., Dunbar R.I.M., Rowers’ high: behavioural synchrony is correlated with elevated pain thresholds, Biology Letters, 6(1), 106–108, 2010. DOI: 10.1098/rsbl.2009.0670. Lo studio, pubblicato online nel 2009, analizza 12 vogatori d’élite dell’Oxford University Boat Club e il rapporto tra sincronizzazione dell’esercizio e soglia del dolore.
Davis A., Taylor J., Cohen E., Social Bonds and Exercise: Evidence for a Reciprocal Relationship, PLOS ONE, 10(8), e0136705, 2015. DOI: 10.1371/journal.pone.0136705. Lo studio coinvolge 25 rugbisti dell’Oxford University Rugby Football Club e rileva una migliore prestazione dopo un riscaldamento sincronizzato rispetto a uno non sincronizzato.
Cohen E., Davis A., Taylor J., Interdependence, bonding and support are associated with improved mental wellbeing following an outdoor team challenge, Applied Psychology: Health and Well-Being, 15(1), 193–216, 2023. DOI: 10.1111/aphw.12351. La ricerca riguarda 226 adolescenti partecipanti al Ten Tors Challenge e analizza il rapporto tra interdipendenza, sostegno, legame di squadra, prestazione e benessere psicologico.
Le ricerche citate nell’articolo suggeriscono che la fatica condivisa può influenzare positivamente la percezione dello sforzo, la tolleranza al dolore e, in alcuni casi, la prestazione. Tuttavia, gli studi disponibili non consentono di affermare che l’allenamento di gruppo sia sempre superiore a quello individuale. I benefici sembrano dipendere dal contesto, dalla sincronizzazione delle attività e dal senso di appartenenza sviluppato tra i partecipanti.
Compressore*: https://www.nationaldailypress.it/compressore-immagini-gratuito-inserire-in-servizi/
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Foto: Supporto IA

