Prima puntata – Da piccolo partito euroscettico a seconda forza del Paese: tredici anni che hanno sconvolto la politica tedesca
C’è qualcosa che non torna nel modo in cui raccontiamo Alternative für Deutschland, AfD.
Da anni leggiamo che AfD è di estrema destra, radicale, populista, nazionalista, xenofoba, filorussa e pericolosa per la democrazia. Alcune di queste definizioni hanno solide ragioni alle spalle, altre richiedono parecchie spiegazioni. Il problema è che, una volta terminato l’elenco degli aggettivi, spesso sappiamo ancora pochissimo del partito.
E soprattutto rimane senza risposta la domanda più interessante: perché milioni di tedeschi continuano a votarlo?
Nel febbraio 2025 AfD ha ottenuto 10.328.780 secondi voti, il 20,8%, contro il 10,4% del 2021, conquistando 152 seggi e diventando la seconda forza del Bundestag. Non è un sondaggio, ma il risultato definitivo certificato dall’autorità elettorale federale tedesca.
Poi è arrivato il 2026 e il fenomeno è diventato ancora più difficile da liquidare come protesta passeggera. In Sassonia-Anhalt AfD ha appena conquistato circa il 44% dei voti e 39 degli 83 seggi, fermandosi a pochi passi dalla maggioranza assoluta. Mentre scriviamo sta addirittura cercando interlocutori per formare un governo regionale.
A questo punto continuare a domandarsi soltanto quanto AfD sia scandalosa rischia di farci perdere la domanda decisiva. Che cosa sta succedendo alla Germania?
Un partito nato contro l’euro
AfD nasce nel 2013 e non nasce come partito anti-immigrazione. Questa è la prima cosa da ricordare, perché aiuta a capire quanto profondamente sia cambiato.
La Germania attraversava gli anni della crisi dell’euro, dei salvataggi finanziari e delle tensioni fra Paesi creditori e debitori. Un gruppo di economisti, accademici e conservatori guidato da Bernd Lucke contestava la gestione europea della crisi e soprattutto l’idea che il contribuente tedesco dovesse garantire, direttamente o indirettamente, i debiti degli altri Paesi.
Era una protesta innanzitutto economica e monetaria. AfD chiedeva di rimettere in discussione l’euro e raccoglieva elettori conservatori convinti che Angela Merkel avesse spostato troppo al centro la CDU. Poi arrivò il 2015.
La grande crisi migratoria europea e la decisione della Merkel di accogliere centinaia di migliaia di profughi cambiarono la Germania e cambiarono AfD.
L’immigrazione diventò progressivamente il centro della sua identità politica, mentre una parte della componente originaria, più liberale ed economica, abbandonava il partito. Negli anni successivi AfD si sarebbe spostata molto più decisamente verso nazionalismo, identità, sicurezza, critica dell’Islam e contestazione dell’establishment politico e mediatico.
È quindi fuorviante parlare dell’AfD del 2026 come se fosse semplicemente quella fondata tredici anni fa. Non lo è più.
Alice Weidel, il volto che rompe lo stereotipo
Anche la sua leadership è meno semplice della caricatura. Alice Weidel è economista, ha lavorato nel settore finanziario internazionale, ha vissuto anche in Cina ed è una donna dichiaratamente omosessuale che vive con la propria compagna.
Non corrisponde esattamente all’immagine stereotipata che molti associano immediatamente a un partito della destra radicale europea.
Accanto a lei c’è Tino Chrupalla, proveniente dalla Sassonia e con un profilo molto diverso. La convivenza fra anime differenti è una delle caratteristiche di AfD e anche una delle ragioni per cui è difficile racchiuderla in una definizione unica.
Ci sono conservatori nazionali, liberali sul piano economico, sovranisti, durissimi oppositori dell’immigrazione e componenti molto più radicali. Ed è precisamente su queste ultime che torneremo nella seconda parte del reportage.
Perché esistono e fingere il contrario sarebbe fare propaganda. Ma sarebbe propaganda anche raccontare dieci milioni di elettori come se fossero dieci milioni di estremisti neonazisti come anche a casa nostra cercano di far credere.
La parola che incendia la Germania, “remigrazione”
Per capire AfD bisogna leggere ciò che propone.
Nel programma ufficiale per le elezioni federali del 2025 compare esplicitamente una parola diventata esplosiva in Germania: Remigration, remigrazione.
AfD sostiene che lo Stato tedesco abbia perso il controllo della politica migratoria e propone di espellere con maggiore sistematicità chi ha ricevuto un ordine definitivo di lasciare il Paese, facilitare il rimpatrio degli stranieri condannati per reati gravi, allontanare estremisti e soggetti considerati pericolosi e riesaminare il diritto alla protezione quando vengono meno le condizioni che lo avevano determinato.
Non è una nostra interpretazione. È scritto nel programma del partito. Lo stesso documento parla della necessità di eliminare quelli che AfD considera incentivi alla permanenza irregolare e di rafforzare quelli al ritorno volontario.
È una politica migratoria estremamente dura. Ma proprio qui comincia una delle controversie che meritano maggiore attenzione. Che cosa significa esattamente “remigrazione”? Soltanto espellere chi non ha diritto a rimanere oppure mettere in discussione anche la permanenza di persone regolarmente residenti o addirittura cittadini tedeschi di origine straniera?
Il programma ufficiale offre una risposta; alcuni esponenti e ambienti della destra radicale tedesca hanno alimentato interrogativi assai più inquietanti. Su questa frattura si è combattuta una delle battaglie politiche e giudiziarie più importanti degli ultimi anni. La analizzeremo nella seconda puntata.
Non soltanto immigrazione
Ridurre AfD all’immigrazione sarebbe comunque un errore.
Il partito propone una revisione profonda del rapporto della Germania con l’Unione europea, una politica fiscale più leggera, una drastica inversione delle politiche climatiche ed energetiche e il ritorno del nucleare. Contesta il Green Deal, considera la transizione energetica una delle cause della perdita di competitività dell’industria tedesca e ha fatto della crisi dell’automobile uno dei simboli della propria offensiva contro Berlino e Bruxelles. Il programma ufficiale per le federali del 2025 occupa 180 pagine: qualunque giudizio se ne dia, non siamo davanti a un partito monotematico.
C’è poi l’Europa.
AfD considera l’attuale Unione troppo centralizzata e burocratica e vuole restituire poteri agli Stati nazionali. La sua contestazione arriva fino alla moneta unica e all’ipotesi di un’uscita della Germania dall’euro qualora non fosse possibile realizzare la trasformazione radicale dell’architettura europea che propone.
E poi c’è la Russia.
Il partito è molto più disponibile delle forze tradizionali tedesche a ricostruire i rapporti economici con Mosca, critica il sostegno militare all’Ucraina e mette in discussione una parte fondamentale della politica seguita dalla Germania dopo l’invasione russa del 2022.
Anche qui sarebbe troppo comodo fermarsi all’etichetta “filorussa”. Bisogna capire perché questa posizione trovi particolare consenso nell’Est tedesco, dove la memoria della DDR, il rapporto storico con Mosca e la percezione della NATO sono differenti rispetto alla Germania occidentale.
Perché proprio l’Est?
È nell’ex Germania orientale che AfD ha costruito le proprie fortezze. La spiegazione più superficiale è attribuire tutto a nostalgia, nazionalismo o xenofobia. La realtà è più complessa.
A più di trentacinque anni dalla riunificazione sopravvivono differenze economiche, demografiche e culturali fra Est e Ovest. Intere aree hanno vissuto spopolamento, invecchiamento, perdita di attività produttive e la sensazione che le grandi decisioni vengano prese altrove.
A questo si sono aggiunti inflazione, costo dell’energia, immigrazione, guerra in Ucraina e paura per il futuro dell’industria tedesca.
In Sassonia-Anhalt, dove AfD ha appena ottenuto il risultato più clamoroso della propria storia, l’87% degli elettori intervistati si dichiarava insoddisfatto del governo federale. Il voto AfD intercetta quindi certamente identità e immigrazione, ma anche rabbia economica e sfiducia verso Berlino.
Il dato politicamente più importante, però, è che il fenomeno non può più essere rinchiuso nell’Est. AfD è diventata una forza nazionale.
La domanda che gli altri partiti non possono evitare
Per anni la risposta della politica tedesca è stata la Brandmauer, il muro tagliafuoco: nessuna collaborazione con AfD.
CDU, SPD, Verdi e gran parte delle altre forze hanno considerato l’isolamento politico uno strumento necessario per impedire la normalizzazione della destra radicale. Quel muro esiste ancora. Ma oggi dietro il muro ci sono più di dieci milioni di elettori.
E dopo il risultato della Sassonia-Anhalt il problema è diventato concreto: AfD ha 39 seggi su 83 e sta cercando i numeri per governare, mentre la CDU continua a escludere una collaborazione.
È il grande paradosso della Germania contemporanea. Più gli altri partiti dichiarano AfD politicamente inaccettabile, più una parte dell’elettorato sembra utilizzarla per dichiarare inaccettabili gli altri partiti.
Questo non rende automaticamente giuste le proposte di AfD e non cancella le domande molto serie che riguardano alcune sue componenti. Significa però che il problema non può essere risolto sostituendo l’analisi con un aggettivo.
Dieci milioni di tedeschi non possono essere una nota a piè di pagina
Ed eccoci al punto. AfD può essere criticata duramente per ciò che propone. Alcuni suoi esponenti possono essere giudicati per ciò che hanno realmente detto. Le sue posizioni possono essere considerate incompatibili con il futuro che altri immaginano per la Germania e per l’Europa.
Ma prima bisogna conoscerle. Perché quando 10.328.780 cittadini votano un partito e, un anno e mezzo dopo, quel partito arriva a sfiorare la maggioranza assoluta in un Land, non basta più domandarsi che cosa ci sia di sbagliato nel partito.
Bisogna avere il coraggio di domandarsi che cosa sia successo al Paese che lo vota. Ed è qui che la nostra indagine diventa più scomoda.
Nella seconda puntata entreremo nel territorio che divide la Germania: AfD è una forza radicale ma pienamente democratica, oppure al suo interno è cresciuto qualcosa che minaccia davvero l’ordine costituzionale tedesco?
Parleremo del Verfassungsschutz, delle decisioni dei tribunali, di Björn Höcke, delle frasi che hanno provocato scandalo, della remigrazione e del caso Potsdam, dei rapporti con la Russia e del cordone sanitario imposto dagli altri partiti.
Senza assolvere nessuno. Ma anche senza condannare nessuno per sentito dire.
Perché un reportage dovrebbe servire precisamente a questo.
Prima i fatti, poi il giudizio.
Giulio Valerio Santini
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