Prendiamo uno smartphone e guardiamolo per qualche secondo. Con un oggetto che teniamo nel palmo della mano possiamo parlare con una persona dall’altra parte del mondo, trovare una strada, pagare una bolletta, tradurre una lingua e chiedere a un’intelligenza artificiale di analizzare un testo. Nessuna generazione prima della nostra ha avuto tante possibilità nella vita quotidiana, ma proprio questa straordinaria capacità ci mette davanti a una domanda che Hans Jonas aveva intuito quando molte delle tecnologie di oggi ancora non esistevano: tutto ciò che siamo capaci di fare, per il solo fatto che possiamo farlo, deve necessariamente essere fatto?
Quando il progresso diventa potere
Per molto tempo abbiamo pensato alla tecnica soprattutto come allo strumento attraverso il quale l’uomo superava i propri limiti. Una medicina che guarisce una malattia, una macchina che evita un lavoro faticoso o una nuova fonte di energia sembravano raccontare una storia semplice: più aumenta la nostra capacità di intervenire sul mondo, migliori diventano le nostre condizioni di vita.
Hans Jonas si accorge però che qualcosa è cambiato, perché la potenza tecnologica dell’uomo ha raggiunto dimensioni tali da produrre conseguenze molto lontane nel tempo e nello spazio.
Oggi possiamo modificare interi ecosistemi, intervenire sui processi biologici e sviluppare tecnologie capaci di incidere sulla vita di milioni di persone. Quando aumenta il nostro potere, sostiene Jonas, deve crescere anche la nostra responsabilità.
Ed è proprio qui che nasce il suo principio responsabilità: non basta domandarci che cosa possiamo fare, dobbiamo preoccuparci anche delle conseguenze di ciò che facciamo.
La comodità di oggi e il conto di domani
Pensiamo a un oggetto che costa poco, utilizziamo per qualche mese e poi buttiamo perché ripararlo costerebbe quasi quanto comprarne uno nuovo. Dal nostro punto di vista abbiamo fatto una scelta perfettamente razionale, risparmiando tempo e denaro.
Se allarghiamo lo sguardo, però, dentro quella decisione troviamo materie prime, energia, trasporti, condizioni di lavoro, imballaggi e infine un rifiuto che qualcuno dovrà smaltire.
Jonas ci invita proprio a compiere questo movimento, guardando oltre l’istante nel quale otteniamo il nostro vantaggio. La domanda non è più soltanto «mi conviene?», ma anche: che cosa accade se milioni di persone fanno la stessa scelta per decenni?
Chi non è ancora nato non può protestare
Qui troviamo una delle intuizioni più affascinanti di Jonas: alcune nostre decisioni riguardano persone che ancora non esistono e che, proprio per questo, non possono difendere i propri interessi.
Un bambino che nascerà tra cinquant’anni non può votare oggi, partecipare a una manifestazione o dirci quale pianeta vorrebbe ricevere. Eppure le decisioni che prendiamo sull’ambiente, sull’energia e sulle nuove tecnologie contribuiranno a determinare il mondo nel quale vivrà.
Nasce così una responsabilità particolare, perché siamo abituati a sentirci responsabili soprattutto verso chi abbiamo davanti, mentre Jonas ci chiede di allargare lo sguardo anche a persone che non conosceremo mai.
In fondo, il mondo che abbiamo ricevuto non è soltanto nostro: per qualche decennio ne siamo custodi.
E l’intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale rende la domanda di Jonas sorprendentemente attuale. Può sostenere la ricerca, aiutare la medicina, rendere accessibili enormi quantità di conoscenza e liberarci da attività ripetitive, ma nello stesso tempo apre interrogativi sul lavoro, sulla privacy, sull’informazione e sulle decisioni che affidiamo alle macchine.
Sarebbe troppo semplice chiedere «intelligenza artificiale sì o no?», perché una tecnologia non diventa buona o cattiva soltanto per il suo nome. Dobbiamo piuttosto domandarci quali conseguenze produce, chi ne controlla l’utilizzo e quali decisioni vogliamo continuare ad affidare alla responsabilità umana.
Su questo punto l’ultima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, pubblicata il 15 maggio 2026 e dedicata proprio alla persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, sembra entrare direttamente nel nostro discorso. Al n. 97 il Papa chiede che sia sempre l’intelligenza umana, con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare l’innovazione tecnica e a stabilirne responsabilmente «l’uso e i limiti».
Al numero successivo Leone XIV richiama anche la rapidità impressionante con cui questi sistemi si sviluppano e sottolinea la necessità di accompagnare la ricerca scientifica con un discernimento morale e spirituale. Al n. 99 aggiunge poi una distinzione fondamentale: l’IA può superarci nella velocità e nella capacità di calcolo, ma non vive l’esperienza umana, non conosce dall’interno l’amore, l’amicizia, il lavoro e la responsabilità.
Jonas e Leone XIV partono naturalmente da prospettive differenti, ma sembrano incontrarsi su una domanda decisiva: chi deve guidare chi?
Prudenza non significa avere paura
Jonas non ci invita a diffidare della tecnologia e sarebbe sbagliato trasformare il suo pensiero in un rifiuto del progresso. Ci chiede piuttosto maggiore prudenza quando le conseguenze delle nostre azioni possono diventare enormi, durare nel tempo o risultare difficili da correggere.
È significativo che anche Leone XIV, nell’enciclica, rifiuti sia gli entusiasmi ingenui sia le paure sterili nei confronti della tecnologia. La questione non è semplicemente accettarla o rifiutarla, ma orientarla alla dignità della persona e al bene comune.
La prudenza, allora, non significa tirare il freno davanti al futuro, ma evitare di correre così velocemente da perdere il controllo della direzione.
La parola cristiana: custodia
In questa riflessione riconosco qualcosa di molto vicino alla sensibilità cristiana, che potremmo riassumere con una parola: custodia.
L’uomo può conoscere, inventare e trasformare il mondo, ma non per questo ne diventa il padrone assoluto. Il creato non è semplicemente un magazzino dal quale prelevare tutto ciò che ci serve, così come la persona non può diventare materiale sul quale sperimentare automaticamente tutto ciò che la tecnica rende possibile.
La capacità di trasformare il mondo appartiene alla grandezza dell’uomo, ma proprio questa grandezza comporta una responsabilità proporzionata al potere che abbiamo acquisito. Leone XIV esprime un principio molto vicino quando ricorda che le nuove tecnologie possono curare, educare e connettere, ma possono anche produrre nuove ingiustizie se non le orientiamo al bene.
C’è poi una verità molto semplice che Jonas ci costringe a ricordare: non siamo l’ultima generazione della storia.
Anche la medicina deve sapere quando fermarsi
In ospedale questa domanda diventa ancora più concreta, perché la medicina possiede oggi possibilità che soltanto pochi decenni fa sarebbero sembrate straordinarie. Proprio per questo dobbiamo chiederci non soltanto che cosa possiamo fare, ma anche che cosa sia realmente bene fare per quella persona.
Se possiamo continuare un trattamento, significa necessariamente che dobbiamo continuarlo?
Non sempre, perché entrano in gioco le condizioni del malato, i benefici prevedibili, il peso delle cure e la proporzione tra ciò che facciamo e ciò che possiamo ragionevolmente ottenere. La tecnica rimane uno strumento preziosissimo, ma non può decidere da sola quale sia il bene della persona.
Qui la domanda di Jonas diventa chiarissima: il potere di fare qualcosa non coincide automaticamente con il dovere di farla.
Che cosa consegneremo?
Il principio responsabilità, l’opera più conosciuta di Hans Jonas, ci chiede in fondo di cambiare il punto dal quale guardiamo le nostre decisioni, valutando non soltanto il beneficio che producono oggi, ma anche le condizioni di vita che renderanno possibili domani.
Vale per l’ambiente, l’intelligenza artificiale, la medicina e tutte le tecnologie che aumentano continuamente il potere dell’uomo. Vale però anche nella nostra vita quotidiana, perché ciascuno riceve qualcosa che non ha costruito interamente da solo e lascia qualcosa che altri dovranno abitare.
Forse un giorno chi verrà dopo di noi potrebbe rivolgerci una domanda molto semplice: quando avete capito che le vostre scelte avrebbero avuto conseguenze anche su di noi, che cosa avete fatto?
Jonas ci impedisce di rispondere che non era un problema nostro e Leone XIV, parlando dell’intelligenza artificiale, ci ricorda oggi che il progresso autentico deve continuare ad avere al centro la persona umana.
Per questo, alla domanda «possiamo farlo?», dovremmo imparare ad aggiungerne sempre un’altra: «che cosa accadrà agli altri se lo facciamo?»
Diac. Luigi Giugno

