Per la serie Storia nera.Una ragazza di ventidue anni, un padre ricco e violento, accuse di abusi sessuali, un castello trasformato in prigione, un omicidio, torture e una decapitazione davanti a una folla immensa. Quattro secoli dopo resta una domanda: Beatrice Cenci fu un’assassina o una vittima diventata assassina?
L’11 settembre 1599 Roma venne a vedere morire Beatrice
Roma, 11 settembre 1599.
Davanti a Ponte Sant’Angelo c’è una folla enorme, accorsa per assistere a uno spettacolo che oggi ci farebbe rabbrividire ma che nella Roma pontificia aveva anche una precisa funzione pubblica: punire il colpevole e ricordare a tutti gli altri che con la giustizia del Papa era meglio non scherzare.
Quel giorno sul patibolo sta per salire una ragazza di ventidue anni.
Si chiama Beatrice Cenci ed è stata condannata per avere partecipato all’assassinio di suo padre Francesco, un parricidio che potrebbe però nascondere una storia assai più complicata di quella scritta nella sentenza.
Francesco Cenci, infatti, non era esattamente il padre da pubblicità della famiglia felice. Ricchissimo, violento e più volte coinvolto in vicende giudiziarie, aveva rapporti terribili con i figli. Beatrice e la seconda moglie Lucrezia Petroni erano state praticamente segregate nella rocca di Petrella Salto, mentre sulla famiglia circolavano racconti di soprusi e violenze.
Su tutto aleggia poi l’accusa più terribile: Francesco avrebbe abusato sessualmente della figlia.
È soprattutto questo particolare che nei secoli trasformerà Beatrice da assassina in martire, ed è proprio qui che la storia comincia pericolosamente a confondersi con la leggenda.
Francesco Cenci, un padre da cui fuggire
Beatrice nasce nel 1577 in una delle famiglie più ricche di Roma. Suo padre possiede palazzi, terreni e castelli, ma accumula anche procedimenti giudiziari e sanzioni. Persino per un aristocratico del Cinquecento, quando il concetto di buona condotta aveva parametri piuttosto elastici, Francesco riusciva evidentemente a distinguersi.
Nel 1595 porta Beatrice e Lucrezia nella rocca di Petrella Salto, dove quello che avrebbe potuto sembrare un soggiorno in campagna assume ben presto i contorni di una vera segregazione.
È in questo ambiente che matura l’odio nei confronti del padre e nasce la domanda destinata ad accompagnare per secoli la storia di Beatrice: Francesco Cenci violentò davvero sua figlia?
La risposta storicamente più corretta è che non possiamo saperlo con certezza.
Durante le confessioni del processo Beatrice e Lucrezia non denunciarono esplicitamente lo stupro. L’accusa entrò invece con forza nella strategia dell’avvocato Prospero Farinacci, che tentò di utilizzarla come attenuante per evitare alla giovane la pena capitale.
Questo non significa affatto che Francesco fosse innocente. Le fonti descrivono un uomo brutale e comportamenti sessuali violenti, ma lo stupro di Beatrice non può essere presentato come un fatto definitivamente provato.
Il dubbio storico, anziché indebolire la vicenda, la rende forse ancora più inquietante, perché sappiamo abbastanza per comprendere l’odio della ragazza verso il padre, ma non abbastanza per conoscere fino in fondo ciò che accadde tra quelle mura.
Il castello, l’amante e il progetto di uccidere Francesco
A Petrella entra nella storia Olimpio Calvetti, già castellano della rocca e probabilmente amante di Beatrice.
A questo punto abbiamo una nobildonna segregata, un padre odiato, un amante, un patrimonio enorme e un progetto omicida. Una moderna serie televisiva avrebbe probabilmente chiesto agli sceneggiatori di non esagerare.
Il primo piano prevede l’intervento di alcuni banditi, ma non va a buon fine. Si pensa allora al veleno e, abbandonata anche questa possibilità, prende corpo una soluzione molto più brutale: uccidere Francesco mentre dorme.
Nella congiura sono coinvolti Beatrice, Lucrezia, il fratello Giacomo, Olimpio Calvetti e Marzio Catalano.
Nel settembre 1598 Francesco è assassinato nella rocca. Il cadavere è successivamente fatto precipitare dopo avere aperto un varco nel pavimento di un balcone, nel tentativo di convincere tutti che l’uomo fosse morto in seguito a una caduta accidentale.
Il piano poteva forse apparire convincente ai suoi ideatori, ma gli investigatori dell’epoca non erano così ingenui come evidentemente qualcuno aveva sperato e i sospetti cominciarono presto a concentrarsi sulla famiglia.
Tortura, processo e il Papa che disse no
L’inchiesta arriva rapidamente ai Cenci. Olimpio è ucciso prima di poter testimoniare, mentre Marzio è catturato e interrogato; poco dopo anche Beatrice e gli altri familiari finiscono nelle mani della giustizia pontificia.
Quando parliamo di interrogatori nella Roma del 1599, però, dobbiamo dimenticare il tavolo, il verbale e l’avvocato tranquillamente seduto accanto al proprio assistito, perché tra gli strumenti utilizzati per ottenere la confessione c’è la tortura.
Beatrice è sottoposta alla cosiddetta veglia, mentre altri imputati affrontano la corda. Arrivano così le confessioni e il destino della famiglia finisce nelle mani di Clemente VIII.
La difesa tenta l’ultima carta sostenendo che Beatrice avrebbe agito dopo le violenze sessuali subite dal padre, ma il Papa non concede la grazia.
Roma, del resto, è scossa da diversi omicidi avvenuti nelle famiglie aristocratiche e Clemente VIII voleva una condanna esemplare. Quando il potere decide di “mandare un messaggio”, normalmente qualcuno ha la sfortuna di diventare la busta.
Beatrice, Giacomo e Lucrezia sono quindi condannati a morte. Bernardo, meno coinvolto, salva la vita ma è costretto ad assistere all’esecuzione dei familiari.
Alla tragedia familiare si aggiunge poi un particolare economico che non poteva certo contribuire a rendere più limpida l’intera vicenda. Dopo la condanna i beni sono confiscati e una parte importante del patrimonio dei Cenci, attraverso successive vicende patrimoniali, finirà a Gian Francesco Aldobrandini, nipote del Papa, a condizioni considerate molto favorevoli.
Naturalmente questo non dimostra che Clemente VIII abbia mandato Beatrice al patibolo per mettere le mani sul patrimonio dei Cenci, ma è uno di quei particolari che la storia, quando decide di essere perfida, sa collocare esattamente nel punto in cui nascono i sospetti.
La testa cadde e il mito cominciò a vivere
La mattina dell’11 settembre 1599 Roma si riversa davanti a Castel Sant’Angelo per assistere all’esecuzione.
Lucrezia è decapitata e subito dopo arriva il turno di Beatrice, che secondo le cronache affronta il supplizio con grande coraggio. Il suo corpo è successivamente portato a San Pietro in Montorio, dove è sepolto senza iscrizione, come previsto per i giustiziati.
La giustizia pontificia può considerare chiuso il caso, ma per Roma la storia di Beatrice comincia proprio nel momento in cui il boia pensa di averla terminata.
Beatrice aveva partecipato alla preparazione dell’omicidio e le fonti processuali non consentono seriamente di trasformarla in un’innocente estranea ai fatti. Eppure il popolo vede soprattutto una giovane donna vittima di un padre violento, mandata al patibolo da un sistema che non le ha concesso misericordia.
Nasce così Beatrice Cenci, la martire, e ben presto alla memoria popolare si aggiunge la letteratura. Shelley le dedica The Cenci, Stendhal racconta la sua vicenda e Alexandre Dumas torna sulla sua storia.
Persino il celebre ritratto tradizionalmente identificato con Beatrice e attribuito per lungo tempo a Guido Reni presenta seri problemi di attribuzione, tanto che anche il volto con cui generazioni di persone hanno immaginato la giovane potrebbe non essere affatto il suo.
Per una leggenda costruita sul confine tra verità e mito era difficile trovare un particolare più appropriato.
Beatrice Cenci: assassina o vittima?
A più di quattrocento anni di distanza sappiamo che Beatrice partecipò alla congiura che portò all’assassinio del padre e sappiamo anche che Francesco Cenci era un uomo violento, capace di trasformare la vita familiare della ragazza in un inferno.
Non possiamo invece affermare con la stessa certezza che Francesco abbia violentato sua figlia.
Rimane quindi la domanda che Clemente VIII pensava probabilmente di avere risolto l’11 settembre 1599: Beatrice Cenci fu un’assassina oppure una vittima che, non vedendo altra via d’uscita, diventò assassina?
Le due condizioni, forse, non si escludono affatto ed è proprio questo a rendere la sua storia molto più inquietante della rassicurante divisione tra una fanciulla completamente innocente e uomini completamente malvagi.
Beatrice partecipò a un omicidio, ma Francesco aveva trasformato la sua esistenza in una prigione; la giustizia pontificia la torturò, la processò e la condannò, mentre Roma decise progressivamente di assolverla nella memoria.
Clemente VIII chiuse il processo con una sentenza, ma i romani ne aprirono immediatamente un altro, assai più difficile da archiviare: quello della storia.
E dopo più di quattro secoli quel processo non è ancora finito.
Giulio Valerio Santini
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