C’è una scena nella miniserie The Spy che mi è rimasta impressa.
Eli Cohen è un agente israeliano infiltrato in Siria negli anni Sessanta. Per svolgere la sua missione diventa Kamel Amin Thaabet: cambia nome, storia, abitudini, relazioni. Costruisce una nuova identità e la interpreta così bene da riuscire a entrare nei livelli più alti della società siriana.
Ma il punto più interessante della storia, almeno per me, non riguarda lo spionaggio. Riguarda quello che succede a Eli che ad un certo punto torna in Israele, dalla moglie e dalla sua famiglia, e cerca di spiegare qualcosa che sembra quasi impossibile da raccontare.
All’inizio, dice, sapeva perfettamente di essere Eli che interpretava Kamel. Doveva controllare come parlava, come si muoveva, come si comportava. Poi qualcosa cambia: Kamel non rimane più confinato alla missione. Continua a esistere anche quando Eli torna a casa.
“I’m pretending to be me.”
Sto fingendo di essere me stesso, dice.
Chi sta recitando, a quel punto? E soprattutto: chi è la persona vera?
Siamo davvero sempre la stessa persona?
Siamo abituati a pensare alla nostra identità come a qualcosa di relativamente stabile.
Cambiamo lavoro, città, relazioni. Invecchiamo. Diventiamo genitori, professionisti, compagni. Eppure continuiamo a pensare che, sotto tutti questi cambiamenti, esista qualcosa che possiamo chiamare semplicemente “io”.
La psicologia ci racconta però una realtà più complessa. La nostra identità non nasce e non vive soltanto dentro di noi. Si costruisce anche attraverso le relazioni, i ruoli che assumiamo e il modo in cui gli altri ci vedono.
E forse è proprio questo che rende così interessante la storia di Eli Cohen.

Il Sé che mostriamo agli altri
Donald Winnicott parlava di Vero Sé e Falso Sé.
Il suo concetto nasce in un contesto molto diverso e non ha nulla a che vedere con le identità costruite dalle spie. Ma offre una domanda interessante: quanto possiamo adattarci a ciò che l’ambiente richiede da noi senza perdere il contatto con quello che sentiamo di essere?
Adattarsi è necessario, lo facciamo tutti.
Non ci comportiamo nello stesso modo durante una riunione di lavoro e a cena con un amico. Non parliamo nello stesso modo con nostro figlio, con il nostro capo o con una persona appena conosciuta.
Abbiamo ruoli diversi, e avere ruoli diversi non significa essere falsi.
Ma cosa succede quando uno di questi ruoli occupa uno spazio sempre più grande?
Il palcoscenico e il dietro le quinte
Il sociologo Erving Goffman utilizzò una metafora molto efficace: quella del teatro. Nelle relazioni sociali mettiamo continuamente in scena noi stessi.
Esiste un palcoscenico sul quale ci presentiamo agli altri e un dietro le quinte nel quale possiamo, almeno in parte, abbandonare la rappresentazione.
La storia di Eli Cohen porta questa metafora all’estremo: per anni Kamel viene riconosciuto dagli altri come una persona reale.
Gli altri lo chiamano con quel nome. Si fidano di lui. Gli raccontano segreti. Lo invitano nelle loro case. Costruiscono con lui delle relazioni.
Kamel, in un certo senso, comincia a esistere perché esiste anche nello sguardo degli altri.
E allora viene spontanea una domanda: cosa accade quando non abbiamo più un dietro le quinte?
Le storie che raccontiamo su noi stessi
Lo psicologo Dan McAdams ha dedicato gran parte del suo lavoro all’identità narrativa.
Per dare continuità alla nostra esistenza costruiamo una storia di noi stessi: mettiamo insieme il bambino che siamo stati, le scelte che abbiamo fatto, le persone che abbiamo incontrato, quello che siamo diventati e ciò che immaginiamo per il nostro futuro.
Eli Cohen aveva dovuto fare qualcosa di straordinario: costruire un’altra storia.
Kamel aveva un passato, delle esperienze, delle convinzioni, delle amicizie. Una biografia che inizialmente era soltanto inventata ma che, giorno dopo giorno, veniva vissuta.
Ed è forse qui che la sua storia smette di essere soltanto una storia di spionaggio.
I ruoli che diventano noi
Noi non viviamo sotto falsa identità, eppure passiamo una parte enorme della nostra vita interpretando ruoli.
Possiamo essere per anni quella forte. Quello affidabile. Quella che risolve sempre tutto. Il professionista sicuro di sé. La madre che non crolla mai. Quello che non ha bisogno degli altri.
All’inizio forse sappiamo che è soltanto una parte di noi, poi gli altri cominciano a riconoscerci proprio così. E noi continuiamo a comportarci in quel modo perché è ciò che gli altri si aspettano da noi.
Fino a quando può diventare difficile capire dove finisca il ruolo e dove cominciamo noi.
Forse, allora, il problema non è avere molte identità.
Non dobbiamo necessariamente scegliere tra la professionista, la madre, l’amica, la compagna o la persona che siamo quando nessuno ci guarda: sono tutte parti di noi.
La domanda interessante è un’altra.
Quanto tempo possiamo abitare un ruolo prima che quel ruolo cominci ad abitare noi?
E soprattutto, ogni tanto, riuscire ancora a chiederci: chi sono quando non devo essere nessuno per qualcun altro?
La risposta temo non esista. E forse è giusto così.
Perché se esistesse davvero un “io” preciso, definito, al quale dovremmo rimanere fedeli, potremmo finire per trasformarlo in un confine. Per essere coerenti con ciò che pensiamo di essere, potremmo avere più difficoltà a cambiare, a contraddirci, persino a evolvere.
E poi c’è un’altra domanda, forse ancora più scomoda: se un giorno riuscissimo davvero a trovare quell’“io” che cerchiamo così tanto, cosa ce ne faremmo?
Forse l’identità non è qualcosa da trovare una volta per tutte. Forse è anche qualcosa che possiamo permetterci di perdere un po’, modificare, riscrivere.
Ne riparleremo.
Maria Clotilde Spallarossa
