«Sii te stesso». È una frase che leggiamo sui social, troviamo nei libri motivazionali e sentiamo ripetere quando qualcuno deve prendere una decisione importante: non permettere agli altri di stabilire chi devi essere, segui ciò che senti, costruisci la tua vita secondo le tue scelte. È un invito che contiene qualcosa di profondamente vero, perché nessuno dovrebbe trascorrere l’esistenza recitando una parte scritta dagli altri; eppure, se ci pensiamo bene, lascia aperta una domanda tutt’altro che semplice: essere liberi significa poter scegliere ciò che vogliamo oppure significa anche domandarci se ciò che scegliamo sia bene? Friedrich Nietzsche, con la sua critica alla morale cristiana e ai valori ricevuti dalla tradizione, ci porta proprio dentro questa domanda, che oggi riguarda questioni molto concrete, dalle relazioni personali fino al delicatissimo dibattito sul fine vita.
Quando i vecchi valori non bastano più
Nietzsche osserva l’Europa dell’Ottocento e si accorge che qualcosa sta cambiando profondamente, perché la società continua a utilizzare parole come bene, male, verità, dovere e peccato, mentre la fede cristiana, che per secoli aveva contribuito a dare significato a quelle parole, non rappresenta più per tutti il fondamento indiscusso dell’esistenza.
È dentro questo cambiamento che va compresa la celebre espressione «Dio è morto», che non è semplicemente l’esultanza di un ateo convinto di essersi finalmente liberato della religione, ma contiene una provocazione molto più seria: se Dio non è più il riferimento ultimo della verità e della morale, dobbiamo avere il coraggio di domandarci su che cosa fondiamo i valori secondo i quali continuiamo a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.
Nietzsche sospetta soprattutto di una morale accettata per abitudine, conformismo o paura, nella quale l’uomo obbedisce perché qualcuno gli ha insegnato che «si deve fare così», senza essersi mai domandato seriamente perché.
Anche un cristiano può ascoltare Nietzsche
Pensiamo a una situazione molto semplice: una persona va a Messa ogni domenica perché lo ha sempre fatto, osserva alcune regole perché le ha ricevute dalla famiglia e si definisce cristiana perché cristiani erano i suoi genitori, ma non si è mai posta seriamente la domanda su che cosa creda davvero e su quale significato abbiano quelle scelte nella sua vita.
Nietzsche guarderebbe con grande sospetto una religiosità del genere e, paradossalmente, proprio qui la sua provocazione può essere utile anche a un credente, perché una fede ridotta ad abitudine sociale, paura del giudizio o semplice rispetto delle convenzioni non è certamente il punto più alto dell’esperienza cristiana.
Il cristianesimo non dovrebbe avere paura di una persona che si interroga, perché una scelta autenticamente morale richiede libertà e una fede adulta non consiste nel ripetere meccanicamente ciò che altri hanno creduto prima di noi; il problema nasce quando dalla necessità di scegliere liberamente passiamo a sostenere che sia proprio la nostra scelta a stabilire ciò che è bene.
Ed è qui che il confronto diventa molto più interessante.
«È la mia vita»: basta questa risposta?
Una parte importante della cultura laica contemporanea pone al centro l’autodeterminazione, sostenendo che una persona adulta e consapevole debba poter costruire liberamente la propria esistenza, scegliere le proprie convinzioni, le relazioni, il lavoro e il progetto di vita, purché rispetti la libertà e i diritti degli altri.
È una conquista importante, che ha permesso di superare società nelle quali la famiglia, lo Stato, la comunità e talvolta persino la religione pretendevano di decidere quasi interamente il destino delle persone; inoltre, anche per il cristianesimo, una scelta compiuta soltanto perché imposta perde gran parte del proprio significato morale, perché senza libertà non esiste vera responsabilità.
Ma c’è un passaggio che merita attenzione: dire «devo essere libero di scegliere» non equivale necessariamente a dire «se l’ho scelto liberamente, allora ciò che ho scelto è giusto». La libertà ci dice chi ha compiuto una scelta, ma non ci dice ancora quale sia il valore morale di quella scelta.
Quando la libertà arriva davanti al fine vita
Il problema diventa molto più delicato quando questa stessa idea di libertà entra nelle questioni che riguardano la vita e la morte, come accade nel dibattito sul fine vita, dove una parte del pensiero laico sostiene che una persona adulta, capace di comprendere e decidere, debba poter stabilire quali trattamenti accettare e, secondo alcune posizioni, possa rivendicare anche la possibilità di chiedere un intervento diretto per porre fine alla propria vita in determinate condizioni di sofferenza.
Non si tratta di una posizione che possiamo liquidare con uno slogan, perché nasce da domande umanamente molto serie: che cosa significa rispettare una persona che soffre? Fino a dove può arrivare la medicina? Quanto deve contare la volontà del malato?
Lo sguardo cristiano prende sul serio queste domande e riconosce che non siamo moralmente obbligati a utilizzare ogni mezzo possibile per prolungare la vita, tanto che la rinuncia a trattamenti sproporzionati o eccessivamente gravosi non equivale a scegliere la morte; nello stesso tempo, però, distingue questa decisione dall’atto con cui si provoca intenzionalmente la morte, perché ritiene che la dignità della vita non dipenda dalla salute, dall’autonomia o dalla capacità di essere produttivi.
È qui che il confronto sull’autodeterminazione diventa particolarmente profondo: il fatto che una decisione sia libera basta a renderla moralmente buona?
Per la morale cristiana la risposta è no, perché la libertà è un bene enorme, ma non è essa stessa a creare il bene; l’uomo può utilizzare la propria libertà anche contro se stesso o contro gli altri e, proprio per questo, essere veramente liberi significa anche imparare a riconoscere ciò che custodisce la dignità della persona.
Quando cominciamo a sentirci un peso
C’è poi un aspetto del fine vita che riguarda molto da vicino anche la vita quotidiana, perché una persona anziana, gravemente malata o completamente dipendente dagli altri può arrivare a dire: «Non voglio essere un peso per i miei figli».
È una frase che possiamo comprendere umanamente e che spesso nasce dall’amore verso i propri familiari, ma proprio per questo dovrebbe interrogarci: una società davvero libera è quella che permette alla persona fragile di scegliere di morire oppure, prima ancora, quella che le garantisce cure, sollievo dal dolore, vicinanza e assistenza sufficienti perché non debba sentirsi di troppo?
La prospettiva cristiana non nega la sofferenza e non chiede di trasformarla romanticamente in qualcosa di bello, ma afferma che una persona conserva interamente la propria dignità anche quando non è più autonoma, quando deve essere lavata, nutrita, accompagnata e sostenuta da qualcun altro; essere dipendenti, infatti, non significa essere meno uomini, anche se la nostra società, che esalta continuamente efficienza e autosufficienza, rischia qualche volta di farcelo pensare.
E questa domanda non riguarda soltanto chi crede, perché anche una società laica deve interrogarsi su quale idea di libertà intenda costruire quando la persona più fragile comincia a percepire la propria esistenza come un costo o un problema per gli altri.
Nietzsche accusava proprio il cristianesimo
Il confronto diventa ancora più interessante perché Nietzsche è stato uno dei critici più radicali della morale cristiana, accusata di avere esaltato debolezza, rinuncia e obbedienza fino a mortificare, secondo lui, la forza vitale dell’uomo.
Un cristiano non può condividere questa interpretazione, ma farebbe male a liquidarla senza interrogarsi, perché una maniera triste, impaurita e puramente proibitiva di presentare la fede potrebbe perfino offrirle qualche argomento: se il cristianesimo diventasse soltanto un lungo elenco di «non devi», se Dio venisse presentato principalmente come colui che controlla e punisce e se la virtù consistesse soltanto nel reprimere ogni desiderio, sarebbe difficile riconoscervi quella buona notizia che il Vangelo pretende di essere.
La morale cristiana, però, non considera buona una rinuncia semplicemente perché fa soffrire, ma riconosce che la libertà può raggiungere una forma molto alta quando una persona sceglie di amare anche quando amare costa; una madre che si alza di notte per il figlio, un uomo che assiste il padre anziano rinunciando a una parte del proprio tempo o una persona che mantiene una promessa quando sarebbe molto più comodo dimenticarla non sono meno liberi, perché hanno scelto che qualcuno valga più della soddisfazione immediata del proprio desiderio.
Il desiderio non è il nemico, ma neppure il giudice
È forse qui che Nietzsche, una parte della cultura laica contemporanea e il cristianesimo prendono strade differenti, pur avendo qualcosa da dire l’uno all’altro, perché Nietzsche ci costringe a verificare se i nostri valori siano veramente diventati nostri oppure siano soltanto abitudini ereditate, mentre il pensiero liberale ci ricorda giustamente che nessuna autorità dovrebbe impossessarsi della coscienza dell’individuo e decidere interamente al suo posto come debba vivere.
Il cristianesimo aggiunge però che la libertà non crea da sola ciò che è bene e che nemmeno il desiderio può diventare l’unico giudice della nostra vita, perché possiamo desiderare sinceramente qualcosa che finisce per ferire noi stessi, le persone che amiamo o la comunità nella quale viviamo.
Non tutto ciò che ci pone un limite, quindi, è necessariamente una prigione, così come non tutto ciò che scegliamo autonomamente rappresenta automaticamente una liberazione; una promessa mantenuta, una responsabilità assunta e perfino una rinuncia compiuta per amore possono raccontare una libertà molto più grande di quella riassunta nella frase «faccio quello che voglio».
Essere se stessi, ma quali noi stessi?
Forse Nietzsche è più presente nella nostra quotidianità di quanto immaginiamo, ogni volta che sullo schermo del telefono leggiamo frasi come «segui ciò che ti rende felice», «nessuno può dirti chi devi essere» o «elimina dalla tua vita tutto ciò che ti fa stare male», espressioni che possono contenere una parte di verità e perfino aiutare una persona a liberarsi da rapporti violenti o condizionamenti soffocanti, ma che diventano problematiche quando trasformano ogni limite in un nemico e ogni desiderio in un diritto.
Lo sguardo cristiano propone qualcosa di diverso, perché l’altro non è soltanto colui che limita la mia libertà, ma può diventare colui attraverso il quale scopro che cosa sono capace di essere; nessuno conosce fino in fondo la propria capacità di amare, essere fedele, perdonare, attendere o prendersi cura finché la vita non gli mette davanti qualcuno che abbia bisogno proprio di questo.
Nietzsche continua allora a porre una domanda preziosa anche al credente: i valori secondo i quali viviamo sono veramente diventati nostri oppure li abbiamo soltanto ereditati? La risposta cristiana non consiste nel tornare all’obbedienza cieca, ma neppure nel sostituirla con il dominio del desiderio, perché essere liberi significa poter scegliere, ma anche assumersi la responsabilità di ciò che le nostre scelte fanno a noi stessi e agli altri.
Forse, allora, «essere se stessi» non significa seguire semplicemente tutto ciò che troviamo dentro di noi, dove convivono desideri, paure, generosità, egoismi, slanci e contraddizioni, ma domandarci giorno dopo giorno quale persona stiamo diventando attraverso ciò che scegliamo.
Ed è forse questa la domanda che Nietzsche, anche senza volerlo, continua a lasciarci: non soltanto «sono libero di scegliere?», ma «che uomo divento attraverso ciò che scelgo?»
Diac. Luigi Giugno

