Ci sono momenti e personaggi che hanno cambiato la storia del mondo e che rimangono nel silenzio più assoluto. Quella che racconterò qui è la storia di un’apocalisse evitata per un soffio. Una vicenda epocale che andrebbe scritta sui libri di scuola e che invece è rimasta per decenni inspiegabilmente ignorata.
I dieci minuti in cui la Terra trattenne il respiro
Mar dei Sargassi, 27 ottobre 1962. All’interno del sottomarino sovietico B-59 l’aria è ormai irrespirabile. La temperatura ha superato i 50 gradi, l’anidride carbonica satura l’ambiente e gli uomini dell’equipaggio svengono uno dopo l’altro. In superfice la flotta degli Stati Uniti sta sganciando cariche di profondità non letali. Il comandante Valentin Savickij, stremato dalla fatica e con la radio di bordo fuori uso, è convinto che la Terza Guerra Mondiale sia già cominciata. «Li colpiremo adesso! Moriremo, ma li affonderemo tutti!» Urla, ordinando di armare un siluro nucleare da 15 chilotoni (pari a 15.000 tonnellate di TNT). Ma per far partire il colpo serve l’unanimità di tre ufficiali. Due dicono di sì. Il destino del conflitto nucleare è appeso alla decisione di un solo uomo: Vasilij Aleksandrovič Archipov.
Il precedente: il disastro del K-19
Per capire come un ufficiale possa mantenere la lucidità in una simile situazione, dobbiamo tornare indietro di appena un anno. Nel luglio del 1961, Archipov serve come vicecomandante a bordo del K-19, uno dei primi sottomarini atomici sovietici. Al largo della Groenlandia, il sistema di refrigerazione del reattore si guasta, il pericolo è una imminente fusione nucleare. L’equipaggio interviene saldando a mani nude e senza protezioni un condotto d’emergenza. Archipov respira le radiazioni e vede molti dei suoi marinai morire nel giro di pochi giorni, ciononostante resta al suo posto. Questa esperienza diretta gli lascia in eredità la consapevolezza di cosa sia un disastro nucleare. Archipov ha già vissuto il collasso di un reattore e difficilmente si lascia condizionare dal panico del momento.

Missili a Cuba
Nell’ottobre del 1962, la crisi dei missili di Cuba è al suo apice. Il sottomarino sovietico B-59 fa parte di una flottiglia segreta inviata da Mosca per forzare il blocco navale americano. I sottomarini russi, progettati per le acque gelide dell’Artico, si rivelano però inadatti ai mari tropicali. Le batterie sono quasi scariche e i contatti radio con il Cremlino sono interrotti da giorni. I russi si muovono senza informazioni.
È in questo drammatico scenario che la portaerei statunitense USS Randolph intercetta il B-59. Per costringerlo a emergere e identificarsi, le navi americane iniziano a lanciare cariche di profondità. Si tratta di ordigni di segnalazione a basso potenziale. Ma a cento metri di profondità, all’interno di un sommergibile, a ogni detonazione tutto trema e il rumore è identico a quello di un attacco reale. Il Capitano Savickij ordina l’immediato approntamento del siluro nucleare, un’arma dalla potenza distruttiva simile a quella utilizzata a Hiroshima.
«Ci stanno chiedendo di emergere»
Il regolamento sovietico parla chiaro: in totale isolamento radio, il lancio di un siluro nucleare richiede l’unanimità dei tre ufficiali superiori a bordo. Il capitano Savickij e l’ufficiale politico Ivan Maslennikov sono d’accordo per colpire. Manca solo il sì di Archipov, che sul B-59 è il vicecomandante dell’intera Flottiglia 69. Inizia un confronto durissimo. Savickij insiste, convinto che l’onore della Marina russa imponga di rispondere al fuoco. Archipov si oppone, mantenendo la lucidità e argomenta: «Se avessero voluto affondarci, lo avrebbero già fatto. Ci stanno solo chiedendo di emergere». La discussione va avanti mentre le bombe di segnalazione continuano a esplodere all’esterno. Alla fine, facendo valere la sua analisi della situazione, Archipov riesce a convincere Savickij a revocare l’ordine. Il B-59 avvia le manovre di emersione.
Il ritorno a Mosca
Quando il sommergibile riemerge, trova i cacciatorpediniere americani ad attenderlo. Non ci sono spari, solo navi che si scrutano a vicenda. La crisi rientrerà nei giorni successivi grazie ai negoziati diplomatici tra Kennedy e Chruščëv. Ma se i due leader hanno avuto il tempo di parlarsi e di evitare il peggio, è solo perché un ufficiale sovietico ha bloccato un lancio nucleare in fondo al mare.
Al ritorno in patria, l’accoglienza è gelida. I vertici militari avrebbero preferito l’affondamento del mezzo piuttosto che la resa visiva al nemico. La storia del B-59 viene secretata e sepolta negli archivi del KGB. Archipov continuerà la sua carriera, diventando viceammiraglio, e morirà nel 1998 a causa di un tumore ai reni, causato con ogni probabilità dalle radiazioni assorbite anni prima sul K-19.
La verità sul 27 ottobre 1962 è emersa solo nel 2002, durante una conferenza all’Avana in cui vennero desecretati i documenti sovietici. In quell’occasione, Thomas Blanton, allora direttore del National Security Archive statunitense, ricordò l’episodio con una frase rimasta celebre: «Un uomo di nome Vasilij Archipov ha salvato il mondo».

Foto da: Geopop-Wikipedia
Fonti: Documenti del National Security Archive, Wikipedia, Geopop, Vanilla
Nota di trasparenza
I link rimandano per vostra comodità a pagine relative a società affiliate. Qualora un lettore decidesse di effettuare un acquisto tramite tale collegamento, il giornale potrebbe ricevere una piccola commissione come affiliato, senza alcun costo aggiuntivo per l’utente. Grazie
Compressore gratuito d’immagini: https://www.nationaldailypress.it/compressore-immagini-gratuito-inserire-in-servizi
AMAZON: https://amzn.to/4tU6brg
EBAY: https://ebay.us/pV4iYd

