«Non dipende da me, sono le regole». «Io applico soltanto la procedura». «La decisione viene dall’alto». Sono frasi che possiamo ascoltare in un ufficio, in un’azienda, in una struttura sanitaria e ormai persino davanti a un computer, quando qualcuno attribuisce una scelta al sistema o all’algoritmo. Naturalmente queste situazioni quotidiane sono lontanissime dalle tragedie della storia, ma dietro quelle parole rimane una domanda che mi accompagna da molti anni: quando eseguiamo una disposizione ricevuta da altri, siamo ancora personalmente responsabili di ciò che facciamo? Hannah Arendt affrontò questa domanda davanti a uno dei mali più terribili del Novecento e arrivò a una conclusione inquietante: per partecipare al male non occorre sempre avere l’aspetto di un mostro, perché qualche volta può bastare rinunciare a pensare.
Un libro che mi è rimasto dentro
La banalità del male è uno dei testi che ho amato di più negli anni della mia formazione teologica, forse perché costringe a guardare il male da una prospettiva meno rassicurante di quella alla quale siamo abituati. Mette infatti in crisi l’idea che basti riconoscere i cattivi per riuscire a difendersi dal male.
È relativamente facile immaginare il male con il volto del criminale, del violento o del dittatore. Diventa molto più inquietante pensare che possa passare anche attraverso persone apparentemente normali, capaci di tornare a casa la sera, occuparsi della propria famiglia e svolgere con precisione il proprio lavoro, mentre partecipano a un meccanismo profondamente ingiusto convincendosi di non esserne veramente responsabili.
Forse è proprio per questo che quella lettura mi è rimasta dentro negli anni: non riguarda soltanto i grandi criminali della storia, ma pone a ciascuno di noi una domanda molto più vicina alla vita quotidiana. Che cosa accade alla nostra coscienza quando cominciamo a pensare che qualcun altro abbia già deciso al nostro posto ciò che è giusto fare?
L’uomo che organizzava i treni
Nel 1961 Hannah Arendt seguì a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann, funzionario nazista che aveva svolto un ruolo centrale nell’organizzazione delle deportazioni degli ebrei verso i campi di sterminio. Ciò che la colpì fu il contrasto tra l’enormità dei crimini ai quali quell’uomo aveva contribuito e il modo burocratico con cui cercava di presentare il proprio comportamento.
Eichmann non si descriveva come colui che aveva deciso lo sterminio, ma come un funzionario inserito in una gerarchia, tenuto a rispettare ordini e a svolgere con efficienza il compito assegnato. Osservando questa distanza tra la mostruosità delle conseguenze e l’apparente normalità dell’uomo, Arendt elaborò la celebre espressione «banalità del male».
Bisogna comprenderla bene, perché Arendt non stava affatto dicendo che la Shoah fosse banale, né che Eichmann fosse innocente perché aveva obbedito. La sua intuizione era molto più scomoda: un male enorme può passare anche attraverso chi rinuncia a interrogarsi moralmente su ciò che sta facendo e trasforma persone, sofferenze e vite umane in pratiche da sbrigare, ordini da eseguire e problemi organizzativi da risolvere.
Il male può così assumere un volto terribilmente ordinario quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome.
«Ma io faccio soltanto il mio lavoro»
Sarebbe assurdo e offensivo paragonare le normali situazioni della nostra vita al sistema criminale nazista. Possiamo però riconoscere, con una gravità incomparabilmente diversa, quel meccanismo umano che ci porta a scaricare su altri la responsabilità delle nostre azioni.
Immaginiamo un dipendente al quale il proprio superiore chieda di modificare alcuni dati per presentare un risultato migliore di quello reale. Non ha inventato lui quella pratica, sa che altri colleghi fanno lo stesso e magari sente ripetere che «l’azienda funziona così»; inoltre potrebbe temere conseguenze professionali se decidesse di opporsi.
La tentazione di tranquillizzare la propria coscienza diventa allora comprensibile: non ho deciso io, non ne ricavo alcun vantaggio, sto soltanto facendo ciò che mi hanno chiesto. Eppure l’ordine del superiore non cancella il gesto che quella persona compie e soprattutto non elimina la domanda fondamentale: posso affidare a un altro anche la responsabilità della mia coscienza?
Senza obbedienza non vivremmo insieme
Dobbiamo però evitare l’errore opposto e trasformare Arendt in un elogio permanente della disobbedienza, perché nessuna società potrebbe funzionare se ciascuno rispettasse soltanto le regole che personalmente considera giuste. Un ospedale nel quale ogni professionista decidesse autonomamente quali procedure applicare, un’impresa senza gerarchie o una strada dove ciascun automobilista interpretasse a modo proprio il codice diventerebbero rapidamente luoghi nei quali la libertà del singolo danneggia quella degli altri.
Abbiamo bisogno di leggi, regole, procedure e autorità proprio perché viviamo insieme. Anche la tradizione cristiana riconosce il valore dell’autorità e dell’obbedienza, ma non può accettare un’obbedienza che trasformi l’uomo in uno strumento privo di responsabilità, perché nessuna autorità umana può chiedere alla persona di spegnere la propria coscienza.
Del resto anche il Vangelo conosce bene questo confine quando Pietro e gli apostoli, davanti a un’autorità che pretende obbedienza, rispondono: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini» (At 5,29).
Il problema, quindi, non è l’obbedienza in sé, ma il momento in cui obbedire diventa un modo per rinunciare a pensare.
Quando essere in regola non significa essere nel giusto
La storia ci ha consegnato una lezione dolorosa: ciò che è legale non coincide necessariamente con ciò che è giusto. Sono esistite leggi che discriminavano uomini e donne per la loro origine, il colore della pelle o la religione, così come sono esistiti Stati capaci di dare una veste amministrativa e apparentemente ordinata a gravissime violazioni della dignità umana.
Anche per questo le democrazie liberali hanno costruito costituzioni, diritti fondamentali, separazione dei poteri e sistemi di controllo che pongono limiti a chi governa. Il principio è essenziale: nemmeno lo Stato può disporre arbitrariamente della persona.
La tradizione cristiana arriva allo stesso limite da una strada diversa, perché riconosce l’autorità senza considerarla assoluta. Se un comando pretende qualcosa di moralmente ingiusto, il fatto che provenga da un’autorità non basta a renderlo buono.
Su questo terreno il pensiero laico dei diritti e la concezione cristiana della coscienza possono incontrarsi, pur partendo da fondamenti differenti: entrambi ricordano al potere che esiste qualcosa nell’uomo di cui esso non può diventare proprietario.
Il coraggio della coscienza costa
Parlare di coscienza è abbastanza facile quando non rischiamo nulla, mentre tutto cambia se dire «no» significa entrare in conflitto con un superiore, compromettere una carriera, perdere un vantaggio oppure ritrovarsi isolati dal gruppo al quale apparteniamo.
Anche la frase «lo fanno tutti» possiede una forza enorme. Essere l’unica persona che solleva un dubbio mentre gli altri continuano tranquillamente a lavorare può farci pensare che il problema siamo noi e non ciò che sta accadendo; proprio in quel momento, però, la responsabilità personale smette di essere una bella parola e diventa una scelta concreta.
Da cristiano aggiungerei che la coscienza non coincide semplicemente con «quello che penso io» e non permette a ciascuno di inventarsi privatamente il bene e il male. È piuttosto il luogo nel quale la persona cerca sinceramente ciò che è giusto, si forma, si confronta e infine assume la responsabilità delle proprie azioni.
Oggi possiamo dire: «Lo ha deciso l’algoritmo»
C’è un altro motivo per cui Arendt mi sembra sorprendentemente contemporanea: alla vecchia frase «ho eseguito gli ordini» ne stiamo aggiungendo una nuova, «lo ha deciso il sistema».
Un algoritmo può stabilire quali contenuti vediamo sul telefono, contribuire alla selezione di un candidato per un lavoro, valutare un rischio o suggerire una decisione. Questi strumenti possono offrire vantaggi enormi, ma la loro efficienza può creare una nuova catena nella quale diventa difficile capire chi debba rispondere quando qualcosa va storto.
Il programmatore può sostenere di avere soltanto costruito lo strumento, l’azienda di averlo semplicemente utilizzato e l’operatore di aver seguito il risultato che compariva sullo schermo. Alla fine, però, una persona concreta subisce le conseguenze di una decisione e potrebbe non sapere più a chi domandare: perché?
Non siamo naturalmente davanti alla «banalità del male» nel significato storico in cui Arendt elaborò quell’espressione, e sarebbe profondamente sbagliato creare equivalenze. Rimane però attuale la sua domanda: possiamo delegare una decisione senza conservare la responsabilità di controllarne le conseguenze?
In ospedale una procedura incontra sempre una persona
Questa domanda acquista per me un significato ancora più concreto quando penso all’ospedale, dove protocolli, procedure e organizzazione sono indispensabili e spesso permettono di curare meglio e con maggiore sicurezza. Nessuna persona, però, coincide completamente con il numero della stanza, con una diagnosi o con una casella compilata sul computer.
Può accadere che tutti abbiano seguito correttamente una procedura e che tuttavia davanti a noi rimanga una persona che non ha compreso, che ha paura, che non sa a chi rivolgersi o che semplicemente ha bisogno che qualcuno la guardi negli occhi. In quel momento non dobbiamo necessariamente violare una regola, ma ricordarci perché quella regola esiste e soprattutto per chi esiste.
È forse una delle lezioni più semplici che possiamo portare fuori dalle pagine di Arendt: le procedure sono necessarie, ma non possono sostituire la responsabilità personale davanti all’altro.
«Ho solo obbedito» non basta
È questo, dopo tanti anni, ciò che continua ad affascinarmi nella riflessione di Hannah Arendt, perché La banalità del male non permette al lettore di collocare tranquillamente il male dall’altra parte della storia, tra uomini mostruosi con i quali non avremmo nulla in comune. Ci obbliga invece a interrogarci sulla nostra capacità di pensare, giudicare e assumerci la responsabilità di ciò che facciamo.
Tra un piccolo atto di conformismo quotidiano e i crimini di un regime totalitario esiste naturalmente una distanza immensa, che non dobbiamo mai cancellare. Proprio questa distinzione, però, ci permette di conservare la forza della domanda senza banalizzare la storia: nessuna organizzazione, nessuna legge, nessun superiore e, oggi possiamo aggiungere, nessun algoritmo possono vivere al posto della nostra coscienza.
Forse la libertà più difficile non consiste nel fare ciò che vogliamo, come ci chiedevamo parlando di Nietzsche, ma nel rimanere capaci di giudicare anche quando sarebbe molto più semplice lasciare che qualcun altro giudichi per noi. Per questo la frase «ho soltanto obbedito» continua a interrogarci non soltanto davanti a Eichmann e alla storia del Novecento, ma anche nel luogo in cui lavoriamo, nelle istituzioni alle quali apparteniamo e nelle piccole decisioni che prendiamo ogni giorno.
La domanda che Hannah Arendt ci lascia potrebbe allora essere questa: quando tutti fanno semplicemente ciò che viene chiesto, chi si assume ancora la responsabilità di domandare se sia giusto?
Diac. Luigi Giugno

