Quando si parla dell’ex Ilva di Taranto non si parla soltanto di acciaio, bilanci e produzione, ma di migliaia di lavoratori, di famiglie che dipendono da uno stipendio, di imprese che devono restare in piedi e, nello stesso tempo, della salute di chi lavora e di chi vive intorno alla fabbrica. È una vicenda nella quale sembra impossibile difendere un bene senza rischiare di danneggiarne un altro: se la fabbrica rallenta o chiude, si perdono posti di lavoro; se continua a produrre senza sufficienti garanzie, entrano in gioco la salute e l’ambiente. Proprio davanti a situazioni come questa Karl Marx torna, volenti o nolenti, a farci qualche domanda. Non perché le sue risposte debbano essere accettate, ma perché alcuni dei problemi che aveva visto nel rapporto tra lavoro e capitale non sono scomparsi.
Se Marx arrivasse davanti alla fabbrica
Marx probabilmente non comincerebbe dagli altoforni, ma dagli uomini che ogni mattina entrano in fabbrica, e chiederebbe chi possiede l’impresa, chi decide che cosa produrre, chi riceve il profitto e soprattutto che cosa succede al lavoratore quando il suo lavoro non serve più. Il punto da cui parte è abbastanza semplice: il lavoratore è libero di accettare o rifiutare un contratto, ma quanto è davvero libero se quello stipendio gli serve per vivere?
Pensiamo a un uomo di cinquantacinque anni, con un mutuo, una famiglia e magari venticinque anni trascorsi nella stessa azienda, che un giorno riceve una lettera di licenziamento. Possiamo dirgli che è libero di cercare un altro lavoro, trasferirsi o imparare un nuovo mestiere, ed è certamente vero, ma quella libertà ha un peso molto diverso rispetto a quella di chi possiede risparmi, proprietà o altre possibilità.
È una delle domande poste da Marx che rimane interessante ancora oggi: essere uguali davanti alla legge significa sempre essere ugualmente liberi nella vita concreta?
Il liberale risponde a Marx
A questo punto, però, un liberale avrebbe molte cose da obiettare, perché dietro un’impresa non c’è necessariamente un ricco proprietario che sfrutta i lavoratori, ma spesso c’è un imprenditore che ha investito denaro, contratto debiti, rischiato i propri risparmi, avuto un’idea, assunto persone e magari passato qualche notte senza dormire chiedendosi come pagare gli stipendi.
La proprietà privata e la libertà d’impresa, quindi, non servono soltanto a guadagnare: sono anche espressioni della libertà della persona e possono creare lavoro, innovazione e benessere. E il liberale potrebbe rivolgere a Marx una domanda altrettanto seria: se per eliminare il potere del capitale consegniamo allo Stato il controllo dell’economia, delle imprese e del lavoro, chi controllerà lo Stato?
Il Novecento ci ha mostrato che il problema non è teorico. I regimi comunisti hanno dimostrato che eliminare la proprietà privata e concentrare un enorme potere nelle mani dello Stato non rende automaticamente gli uomini più liberi e può portare, al contrario, alla soppressione di libertà politiche, economiche e religiose. Il confronto, allora, si fa interessante: Marx chiede al liberale se sia davvero libero chi non può permettersi di rifiutare un lavoro; il liberale domanda a Marx chi proteggerà la persona quando lo Stato diventerà troppo potente.
Sono due domande che meritano di essere ascoltate.
E la Chiesa che cosa dice?
La Chiesa non ha bisogno di scegliere tra Marx e il capitalismo, perché parte da un punto diverso: al centro dell’economia deve esserci la persona.
La critica cristiana al marxismo è profonda. La Chiesa non accetta una visione materialistica dell’uomo, non considera la lotta di classe la strada per costruire una società giusta e riconosce il diritto alla proprietà privata. La persona, per il cristianesimo, non può essere spiegata soltanto attraverso il lavoro, il denaro o la classe sociale alla quale appartiene.
Ma questo non significa affatto che la Chiesa consideri giusto tutto ciò che produce il libero mercato.
Già con la Rerum novarum, alla fine dell’Ottocento, la Chiesa difendeva la proprietà privata e nello stesso tempo denunciava condizioni di lavoro che potevano diventare disumane; successivamente la dottrina sociale ha continuato a difendere insieme la libertà dell’impresa e la dignità del lavoratore, ricordando che la proprietà è un diritto, ma non un diritto senza responsabilità, e che il profitto è necessario per un’impresa, ma non può diventare l’unica misura delle sue scelte.
Possiamo quindi riconoscere che alcune ingiustizie denunciate da Marx erano reali senza accettare né la sua concezione dell’uomo né le soluzioni politiche nate dal marxismo.
Il profitto è sbagliato?
No. Un’impresa deve guadagnare, perché un’azienda che perde continuamente denaro prima o poi chiude e, quando chiude, insieme all’imprenditore perdono il lavoro anche i dipendenti. Il problema comincia quando il profitto diventa l’unico criterio.
Se per guadagnare di più considero il lavoratore soltanto un costo da ridurre, dimentico che dietro quella voce del bilancio c’è una persona; ma sarebbe altrettanto sbagliato pretendere che un’impresa mantenga posti di lavoro che non è più economicamente in grado di sostenere.
La vera domanda, allora, diventa più difficile: quando un’azienda entra in crisi o l’economia cambia, chi deve pagare il prezzo del cambiamento? Soltanto il lavoratore? L’imprenditore? Lo Stato? Tutta la comunità?
È qui che la dottrina sociale della Chiesa introduce il bene comune, chiedendo che le decisioni economiche non vengano giudicate soltanto per quanto producono, ma anche per le conseguenze che hanno sulle persone.
E se il lavoro facesse male?
L’ex Ilva rende questa domanda ancora più concreta, perché difendere il lavoro significa cercare di salvare migliaia di posti, ma difendere il lavoratore significa anche tutelare la sua salute e quella delle persone che vivono intorno allo stabilimento.
Non possiamo chiedere a un uomo di scegliere semplicemente tra il pane e la salute. E non possiamo neppure fingere che ogni soluzione sia senza conseguenze, perché chiudere, produrre, riconvertire o investire grandi quantità di denaro pubblico significa comunque fare delle scelte e stabilire chi ne sosterrà il costo.
È proprio qui che la filosofia diventa vita quotidiana: non ci chiede soltanto quale sia la soluzione economicamente migliore, ma quale sia quella più rispettosa dell’uomo.
Le domande di Marx, le risposte della Chiesa
La Chiesa non deve riabilitare Marx per riconoscere che alcune delle ingiustizie da lui denunciate erano reali. La differenza decisiva sta nelle risposte, perché Marx interpreta quei problemi attraverso una concezione dell’uomo e della società che il cristianesimo non può condividere, mentre la tradizione cristiana parte dalla dignità della persona, che viene prima del capitale, del lavoro e della stessa capacità di produrre.
Per questo il fallimento storico dei regimi comunisti non rende inutili alcune domande: che cosa succede quando il capitale diventa più importante del lavoratore? Quanto è realmente libero chi vive in una situazione di forte dipendenza economica? Il lavoro è al servizio dell’uomo oppure rischiamo di mettere l’uomo al servizio del lavoro?
Possiamo rifiutare le risposte di Marx senza avere paura di ascoltare le sue domande.
In una stanza d’ospedale cambia tutto
C’è infine un luogo nel quale questa discussione diventa molto più semplice: una stanza d’ospedale, dove su un letto può trovarsi un imprenditore che ha creato centinaia di posti di lavoro, su quello accanto un operaio che per quarant’anni ha timbrato il cartellino e poco più avanti una persona che, a causa di una grave disabilità, non ha mai potuto lavorare.
Possiamo calcolare quanto hanno guadagnato, quanto possiedono, quanti contributi hanno versato e perfino quanto costano le cure che stanno ricevendo, ma nessuno di questi numeri riesce a dirci quanto vale ciascuna di quelle persone. È qui che lo sguardo cristiano prende una strada propria: la dignità dell’uomo non dipende da quanto produce, non aumenta insieme al patrimonio e non diminuisce quando l’età, la malattia o la fragilità gli impediscono di lavorare.
L’uomo non vale perché lavora; è il lavoro ad avere valore perché a lavorare è un uomo. Marx ci mette in guardia da un capitale che può dimenticare il lavoratore, il pensiero liberale da uno Stato che può soffocare la libertà, mentre la dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che né il mercato né lo Stato possono diventare più importanti della persona. Forse, allora, la domanda finale non è soltanto chi possiede i mezzi di produzione.
È molto più semplice: per chi stiamo producendo?
Diac. Luigi Giugno

