L’Italia paga, le carceri scoppiano e la cooperazione internazionale procede con il freno a mano tirato. Una proposta per trasferire i detenuti stranieri nei Paesi di cittadinanza e rivedere le regole europee.
Carceri italiane: un detenuto su tre è straniero
C’è un numero che meriterebbe di campeggiare sulle scrivanie del ministro della Giustizia e dei suoi colleghi europei: oltre il 31% delle persone detenute nelle carceri italiane è straniero.
Al 31 luglio 2026 erano 20.293, su circa 64.800 detenuti. Quasi uno su tre.
Essere stranieri non significa essere criminali, così come essere italiani non costituisce un certificato di buona condotta. Qui, però, parliamo di persone detenute per decisione dell’autorità giudiziaria e di chi debba sostenere i costi della loro custodia.
La domanda è semplice: perché un cittadino straniero, condannato in Italia, dovrebbe necessariamente scontare tutta la pena nelle nostre carceri?
La giustizia è italiana. Ma il carcere deve esserlo per forza?
Chi commette un reato in Italia deve risponderne davanti alla giustizia italiana. Ma stabilire la responsabilità penale e decidere dove eseguire la pena sono questioni differenti.
Perché non prevedere il trasferimento obbligatorio dei condannati definitivi nei rispettivi Paesi di cittadinanza? E perché non studiare una soluzione anche per gli imputati in custodia cautelare, mantenendo la competenza dei giudici italiani?
Qualcuno invocherà ostacoli giuridici, trattati, autorizzazioni e procedure. Certamente. Ma sarebbe curioso considerare le leggi come monumenti archeologici: si possono ammirare e restaurare, ma guai a modificarle.
Le norme modificabili devono poter cambiare, senza compromettere i diritti fondamentali.
Trasferimenti obbligatori: la proposta
L’Europa dovrebbe negoziare accordi che prevedano, in presenza di precise condizioni, il trasferimento obbligatorio senza necessità del consenso del detenuto.
La Convenzione di Strasburgo del 1983 e la decisione quadro europea 2008/909/GAI già disciplinano il trasferimento dei condannati. Quest’ultima, in determinate circostanze, non richiede nemmeno il loro consenso.
Non siamo dunque nel territorio della fantascienza giuridica.
Per gli imputati in custodia cautelare servirebbe invece una nuova disciplina, con obblighi di riconsegna, disponibilità per il processo e controllo dell’autorità giudiziaria italiana. La presunzione d’innocenza resterebbe naturalmente intatta.
Paese sicuro per i migranti, ma non per i detenuti?
L’Unione europea utilizza già il concetto di Paese di origine sicuro nelle procedure di asilo. Perché non sviluppare una classificazione specifica degli Stati affidabili per l’esecuzione delle pene e delle misure cautelari?
Servirebbero verifiche sulle condizioni carcerarie, garanzie giudiziarie, controlli periodici e obblighi internazionali vincolanti.
Non basterebbe, insomma, appiccicare l’etichetta di Paese sicuro su una cartina geografica.
Il trasferimento dovrebbe garantire l’effettiva esecuzione delle decisioni giudiziarie, senza esporre nessuno a trattamenti inumani.
Quanto ci costa un detenuto? Circa 55.000 euro all’anno
Ed eccoci ai numeri che interessano anche i contribuenti.
Secondo il XXII Rapporto dell’associazione Antigone, il costo medio complessivo di un detenuto è di circa 150 euro al giorno, equivalenti a 54.750 euro all’anno.
La legge di Bilancio 2026 destina all’Amministrazione penitenziaria circa 3,5 miliardi di euro, dei quali quasi il 65% assorbito dal personale di Polizia penitenziaria.
Applicando il costo medio ai 20.293 detenuti stranieri censiti a luglio, si ottiene un valore teorico di oltre 1,1 miliardi di euro annui.
Attenzione: non è il risparmio che si otterrebbe trasferendoli tutti. Molte spese sono fisse, non tutti sono trasferibili e gli accordi internazionali avrebbero un costo.
Ma la dimensione economica del problema è evidente. E meriterebbe qualcosa di più concreto dell’ennesimo convegno sul sovraffollamento carcerario.
Gli aiuti europei non possono essere un assegno senza condizioni
L’Italia e l’Europa finanziano numerosi programmi di cooperazione con Paesi terzi.
Se uno Stato sottoscrive un accordo per ricevere i propri cittadini detenuti e poi rifiuta sistematicamente di rispettarlo, perché non dovrebbero esserci conseguenze?
La proposta è di prevedere la sospensione o la revisione dei finanziamenti discrezionali destinati ai governi inadempienti, nei limiti consentiti dal diritto internazionale.
Gli aiuti umanitari alle popolazioni dovrebbero restare tutelati. Ma la collaborazione tra Stati non può essere un esercizio a senso unico, nel quale uno assume gli impegni e l’altro si limita a incassare.
Una proposta europea, non l’ennesimo annuncio
Occorrono accordi internazionali, procedure rapide, verifiche sulle condizioni detentive e obblighi reciproci effettivamente applicabili.
Non tutti i trasferimenti sarebbero possibili: resterebbero inderogabili il divieto di tortura, il diritto alla difesa e le garanzie della persona.
Ma queste tutele non impediscono di riformare la cooperazione penitenziaria.
La domanda, dunque, non è se esistano difficoltà. Esistono sempre. La domanda è se le istituzioni europee intendano affrontarle oppure continuare a utilizzarle come alibi per non cambiare nulla.
Perché l’Europa, così solerte nello stabilire regole, potrebbe finalmente dimostrarsi altrettanto determinata nel farle funzionare.
Giulio Valerio Santini
Fonti
- Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, statistiche sulla popolazione detenuta, luglio e settembre 2026.
- Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, rapporto aggiornato al 31 luglio 2026.
- Associazione Antigone, XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione, 2026, sezione «I costi della detenzione».
- Consiglio d’Europa, Convenzione sul trasferimento delle persone condannate, Strasburgo, 1983.
- Unione europea, decisioni quadro 2008/909/GAI e 2009/829/GAI.
- Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, articoli 4, 47 e 48
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