Una bottiglia d’acqua presa dallo scaffale di un supermercato costa pochi euro e richiede pochi secondi per essere acquistata, ma dietro quel gesto così normale c’è una rete enorme di persone che probabilmente non si incontreranno mai: qualcuno ha imbottigliato l’acqua, qualcuno ha prodotto la bottiglia, altri hanno preparato l’etichetta, organizzato il magazzino, guidato il camion, riempito gli scaffali e lavorato alla cassa. Nessuno di loro conosce la persona che alla fine berrà quell’acqua e quasi certamente nessuno ha lavorato pensando proprio a lei, eppure interessi diversi si sono incontrati e hanno prodotto un risultato utile. È anche da una scena così comune che possiamo cominciare a capire Adam Smith e l’etica del mercato.
Adam Smith oltre la mano invisibile
Quando si nomina Adam Smith, il pensiero corre quasi subito alla Ricchezza delle nazioni, pubblicata nel 1776, e alla celebre immagine della “mano invisibile”, diventata nel tempo una specie di riassunto del suo pensiero economico, anche se Smith è molto più complesso di questa formula.
La sua intuizione fondamentale è abbastanza semplice da riconoscere ancora oggi: per soddisfare molti dei nostri bisogni non è necessario conoscere personalmente coloro che producono ciò che utilizziamo. Chi prepara il pane che compriamo non deve essere nostro amico, così come chi produce le scarpe che indossiamo non deve sapere chi siamo; ciascuno persegue anche un proprio interesse e, attraverso gli scambi, interessi diversi finiscono per incontrarsi.
È ciò che accade quando scegliamo un supermercato invece di un altro, confrontiamo due prezzi, cambiamo compagnia telefonica oppure quando un’impresa cerca di conquistare nuovi clienti offrendo un prodotto migliore. Senza rendercene conto partecipiamo continuamente a quel grande sistema di relazioni che chiamiamo mercato.
Eppure fermarsi qui significherebbe conoscere soltanto una parte di Adam Smith.
L’uomo non pensa soltanto a se stesso
Diciassette anni prima della Ricchezza delle nazioni, nel 1759, Smith aveva pubblicato la Teoria dei sentimenti morali, opera indispensabile per comprendere la sua idea dell’essere umano. Al centro compare la sympathy, che non corrisponde esattamente alla nostra simpatia, ma indica la capacità di immaginare la situazione dell’altro e di partecipare, in qualche misura, ai suoi sentimenti.
Questa precisazione cambia parecchio l’immagine che spesso abbiamo di Smith, perché l’uomo che entra nel mercato cercando legittimamente il proprio interesse è anche un essere capace di guardare gli altri, formulare giudizi morali, desiderare la loro stima e interrogarsi sulla correttezza delle proprie azioni.
Il consumatore, il lavoratore e l’imprenditore non lasciano la propria coscienza fuori dalla porta quando entrano in un negozio, in una fabbrica o in un ufficio. Economia ed etica non riguardano due uomini diversi: riguardano la stessa persona.
Ed è proprio qui che il pensiero di Smith comincia a diventare molto più vicino alla nostra vita di quanto possa sembrare.
Il prezzo non dice quanto vale una cosa
Torniamo alla nostra bottiglia d’acqua. Il mercato sa dirci quanto costa, può confrontarne il prezzo con quello di altre marche, registrare quante persone la desiderano e organizzare un sistema molto efficiente per farla arrivare dal luogo nel quale viene imbottigliata fino allo scaffale davanti a noi.
Ma ci sono domande alle quali il prezzo non può rispondere.
Il lavoratore che ha partecipato alla produzione è stato pagato in modo giusto? L’acqua è stata prelevata rispettando il territorio? La plastica utilizzata avrà conseguenze sull’ambiente? Quali responsabilità abbiamo verso chi non dispone facilmente di acqua potabile? A questo punto non stiamo più parlando soltanto di economia. Stiamo parlando di etica, perché appare una distinzione fondamentale: prezzo e valore non sono la stessa cosa.
Una giornata trascorsa accanto a una persona malata può non produrre alcun guadagno e avere un valore enorme; il tempo dedicato gratuitamente a un anziano non compare in uno scontrino; l’amicizia, la fedeltà, la fiducia, la cura di un figlio e la dignità di una persona non acquistano maggiore valore perché qualcuno è disposto a pagare di più.
Il mercato ha bisogno dei prezzi per funzionare. Una società, però, non può utilizzare il prezzo per stabilire il valore di tutto.
Adam Smith e l’etica del mercato
È qui che la domanda diventa particolarmente attuale: il mercato è uno strumento oppure può diventare il criterio con cui giudichiamo ogni aspetto della nostra esistenza?
La differenza è enorme, perché uno strumento può essere estremamente utile senza per questo diventare la misura di tutto.
Anche la dottrina sociale della Chiesa riconosce il valore del libero mercato e dell’iniziativa economica, perché attraverso di essi possono svilupparsi creatività, lavoro, innovazione, responsabilità personale e capacità di rispondere ai bisogni; nello stesso tempo ricorda che l’interesse individuale, pur essendo legittimo, non può diventare l’unico obiettivo dell’attività economica.
Non si tratta quindi di essere semplicemente a favore o contro il mercato, perché sarebbe una contrapposizione troppo povera. La domanda è un’altra: a servizio di chi deve stare l’economia?
La prospettiva cristiana mette al centro la persona e il bene comune. La libertà economica ha un valore proprio perché l’uomo è libero, creativo e responsabile, ma questa libertà non può dimenticare che dietro ogni numero ci sono persone, famiglie, lavoratori e comunità. Il mercato rimane uno strumento prezioso, ma uno strumento, per quanto efficace, non può decidere da solo verso quale fine dobbiamo andare.
Senza fiducia anche il mercato si ferma
C’è poi qualcosa che non troviamo scritto sullo scontrino, ma senza il quale persino il sistema economico più efficiente avrebbe grandi difficoltà a funzionare: la fiducia.
Quando compriamo un alimento confidiamo che ciò che leggiamo sull’etichetta corrisponda al vero; quando depositiamo denaro in banca presumiamo che determinate regole vengano rispettate; quando firmiamo un contratto ci aspettiamo che anche l’altra parte mantenga gli impegni assunti.
Proviamo a immaginare una società nella quale tutti mentano ogni volta che conviene farlo, i contratti vengano rispettati soltanto quando è impossibile violarli e ciascuno cerchi di ingannare l’altro appena ne ha l’occasione: anche gli scambi più semplici diventerebbero difficili, perché nessuno potrebbe più fidarsi di nessuno.
Dietro l’economia esiste dunque un patrimonio quasi invisibile fatto di fiducia, responsabilità, correttezza e rispetto della parola data. Non compare nei bilanci, ma permette anche ai bilanci di avere un significato.
L’economia, quindi, ha bisogno dell’etica molto più di quanto possa sembrare.
Siamo davvero tutti egoisti?
Possiamo allora tornare alla domanda del titolo. L’essere umano cerca certamente il proprio interesse. Desidera una retribuzione adeguata, vuole migliorare la propria condizione, pensa al futuro della propria famiglia e cerca legittimamente una sicurezza economica. Ma la stessa persona è capace di gratuità, solidarietà, sacrificio e attenzione verso gli altri.
Il problema nasce quando pretendiamo di spiegare tutto l’uomo attraverso una sola dimensione.
Se pensiamo che l’essere umano sia soltanto interesse e guadagno, lo impoveriamo; se immaginiamo invece che possa vivere senza alcun interesse personale, costruiamo probabilmente un uomo che non esiste.
Adam Smith rimane interessante proprio perché, letto senza le semplificazioni che nel tempo gli sono state attribuite, ci conduce dentro questa tensione e ci permette di capire quanto la filosofia continui a influenzare comportamenti che compiamo senza nemmeno pensarci.
La bottiglia d’acqua è ormai nel nostro carrello. Passerà davanti al lettore ottico, apparirà un prezzo e qualcuno la pagherà. Il mercato avrà fatto ciò che deve fare. Rimarrà però una domanda che nessun codice a barre può leggere: quanto vale davvero ciò che abbiamo davanti?
Per rispondere non basta più l’economia. Serve l’etica.
Diac. Luigi Giugno

