Seconda puntata – Servizi segreti, tribunali, remigrazione, Russia e cordone sanitario: siamo entrati nella parte più scomoda della storia
Nella prima puntata ho cercato di capire che cosa sia diventata Alternative für Deutschland, AfD. Spero di esserci riuscito. Adesso viene la parte più difficile. Perché possiamo discutere di immigrazione, euro, nucleare, Russia o Green Deal e trovarci davanti a posizioni radicali, discutibili, persino sbagliate. Ma comunque appartenenti al normale conflitto politico di una democrazia.
La questione cambia completamente quando la domanda diventa un’altra. AfD vuole cambiare profondamente la Germania oppure rappresenta una minaccia per la democrazia tedesca?
Non è una distinzione, come direbbero i più colti, puramente accademica. Perché in Germania può significare molte cose. Essere sorvegliati dai servizi di sicurezza e, nel caso estremo, arrivare davanti alla Corte costituzionale per chiedere la messa al bando di un partito. Quando poi quel partito raccoglie più di dieci milioni di voti e nel settembre 2026 conquista quasi il 44% in un Land, la faccenda diventa piuttosto seria.
Il giorno in cui AfD diventò “estremista”
Nel maggio 2025 il Bundesamt für Verfassungsschutz, l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, classificò l’intera AfD come organizzazione estremista di destra. La notizia fece il giro del mondo. Per molti, sembrò la conferma definitiva di quanto sostenevano da anni. AfD non sarebbe semplicemente un partito molto a destra, ma una forza incompatibile con alcuni principi fondamentali della democrazia costituzionale tedesca.
Il problema è che la storia non è finita lì, anche se qualcuno sembra essersi fermato volentieri al titolo del giornale.
AfD ricorse alla giustizia. Nel febbraio 2026 il Tribunale amministrativo di Colonia impedì provvisoriamente al servizio di intelligence di continuare a definire pubblicamente l’intero partito come organizzazione estremista accertata.
Che cosa significa esattamente? Confesso che ci ho messo un po’ anch’io a districarmi nella questione, quindi magari voi sarete più veloci.
Il tribunale non ha stabilito che AfD sia estranea all’estremismo. Ha riconosciuto l’esistenza di un forte sospetto di orientamenti anticostituzionali all’interno del partito. Ma attenzione, , ma ha ritenuto che gli elementi disponibili non fossero sufficienti, in quella fase del procedimento, per attribuirli indistintamente all’intera organizzazione.
Sono quindi sbagliate entrambe le scorciatoie. Dire che “la giustizia tedesca ha stabilito che AfD è estremista” non descrive la situazione attuale. Anche se fa certamente comodo a chi teme di perdere consenso, potere e magari qualche seggio ben pagato. Mentre certa stampa utilizza volentieri questa formula come una clava. Sarebbe però altrettanto falso sostenere che “i giudici hanno certificato che AfD è perfettamente democratica”, perché non hanno fatto né l’una né l’altra cosa.
Cari lettori, dire la verità continua a essere uno sport piuttosto faticoso e alcuni, evidentemente, preferiscono non praticarlo.
Björn Höcke, l’uomo che AfD non può nascondere
Poi c’è Björn Höcke, e qui le cose diventano decisamente meno comode per chi vorrebbe raccontare AfD semplicemente come una normale formazione conservatrice.
Alice Weidel rappresenta il volto più internazionale e presentabile del partito. Höcke è uno dei leader più influenti della sua componente nazionalista e radicale, soprattutto nella Germania orientale. E anche un politico che ha attraversato ripetutamente il confine delicatissimo della memoria storica tedesca.
Höcke è stato condannato per avere utilizzato pubblicamente la formula “Alles für Deutschland”, slogan delle SA naziste vietato nell’uso politico nella Germania contemporanea. Non siamo quindi davanti a una semplice sfumatura linguistica. Perché in Germania il nazismo non rappresenta soltanto un capitolo di storia. Ma il trauma intorno al quale è stata ricostruita la Repubblica federale e rispetto al quale formule e simbologie assumono inevitabilmente un peso enorme.
Il problema per AfD è che Höcke non è il consigliere comunale di un paesino che il partito possa liquidare come una scheggia impazzita. E’ una delle sue figure più conosciute e influenti. Diventa quindi inevitabile chiedersi quanto pesi davvero quest’anima dentro AfD e fino a che punto ne rappresenti soltanto una corrente oppure qualcosa di più profondo.
Remigrazione, qui le parole non bastano più
Arriviamo così alla parola che probabilmente più di ogni altra ha incendiato il dibattito tedesco. Remigrazione.
Come abbiamo visto nella prima puntata, il programma ufficiale di AfD utilizza questo termine riferendosi essenzialmente all’allontanamento di certi stranieri. Senza diritto di soggiorno, criminali, estremisti e persone per le quali siano venuti meno i presupposti della protezione. Si tratta certamente di una politica durissima, ma concettualmente diversa dall’espulsione di cittadini tedeschi.
E, per essere chiari fino in fondo senza nascondermi dietro il mestiere del cronista, è una politica che il sottoscritto vorrebbe vedere applicata anche in Italia.
Esiste però un altro significato della stessa parola. Sviluppato dall’attivista austriaco Martin Sellner e da ambienti della destra identitaria, che si fonda sulla difesa dell’identità “etnoculturale” della popolazione e può arrivare a coinvolgere anche cittadini formalmente tedeschi considerati non assimilati. È a questo punto che entra nella nostra storia l’incontro di Potsdam.
Alla fine del 2023 Sellner partecipò a una riunione alla quale erano presenti anche esponenti AfD e illustrò il proprio progetto di remigrazione. L’inchiesta di Correctiv che rese pubblico quell’incontro provocò enormi manifestazioni in tutta la Germania, ma anche in questo caso bisogna usare il bisturi e non il megafono, perché le piazze fanno certamente impressione ma non sostituiscono le prove e sappiamo bene quanto possano essere utilizzate politicamente.
Negli anni successivi sono infatti nate controversie giudiziarie anche sul modo in cui quell’incontro era stato raccontato. Alcune ricostruzioni giornalistiche sono state contestate e le decisioni giudiziarie non sono state sempre uniformi, ma il nucleo del problema è rimasto.
Sellner ha sostenuto una concezione della remigrazione che può riguardare anche cittadini e che è stata giudicata incompatibile con principi costituzionali fondamentali. Nel maggio 2026 il Kammergericht di Berlino ha inoltre stabilito che l’incontro di Potsdam poteva essere definito, nel contesto esaminato dal tribunale, una “conferenza sulla deportazione”.
Questo non significa che il programma ufficiale di AfD preveda la deportazione dei cittadini tedeschi di origine straniera, perché non la prevede. Significa però che dentro e intorno al partito esiste una battaglia tutt’altro che teorica sul significato della parola remigrazione e, soprattutto, sull’idea stessa di appartenenza alla nazione tedesca.
La domanda decisiva. Cittadinanza o sangue?
Alla fine gran parte della controversia sull’estremismo converge proprio qui: che cosa rende una persona tedesca? Il passaporto e l’appartenenza alla comunità politica oppure anche un’origine etnica e culturale?
La Costituzione tedesca non consente di creare cittadini di serie A e cittadini di serie B sulla base dell’origine e per questo le autorità osservano con particolare attenzione le dichiarazioni nelle quali affiora una concezione etnica del popolo tedesco.
Qui le preoccupazioni non sono inventate, ma esiste contemporaneamente un altro problema democratico altrettanto serio. Quando le affermazioni di singoli dirigenti possono essere attribuite giuridicamente a un intero partito? È precisamente uno dei nodi emersi davanti al tribunale nel febbraio 2026 e non è affatto un dettaglio, perché fra giudicare un uomo per ciò che dice e giudicare dieci milioni di elettori per ciò che ha detto quell’uomo passa una discreta fetta di democrazia.
E poi c’è Mosca
Un altro capitolo che AfD non può liquidare facilmente riguarda la Russia. Alice Weidel ha dichiarato apertamente di voler ricostruire i rapporti energetici ed economici con Mosca, mentre AfD contesta le sanzioni, critica il sostegno militare tedesco all’Ucraina e sostiene che la rottura con la Russia abbia contribuito alla crisi industriale tedesca. Alcuni suoi esponenti hanno sostenuto persino la riapertura dei collegamenti energetici attraverso Nord Stream.
Anche qui bisogna distinguere, perché essere contrari alle sanzioni contro Mosca non significa automaticamente essere agenti di Vladimir Putin e contestare l’invio di armi all’Ucraina è una posizione politica perfettamente legittima in una democrazia. In Italia lo fa apertamente Conte con il M5S e ora anche Futuro Nazionale di Vannacci.
Quando però una forza che aspira a governare la Germania mantiene rapporti particolarmente intensi con Mosca mentre la Russia combatte in Ucraina ed è considerata da Berlino una minaccia alla sicurezza europea, la questione assume inevitabilmente una dimensione strategica.
Non basta quindi gridare “filorussi!”, mettere il timbro sulla pratica e andare tranquillamente a pranzo. Bisogna chiedersi che cosa cambierebbe davvero se AfD arrivasse al governo, e la risposta è abbastanza semplice. Cambierebbe moltissimo nella politica estera ed energetica tedesca e probabilmente anche negli equilibri europei.
La Brandmauer comincia a scricchiolare
Per impedire che ciò accada, la politica tedesca ha costruito la Brandmauer, il muro tagliafuoco che prevede nessuna coalizione e nessun accordo di governo con AfD.
CDU, SPD, Verdi e gran parte delle altre forze hanno mantenuto per anni questo principio. AfD poteva crescere, entrare nei parlamenti regionali e nel Bundestag, ma doveva comunque rimanere fuori dal governo.
Poi sono arrivati i numeri, che hanno la brutta abitudine di rovinare le costruzioni teoriche.
Nel settembre 2026 AfD ha conquistato 39 degli 83 seggi del parlamento della Sassonia-Anhalt, mentre per raggiungere la maggioranza ne servono 42. Improvvisamente il muro non è più una teoria: AfD cerca interlocutori, la CDU continua a dire no e diventa inevitabile chiedersi quanto possa durare una Brandmauer se il partito che dovrebbe rimanere dietro il muro diventa il primo partito.
Vietare AfD?
A questo punto compare la soluzione estrema, ossia mettere AfD fuori legge. La Germania dispone, proprio in conseguenza della propria storia, degli strumenti della cosiddetta “democrazia militante”, che consentono di vietare organizzazioni politiche che mirino concretamente a distruggere l’ordine democratico. Vietare AfD, però, significherebbe chiedere alla Corte costituzionale di sciogliere una forza sostenuta da milioni di cittadini.
Non basta dimostrare che nel partito esistano estremisti o che alcuni dirigenti abbiano pronunciato frasi incompatibili con i valori costituzionali, perché la soglia giuridica necessaria per mettere al bando un’intera formazione politica è molto più alta.
Non sorprende quindi la prudenza di Friedrich Merz, anche perché rimane un problema che nessun tribunale può cancellare con una sentenza cari lettori. Sciogliere il partito non significa sciogliere le ragioni per cui milioni di persone lo votano.
E se il problema non fosse soltanto AfD?
Possiamo discutere Höcke, analizzare la remigrazione, osservare con preoccupazione i rapporti con Mosca e leggere fino all’ultima pagina i dossier dei servizi di sicurezza. Dobbiamo farlo, perché ignorare le componenti radicali di AfD significherebbe trasformare questo reportage in propaganda.
Dopo avere fatto tutto questo, però, sul tavolo rimangono più di dieci milioni di elettori e dobbiamo chiederci se sia davvero possibile spiegare una parte così grande della società tedesca sostenendo semplicemente che sia diventata estremista. Oppure AfD sta raccogliendo qualcosa che gli altri partiti non riescono più a vedere?
Immigrazione percepita come fuori controllo, paura della deindustrializzazione, energia costosa, crisi dell’automobile, inflazione, guerra, diffidenza verso Bruxelles, distanza fra Est e Ovest, insoddisfazione verso il governo e la sensazione, sempre più diffusa, che alcune questioni non possano neppure essere discusse senza ricevere immediatamente una patente morale.
Non è necessario condividere queste paure per riconoscere che esistono e dare dell’estremista a una paura, per quanto possa gratificare chi lo fa, difficilmente servirà a farla sparire.
Il paradosso tedesco
È qui che nasce il grande paradosso della Germania contemporanea, perché più AfD viene descritta come un partito che nessuno dovrebbe votare, più milioni di tedeschi la votano; più viene isolata, più può presentarsi come vittima dell’establishment; più gli altri partiti dichiarano che bisogna fermarla, più AfD può sostenere che il sistema non voglia fermare soltanto lei, ma anche i suoi elettori.
Politicamente è un meccanismo formidabile e la Brandmauer rischia così di produrre anche l’effetto opposto rispetto a quello per cui era stata costruita. Questo non significa affatto che debba essere abbattuta, ma significa qualcosa di molto più semplice, da sola non basta più.
Allora, AfD è estremista?
Dopo due puntate di un reportage sarebbe molto comodo rispondere con un sì oppure con un no e magari ci guadagneremmo pure un titolo più acchiappa-click. Il problema è che sarebbe poco serio.
Dentro AfD esistono esponenti e correnti che hanno espresso posizioni radicali e, in alcuni casi, incompatibili con principi fondamentali della democrazia costituzionale tedesca. Esistono dichiarazioni, fatti e condanne che non possono essere cancellati limitandosi ad accusare i media di ostilità.
Allo stesso tempo, non esiste oggi una sentenza che abbia dichiarato l’intera Alternative für Deutschland un partito anticostituzionale. Nel febbraio 2026 un tribunale ha impedito provvisoriamente ai servizi di intelligence di trattare l’intera organizzazione come estremista accertata, pur riconoscendo l’esistenza di forti elementi di sospetto. Questa è la realtà, ed è terribilmente più complicata di uno slogan.
La Germania davanti allo specchio
Forse, allora, in molti hanno sbagliato per anni ponendosi la domanda sbagliata, chiedendosi soprattutto che cosa bisogna fare per fermare AfD.
Dopo il 20,8% ottenuto alle elezioni federali del 2025 e quasi il 44% raggiunto in Sassonia-Anhalt nel 2026, sarebbe probabilmente più utile domandarsi perché così tanti tedeschi vogliano AfD.
È una domanda molto più scomoda, perché obbliga gli altri partiti a guardare non soltanto gli errori dell’avversario, ma anche i propri. Che evidentemente sono tanti, forse anche alla base del fenomeno Vannacci in Italia.
AfD potrà moderarsi oppure radicalizzarsi, potrà rimanere dietro la Brandmauer oppure un giorno attraversarla, potrà arrivare al governo di un Land e successivamente tentare la conquista della Cancelleria. Una cosa, però, è già accaduta: AfD non è più ai margini della politica tedesca, ma è diventata uno dei suoi protagonisti. Di questo i tedeschi, gli europei devono prendere atto.
Forse il fatto più importante emerso dal nostro viaggio dentro Alternative für Deutschland è proprio questo. Continuare a raccontarla soltanto come un’anomalia potrebbe essere il modo migliore per non capire la Germania che sta arrivando.
In ogni caso, cari lettori, prima i fatti, poi il giudizio.
Giulio Valerio Santini
Leggi anche:
https://www.nationaldailypress.it/afd-germania-chi-sono-davvero/
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