Da Kuhn e Beck a Harari e Khanna: leggere l’apparente follia della geopolitica contemporanea come una metamorfosi, non come un’anomalia
di Alberto Pagani
Docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna — Esperto di Intelligence e Guerra Cognitiva
Geopolitica 2026: perché il mondo sembra impazzito
Chi osserva lo scenario internazionale di questo 2026 fatica a sottrarsi a un’impressione di irrazionalità diffusa. Gli Stati Uniti, architetti dell’ordine liberale, sono diventati il principale fattore di imprevedibilità del sistema: la Casa Bianca minaccia dazi contro gli alleati, rivendica la Groenlandia, combatte una guerra con l’Iran che fa impennare il prezzo del greggio e, nello stesso tempo, tratta con Mosca intese energetiche che lasciano gli europei a interrogarsi sul valore delle garanzie atlantiche. Lo Stretto di Hormuz, chiuso e riaperto a più riprese, ricorda che un pugno di miglia marine può tenere in ostaggio l’economia mondiale. In Europa le infrastrutture vengono sabotate da civili reclutati online per poche centinaia di euro, mentre campagne di disinformazione si dimostrano capaci di condizionare il voto. Davanti a questo quadro la tentazione è concludere che il mondo sia impazzito, che la storia sia tornata nella sua versione più brutale e capricciosa.
Vorrei proporre un’ipotesi diversa, e in un certo senso più inquietante. Il mondo non è impazzito: siamo noi a osservarlo con categorie che non sono più in grado di descriverlo. Ciò che ci appare come follia è, in buona parte, l’effetto ottico di uno sfasamento tra una realtà che si è trasformata e gli strumenti concettuali con cui pretendiamo ancora di leggerla.
Thomas Kuhn e la crisi dei paradigmi geopolitici
Nel 1962 Thomas Kuhn pubblicò La struttura delle rivoluzioni scientifiche, un libro destinato a cambiare il modo in cui pensiamo la conoscenza. La scienza, sosteneva, non progredisce in modo lineare e cumulativo. Opera per lunghi periodi all’interno di un paradigma, cioè di una griglia di lettura condivisa che stabilisce quali problemi siano rilevanti, quali metodi legittimi, quali risposte accettabili. È la fase della «scienza normale», in cui la comunità scientifica risolve rompicapi senza mettere in discussione i presupposti. Prima o poi, però, emergono anomalie, fenomeni che il paradigma non riesce a spiegare. Quando si accumulano oltre una certa soglia si apre la crisi, e infine la rivoluzione: un nuovo paradigma prende il posto del vecchio.
Il punto più fecondo della riflessione di Kuhn è il concetto di incommensurabilità. Due paradigmi non si possono confrontare con un metro comune, perché ciascuno ridefinisce i concetti, le priorità e persino ciò che conta come fatto. Cambiare paradigma significa cambiare gli occhiali con cui si guarda il mondo, e chi indossa quelli vecchi non vede semplicemente meno: vede altro.
Trasposta nell’analisi internazionale, questa intuizione è illuminante. Il paradigma che ha dominato la geopolitica occidentale dalla fine della Guerra fredda poggiava su alcuni assunti: lo Stato-nazione come attore razionale e unità naturale di analisi, la potenza misurabile in termini di PIL, spesa militare e territorio, l’interdipendenza economica come fattore di pacificazione, la distinzione netta tra pace e guerra, tra interno ed esterno, tra informazione e azione. Da almeno due decenni le anomalie si moltiplicano: un’interdipendenza che diventa arma, guerre che non vengono dichiarate e non finiscono mai, democrazie consolidate che si scoprono vulnerabili a un contenuto virale. Le abbiamo trattate come eccezioni. Forse sono il sintomo di una crisi di paradigma.
Ulrich Beck: la metamorfosi del mondo e i nuovi rischi globali
Ulrich Beck aggiunge un passaggio decisivo. Il sociologo tedesco si era imposto con La società del rischio, uscito nel 1986, a pochi mesi da Černobyl’, dove mostrava come la modernità avanzata producesse minacce invisibili e globali come sottoprodotto del proprio successo. Nell’opera pubblicata postuma nel 2016, La metamorfosi del mondo, Beck compie un ulteriore salto e introduce una distinzione che oggi appare più attuale di quando fu scritta.
Il cambiamento, spiega, è una trasformazione che avviene all’interno del sistema: la società si modernizza, si adatta, ma conserva intatte le categorie con cui si pensa e le istituzioni che la reggono. La metamorfosi è un’altra cosa. È un mutamento della natura stessa delle cose, che fa saltare le certezze su cui poggiava l’ordine precedente: lo Stato-nazione, i confini, la distinzione tra dentro e fuori. Non cambia la società; cambiano le condizioni stesse della socialità.
Tre motori alimentano questa metamorfosi. Il primo è la crisi ecologica dell’Antropocene, con la produzione di rischi irreversibili che non conoscono frontiere. Il secondo è quella che Beck chiama la svolta cosmopolita: la necessità di superare il «nazionalismo metodologico», l’errore teorico di considerare lo Stato-nazione la cornice naturale di ogni analisi sociale e politica, quando le sfide decisive hanno ormai una scala che nessuno Stato da solo può governare. Il terzo, forse il più importante, è l’involontarietà. La metamorfosi non è il frutto di un progetto né di una rivoluzione pianificata; è un processo subìto, innescato dagli effetti collaterali non intenzionali della modernizzazione, che le élite non riescono a dominare e spesso neppure a riconoscere.
Kuhn e Beck: due teorie per comprendere il nuovo ordine mondiale
Mettere Kuhn e Beck l’uno accanto all’altro permette di cogliere la natura della crisi che stiamo attraversando. Entrambi descrivono uno sviluppo non lineare, che procede per rotture anziché per accumulo. Entrambi collocano l’origine della rottura in qualcosa che il sistema dominante non riesce a metabolizzare: le anomalie per Kuhn, i side effects per Beck. Le differenze, però, sono istruttive. La rivoluzione kuhniana è un processo concettuale, guidato da una comunità scientifica che a un certo punto sceglie di adottare un nuovo modello. La metamorfosi di Beck è un processo materiale e strutturale, che la società subisce senza averlo scelto.
Qui sta il nodo della nostra condizione. Il mondo ha già attraversato la metamorfosi descritta da Beck, ma la comunità di chi lo deve interpretare – analisti, diplomatici, militari, decisori politici – non ha ancora compiuto la rivoluzione kuhniana. Le strutture reali sono cambiate; le griglie di lettura no. Continuiamo a praticare la «scienza normale» della geopolitica classica su un oggetto che non le corrisponde più e, ogni volta che la realtà smentisce le previsioni, archiviamo lo scarto come irrazionalità degli attori. La follia che percepiamo è esattamente lo spazio vuoto tra una metamorfosi già avvenuta e un cambio di paradigma che non abbiamo ancora avuto il coraggio di compiere.
Parag Khanna: la geopolitica delle connessioni e delle infrastrutture
Se Kuhn spiega come mutano le griglie concettuali e Beck come muta la materia della società, Khanna e Harari permettono di seguire la metamorfosi lungo due assi, lo spazio e la mente, che non corrono paralleli ma sono legati da un nesso di consequenzialità: la riscrittura del primo produce la riscrittura della seconda.
Parag Khanna, con Connectography, propone una rivoluzione analoga sul piano spaziale. La sua tesi è che il potere globale si stia spostando dalla geografia dei confini alla geografia delle connessioni: oleodotti e gasdotti, cavi sottomarini, dorsali digitali, corridoi logistici, catene del valore e grandi aree metropolitane. Le mappe politiche, con i loro Stati colorati e separati da linee nette, descrivono sempre meno il funzionamento reale del pianeta; servono mappe funzionali, che mostrino i flussi anziché le sovranità. In questa prospettiva la connettività diventa una risorsa strategica più rilevante del territorio, e il controllo dei nodi conta più del possesso delle superfici.
Con MOVE Khanna estende il ragionamento alla demografia. Di fronte alla metamorfosi ecologica la mobilità umana diventa una strategia di adattamento, e le migrazioni climatiche ridisegnano la mappa della presenza umana: le frontiere restano politicamente decisive, ma non descrivono più dove si trovano persone, risorse e vulnerabilità.
Dallo Stretto di Hormuz alla Groenlandia: la geopolitica dei nodi strategici
Basta applicare questa lente ai fatti dell’anno per vedere come l’apparente follia acquisti un ordine. La centralità di Hormuz e di Bab el-Mandeb, il danneggiamento dei cavi nel Baltico, l’uso dei dazi e delle sanzioni come armi, la competizione per i porti del Mediterraneo e per le terre rare non sono stravaganze: sono la geopolitica dei nodi che soppianta la geopolitica delle linee. E le pressioni americane sulla Groenlandia, che appaiono grottesche se lette nel linguaggio della sovranità territoriale, diventano comprensibili – il che non significa condivisibili – se le si legge come lotta per il controllo delle rotte artiche, dei minerali critici e delle posizioni per la difesa missilistica.
Harari e Byung-Chul Han: algoritmi, informazione e guerra cognitiva
Il passo successivo è quasi obbligato. Un mondo organizzato per connessioni anziché per confini è un mondo in cui ciò che circola, prima ancora delle merci e delle persone, è l’informazione; e chi controlla i nodi della rete governa anche i flussi che formano la percezione della realtà. La connettografia di Khanna trova così la sua conseguenza logica nell’analisi di Harari.
Yuval Noah Harari, in Homo Deus e poi in Nexus, descrive lo spostamento progressivo dell’autorità epistemica e decisionale dall’essere umano agli algoritmi. L’umanesimo, che aveva posto l’esperienza e il giudizio individuale al centro della conoscenza e della legittimità politica, cede terreno a ciò che Harari chiama Dataismo, una visione in cui valore e verità coincidono con la capacità di elaborare flussi di dati. In Nexus l’attenzione si sposta sulle reti informative e sui loro effetti collaterali: nessuno ha progettato la frammentazione del discorso pubblico, ma gli algoritmi di raccomandazione la producono come conseguenza sistemica.
Byung-Chul Han e la psicopolitica: il controllo attraverso l’informazione
Byung-Chul Han aiuta a capire perché questo trasferimento di autorità avvenga senza incontrare resistenza. Il potere contemporaneo, osserva il filosofo coreano-tedesco, non ha più bisogno di reprimere: è una psicopolitica che seduce anziché vietare, che non impone il silenzio ma sollecita a comunicare, condividere, esporsi. Il soggetto che si crede libero consegna spontaneamente i propri dati, e proprio quella libertà diventa la materia prima del controllo. In Infocrazia Han dà un nome al regime che ne deriva: un ordine in cui il dominio si esercita attraverso l’informazione e gli algoritmi, mentre la democrazia degenera perché il discorso pubblico si dissolve in un flusso di stimoli, l’argomentazione cede al potenziale di eccitazione e la massa dei cittadini si scompone in uno sciame di individui incapaci di riconoscersi in un «noi». È la versione interiore della metamorfosi di Beck: un effetto collaterale che nessuno ha deciso e che ciascuno contribuisce a produrre ogni volta che scorre uno schermo. La connettività che sulla mappa di Khanna appare come una risorsa, sul piano della psiche diventa un’esposizione permanente.
La guerra cognitiva: quando la mente diventa un campo di battaglia
Per l’analisi strategica questo significa che la mente umana è diventata un terreno di confronto a sé stante. La guerra cognitiva non è una variante tecnologica della vecchia propaganda: è la forma che il conflitto assume quando l’autorità di definire la realtà si è trasferita su infrastrutture informative che nessuno Stato controlla interamente. Una potenza priva di grandi flotte può ottenere effetti strategici agendo sulla percezione delle società avversarie e sfruttando proprio l’apertura delle nostre democrazie. Valutare la minaccia contando carri armati e testate significa guardare dove la partita non si gioca più.
Intelligence e analisi strategica: gli errori di valutazione delle minacce
Da questa matrice discendono alcune conseguenze pratiche per chi si occupa di analisi strategica e di intelligence. La prima riguarda quello che la Commissione d’inchiesta sull’11 settembre definì «failure of imagination». Il fallimento più grave non fu una carenza di informazioni, ma l’incapacità di concepire che la minaccia potesse assumere una forma estranea al paradigma vigente. Applicare modelli tradizionali a fenomeni metamorfici produce esattamente questo esito: i segnali deboli vengono raccolti ma non letti, perché non trovano posto nella griglia. L’analista deve allora trattare le anomalie non come rumore da filtrare, ma come indizi di un mutamento delle regole del gioco.
La seconda riguarda il mirror-imaging, la proiezione della propria razionalità sull’avversario, che Richards Heuer indicava tra le distorsioni cognitive più insidiose del lavoro analitico. Il concetto kuhniano di incommensurabilità gli conferisce una profondità nuova. Quando attori diversi operano dentro paradigmi culturali, ideologici e strategici incommensurabili, le stesse informazioni e le stesse azioni vengono interpretate in modi radicalmente divergenti. Quella che a noi sembra una mossa irrazionale del Cremlino, di Teheran o di Pechino è spesso perfettamente razionale dentro un’altra griglia, che attribuisce valore a cose diverse e misura il tempo con un altro orologio.
La terza conseguenza è la necessità di andare oltre le metriche classiche della potenza. Spesa militare, territorio e PIL restano indicatori importanti, ma non colgono le vulnerabilità sistemiche interdipendenti: la dipendenza da un fornitore unico, la concentrazione dei traffici in uno stretto, la fragilità dell’ecosistema informativo. In un mondo metamorfico la sicurezza non può più essere concepita come un bene esclusivamente nazionale, né come un gioco a somma zero.
Un nuovo paradigma per comprendere la geopolitica contemporanea
Kuhn osservava che i vecchi paradigmi non vengono abbandonati perché confutati, ma perché ne emerge uno nuovo capace di spiegare meglio le anomalie. Non basta, quindi, constatare che le categorie tradizionali sono in crisi: occorre costruirne di nuove. Beck indicava la direzione nel «realismo cosmopolita», una prospettiva che non nega gli interessi nazionali né la logica della potenza, ma riconosce che essi vanno perseguiti in una realtà in cui rischi, infrastrutture e informazioni hanno una scala che eccede ogni singolo Stato. Khanna, Harari e Han forniscono gli assi di questa nuova griglia: la riscrittura dello spazio e, come sua conseguenza, quella della mente.
Europa e nuovo ordine mondiale: sicurezza, autonomia e sfide strategiche
Per l’Europa la lezione è particolarmente urgente, ma il continente dispone di un vantaggio di partenza che raramente riconosce. È l’Europa ad aver inventato lo Stato-nazione, ed è sempre l’Europa ad aver cominciato a superarlo con l’integrazione comunitaria, mettendo in comune sovranità che altrove restano gelosamente nazionali. Questa esperienza la rende, almeno in teoria, la più attrezzata per compiere la svolta cosmopolita di cui parlava Beck, cioè per affrontare con strumenti condivisi minacce che nessuno Stato membro è più in grado di gestire da solo. Il primo passo consiste nel riconoscere che questa eredità non è un residuo burocratico, ma un capitale strategico.
Il secondo è abbandonare l’illusione delle vecchie garanzie. L’Europa continua a cercare sicurezza in un mondo che non esiste più, e lo fa soprattutto nel rapporto con gli Stati Uniti, le cui mosse vengono ancora lette con i parametri dell’atlantismo novecentesco. Accettare che a Washington quell’orizzonte non sia più condiviso non significa rinunciare all’alleanza, ma smettere di scambiare per tradimento o per follia ciò che è l’espressione di un altro paradigma. Lo stesso vale per i rivali: finché le azioni di Mosca, Pechino o Teheran verranno catalogate come irrazionali, l’Europa sarà condannata a subirle. Riconoscerne la logica, per quanto dura e sgradevole, è il prerequisito per tornare ad agire anziché reagire, recuperando quella capacità di iniziativa che oggi le manca.
Guerra cognitiva e infrastrutture strategiche: le nuove priorità dell’Europa
Il terzo passo riguarda il fronte interno. L’apertura delle democrazie europee, che ne costituisce il valore fondativo, le rende anche il bersaglio ideale della guerra cognitiva, e la diagnosi di Han spiega perché questa vulnerabilità non possa essere affidata alla sola autoregolazione delle piattaforme. Per non farsi disarticolare dall’interno, l’Unione deve considerare la difesa del discorso pubblico, delle reti informative e, in ultima analisi, della psiche dei cittadini come una priorità di sicurezza strategica, al pari della difesa militare. Il quarto passo, infine, discende direttamente dalla lezione di Khanna: per contare davvero, l’Europa deve spostare il baricentro della propria idea di potenza e partecipare attivamente alla competizione per i nodi, cioè per il controllo e la protezione delle catene del valore, delle infrastrutture digitali e sottomarine, dei minerali critici e delle rotte logistiche, perché è lì che oggi si concentra il potere globale.
Se continuerà a leggere la realtà con gli occhiali del Novecento, l’Europa continuerà a vederla come follia, e a subirla. Se saprà cambiarli, scoprirà che dietro il caos apparente c’è una logica, dura e spesso sgradevole, ma intellegibile. E ciò che è intellegibile, a differenza della follia, si può contrastare, governare e perfino anticipare.

