Su un aereo ho visto una ragazza giovane fare l’uncinetto. Guardavo le sue mani muoversi e mi sono sorpresa a pensare: questa è libertà. Poi mi sono chiesta perché. Perché un gesto così comune mi sembrava raccontare qualcosa dell’emancipazione? Forse perché, alla sua età, io avrei avuto paura che quel gesto dicesse di me qualcosa che volevo lasciarmi alle spalle.
Emanciparsi significa liberarsi da una condizione di dipendenza o subordinazione. Poter decidere della propria vita, avere voce, disporre del proprio tempo. Per le donne ha significato conquistare diritti, studiare, lavorare, raggiungere un’indipendenza economica. Ma questi cambiamenti hanno attraversato anche le nostre scelte più quotidiane: come vestirci, come parlare, quali desideri ammettere, quali parti di noi mostrare.
Quando emanciparsi significava essere toste
Per molte ragazze della mia generazione, negli anni Ottanta, l’emancipazione aveva anche il sapore di una prova da superare. Dovevamo essere toste, autonome, capaci di farci rispettare. Entravamo in spazi nei quali le regole erano state scritte soprattutto dagli uomini e imparavamo a muoverci secondo quelle regole. A volte sentivamo di dover assomigliare a loro per essere prese sul serio.
In questo percorso, alcune attività portavano con sé un significato dal quale volevamo prendere le distanze. Cucire, ricamare, fare l’uncinetto, occuparsi della casa: gesti che evocavano madri e nonne, ma anche una vita femminile già decisa. Come se quelle abilità fossero gli indizi di un futuro che non volevamo ci venisse assegnato.
Naturalmente non era così per tutte. E non significava necessariamente disprezzare ciò che le donne prima di noi avevano fatto. Ma io riconosco, ripensandoci, quella diffidenza: il timore che amare qualcosa di tradizionalmente femminile potesse indebolire la nostra richiesta di essere considerate capaci di altro.
Prendere le distanze da un destino già scritto
Simone de Beauvoir, nel Secondo sesso, ha mostrato quanto l’identità femminile si costruisca attraverso l’educazione, le aspettative e i ruoli sociali. Si cresce imparando che cosa ci si aspetta da una donna, quali comportamenti le appartengano, quali ambizioni siano accettabili. Per sottrarci a quel destino, molte di noi hanno sentito il bisogno di allontanarsi anche dai gesti che lo rappresentavano.
E forse quel distacco è stato necessario. Prima di poter scegliere una strada, bisogna poter uscire da quella obbligata.
La ragazza sull’aereo, però, mi ha fatto intravedere una possibilità diversa. Faceva l’uncinetto e, ai miei occhi, quel gesto non sembrava aver bisogno di spiegazioni. Mi sono chiesta se per lei fosse semplicemente un piacere: qualcosa da fare durante il viaggio, senza sentirsi meno moderna, meno ambiziosa, meno libera.
Di lei, in realtà, non so nulla. Non conosco il suo lavoro, i suoi desideri, le pressioni che incontra. Quella scena non dimostra che le giovani donne siano oggi pienamente emancipate. Racconta piuttosto qualcosa di me: del significato che avevo attribuito a quel gesto e della sorpresa di poterlo guardare diversamente.
Forse è questo il cambiamento che ho avvertito. La possibilità di recuperare qualcosa senza doverne ereditare tutto il peso. Di riconoscere un piacere anche dentro una tradizione dalla quale altre donne hanno dovuto o voluto prendere le distanze.

Anche la donna emancipata può diventare un modello obbligato
Ripensando a quello che sentivo allora, mi chiedo se, nel tentativo di liberarci da un modello, non rischiassimo di aderire a un altro. Io avvertivo anche questa aspettativa: essere forte, indipendente, capace di farcela. Chiedere aiuto o mostrare un’esitazione poteva sembrarmi un passo indietro, quasi qualcosa da giustificare.
Quanto spazio lasciavo, dentro questa immagine, a ciò che desideravo davvero? E quanto delle mie scelte nasceva dal bisogno di dimostrare che ero una donna autonoma?
Oggi mi sembra che la libertà comprenda anche la possibilità di riconoscere un piacere senza chiedersi se sia abbastanza coerente con l’immagine che vogliamo dare di noi. Anche fare l’uncinetto, se ci piace.
Questo, però, non rende automaticamente libera ogni scelta. Contano il tempo, l’indipendenza economica, l’educazione ricevuta, le aspettative degli altri. Occuparsi della casa può essere gratificante; diventa un vincolo quando è una responsabilità che ci viene assegnata e che non possiamo discutere o condividere. Per me, la libertà passa anche da qui: poter scegliere, poter rifiutare e poter cambiare idea.
La libertà di dire: questa cosa mi piace
Eppure penso che ci sia una conquista anche nella possibilità di dire: questa cosa mi piace. Senza doverla difendere come una scelta abbastanza moderna o abbastanza femminista.
Posso guidare un’azienda e fare l’uncinetto. Posso amare il mio lavoro e desiderare tempo per la casa. Posso non desiderare affatto l’una o l’altra cosa. Posso riconoscermi in alcune abitudini di mia madre e scegliere una vita diversa dalla sua.
Forse l’emancipazione continua anche così: quando ciò che siamo non deve essere continuamente giustificato attraverso ciò che facciamo.
Ripenso a quella ragazza e alle sue mani occupate durante il volo. Io, intanto, cercavo un significato nel suo gesto. Chissà se lei ci aveva mai pensato.
Mi piace immaginare che non ne avesse bisogno.
Maria Clotilde Spallarossa
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