Viviamo sempre più a lungo e qualcuno ha pensato bene che, di conseguenza, dovremmo lavorare sempre più a lungo. Il ragionamento sembra impeccabile. Peccato che tra un dirigente, un muratore e un infermiere ci siano differenze che le statistiche, talvolta, preferiscono ignorare.
«Transeat», diceva mio nonno quando qualcosa non gli piaceva particolarmente, ma riteneva inutile discuterne ancora. Più o meno: lasciamo perdere, andiamo oltre.
Mi viene in mente ogni volta che sento parlare dell’inevitabile necessità di lavorare fino a 70 anni, magari 72, perché viviamo più a lungo e le pensioni costano troppo. Il ragionamento, almeno sulla carta, non fa una piega: se aumentano gli anni di vita, devono aumentare anche quelli di lavoro. Una semplice operazione aritmetica.
La realtà, naturalmente, è un po’ diversa. E come spesso accade, è assai meno ordinata delle tabelle con cui cerchiamo di rappresentarla.
L’Italia invecchia. E con lei i suoi lavoratori
Partiamo dai numeri, perché quelli, almeno, hanno il pregio di non offendersi. Secondo il Bollettino CNEL-ISTAT del settembre 2026, gli occupati italiani tra i 50 e i 64 anni hanno raggiunto nel secondo trimestre dell’anno circa 9,6 milioni, pari a quasi il 39% degli occupati.
Rispetto all’anno precedente sono aumentati di circa 327.000 unità. Non siamo quindi davanti a un’ipotesi futuristica: l’invecchiamento del mondo del lavoro è già cominciato.
Le imprese si trovano a gestire personale sempre più maturo, mentre i giovani entrano nel mercato del lavoro con difficoltà che conosciamo bene. E, paradossalmente, ci ritroviamo a discutere contemporaneamente di disoccupazione giovanile e di necessità di trattenere gli anziani al lavoro.
Un capolavoro di equilibrio, verrebbe da dire. Se non fosse che l’equilibrio, per il momento, è soprattutto sulla carta.
Pensione a 67 anni? Per ora, perché il calendario continua a muoversi
Nel 2026 l’età ordinaria per la pensione di vecchiaia è di 67 anni, naturalmente a condizione di possedere anche i requisiti contributivi richiesti. Dal 2027 il requisito anagrafico salirà, in via generale, a 67 anni e un mese; nel 2028 arriverà a 67 anni e tre mesi, con le eccezioni previste dalla normativa.
Tre mesi possono sembrare poca cosa. Ma provate a spiegarlo a chi da quarant’anni lavora in cantiere, oppure a chi trascorre le giornate sollevando pazienti, movimentando merci o lavorando su turni notturni.
E soprattutto provate a spiegargli che, statisticamente, dovrebbe essere felice perché vivrà più a lungo.
Il punto è semplice: vivere più a lungo non significa necessariamente poter svolgere lo stesso lavoro più a lungo. Esistono professioni nelle quali l’esperienza compensa ampiamente qualche anno in più. Altre nelle quali il corpo presenta il conto molto prima della previdenza.
Trattarle allo stesso modo è certamente comodo per chi costruisce le regole. Un po’ meno per chi deve rispettarle.
A 65 anni siamo vecchi o siamo diventati finalmente esperti?
Qui, però, bisogna evitare di cadere nell’eccesso opposto. Perché considerare un sessantacinquenne professionalmente finito è altrettanto assurdo che pretendere da tutti un’attività lavorativa senza scadenza.
Pensiamo a un dirigente, a un ingegnere, a un medico, a un tecnico specializzato o a un professionista che abbia accumulato quarant’anni di esperienza. Davvero il giorno successivo al pensionamento quelle competenze diventano improvvisamente inutili?
Fino al venerdì sei il responsabile di un’organizzazione complessa. Dal lunedì successivo dovresti dedicarti esclusivamente al giardinaggio, possibilmente senza disturbare. Naturalmente nulla contro il giardinaggio. Ma forse qualcosa non torna.
La longevità potrebbe invece aprire una stagione professionale diversa, nella quale l’esperienza viene messa a disposizione delle nuove generazioni attraverso consulenze, formazione, tutoraggio e collaborazioni.
Non necessariamente cinque giorni alla settimana, otto ore al giorno. Magari due giorni, con maggiore libertà e responsabilità differenti.
E soprattutto senza quella curiosa convinzione secondo cui un lavoratore anziano debba scegliere tra essere indispensabile e diventare invisibile.
Lavorare dopo la pensione può diventare anche una scelta economica
C’è poi un aspetto del quale si parla meno volentieri: i soldi. Vivere fino a 90 o 100 anni significa dover finanziare una fase della vita che potrebbe durare trent’anni o più.
Una pensione adeguata oggi potrebbe non esserlo altrettanto tra vent’anni, soprattutto considerando inflazione, spese sanitarie e possibili necessità di assistenza. Un’attività professionale integrativa può quindi rappresentare una risorsa importante.
Facciamo un esempio. Un pensionato che svolga un’attività consentita dalle norme sul cumulo e ricavi 800 euro netti al mese per dieci mesi all’anno potrebbe ottenere:
| Periodo | Reddito integrativo |
| Un anno | 8.000 € |
| Tre anni | 24.000 € |
| Cinque anni | 40.000 € |
Non stiamo parlando di diventare ricchi. Ma di accumulare una riserva utile per affrontare imprevisti, aiutare i figli o semplicemente concedersi qualche libertà in più.
Attenzione, però: il cumulo tra pensione e redditi da lavoro non segue regole identiche per tutti i trattamenti pensionistici. Prima di avviare un’attività occorre verificare la propria situazione previdenziale e fiscale.
E naturalmente non tutti hanno la possibilità di trasformarsi in consulenti dopo il pensionamento.
Anche questo andrebbe ricordato a chi presenta il lavoro senior come una soluzione universale.
Le aziende vogliono davvero i lavoratori anziani?
Ed eccoci a un’altra piccola contraddizione. Da una parte si ripete che bisognerà lavorare più a lungo. Dall’altra, nel mercato del lavoro, superare i 55 anni può ancora rappresentare un ostacolo quando si cerca una nuova occupazione.
Insomma, abbastanza giovani per lavorare fino a 70 anni, ma talvolta già troppo vecchi per essere assunti a 58. Un ragionamento che meriterebbe almeno un premio per la fantasia.
La realtà è che molte imprese devono ancora imparare a valorizzare le competenze mature.
Servono aggiornamento professionale, organizzazioni flessibili, prevenzione sanitaria, mansioni compatibili con le capacità individuali e percorsi di trasferimento delle conoscenze.
Un giovane può insegnare molto a un collega anziano, soprattutto sulle nuove tecnologie. Ma anche il collega anziano potrebbe avere qualcosa da raccontare su clienti, organizzazioni, errori già commessi e crisi superate.
Sempre che qualcuno abbia voglia di ascoltarlo.
Il rischio di trasformare la longevità in un obbligo
Qui arriviamo al punto che considero più delicato. L’allungamento della vita è una conquista straordinaria della medicina, delle condizioni economiche e del progresso sociale.
Sarebbe davvero singolare trasformare questa conquista in una sorta di condanna a lavorare indefinitamente. Il problema non è consentire a una persona di lavorare fino a 70 o 75 anni, se lo desidera e se ne ha la possibilità.
Il problema è costringerla a farlo perché la pensione non basta, oppure perché il sistema previdenziale non riesce a sostenere le proprie promesse. Sono due situazioni profondamente diverse, che non dovrebbero essere confuse.
Una società capace di vivere più a lungo dovrebbe offrire più possibilità di scelta, non semplicemente spostare in avanti la data in cui si potrà finalmente smettere di lavorare.
La pensione non dovrebbe essere un certificato di inutilità
Forse dovremmo ripensare il significato stesso del pensionamento. Non più una linea che divide rigidamente la vita produttiva da quella improduttiva, ma una fase nella quale cambiano priorità, impegni e modalità di partecipazione alla società.
C’è chi vorrà continuare a lavorare, chi preferirà dedicarsi ai nipoti, chi al volontariato, chi finalmente a sé stesso. E chi, dopo quarantacinque anni di sveglie alle sei, rivendicherà il sacrosanto diritto di non puntarla più.
Tutte scelte rispettabili. La vera sfida della longevità non è convincerci a lavorare fino a 70 anni. È costruire una società nella quale arrivare a 70 anni significhi avere ancora opportunità, dignità e libertà di scelta.
Il resto, come avrebbe detto mio nonno, transeat.
Giulio Valerio Santini
Business Advisor
Fonti
- CNEL-ISTAT, Bollettino sul mercato del lavoro n. 3/2026, settembre 2026. Dati sull’occupazione per fascia d’età.
- INPS, Pensione di vecchiaia, requisiti anagrafici e contributivi per il 2026.
- INPS, aggiornamenti sui requisiti pensionistici per il 2027 e il 2028.
- ISTAT, approfondimenti sul mercato del lavoro e sull’invecchiamento della popolazione italiana.
- Eurofound, studi sull’invecchiamento della forza lavoro e sulla sostenibilità delle carriere professionali.
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