La violenza non può essere raccontata come una romantica rivolta sociale.
Quanto accaduto a Milano nel weekend del 17 e 18 ottobre impone una riflessione che vada oltre la cronaca degli scontri.
Se, come i riscontri sulle identificazioni hanno indicato, la maggior parte dei ragazzi fermati proviene da altre provincie italiane e un’altra parte significativa proviene da comuni della provincia milanese ( quindi non dalla “city”) , sarà necessario interrogarsi anche sulla narrazione con cui raccontiamo questi fenomeni.
Esiste infatti una rappresentazione quasi romanzata della violenza urbana: quella dei ragazzi della periferia milanese che assaltano le vetrine del lusso, protagonisti di una presunta ribellione contro una città che li esclude. Una contrapposizione suggestiva, ma che rischia di trasformare un fenomeno complesso in una storia dai ruoli già assegnati: da una parte gli esclusi, i figli della Barona o del Corvetto, dall’altra il benessere da contestare.
La realtà, però, non può essere ridotta a questo schema. Le disuguaglianze sociali esistono, come esistono quartieri che necessitano di maggiori opportunità, servizi e investimenti. Ma non ogni episodio di violenza può essere spiegato attraverso la marginalità, né la provenienza geografica può diventare una giustificazione preventiva dei comportamenti individuali.
Se i dati confermeranno quanto emerso finora, dovremo avere il coraggio di superare una lettura che attribuisce automaticamente alla Milano che ghettizza la responsabilità di ogni disordine. Perché comprendere le cause del disagio è necessario, ma non significa cancellare la responsabilità di chi aggredisce, devasta o mette a rischio l’incolumità altrui.
Il sistema di sicurezza milanese ha dimostrato, ancora una volta, capacità di prevenzione, coordinamento e risposta operativa. Un risultato che merita riconoscimento, così come lo meritano le donne e gli uomini in divisa che ogni giorno garantiscono la sicurezza della collettività.
La sfida, tuttavia, non si esaurisce nell’ordine pubblico. Una società matura deve saper affrontare le disuguaglianze senza indulgere in narrazioni che finiscono per romanticizzare la violenza. La marginalità va contrastata, la dignità va garantita e la violenza va chiamata con il suo nome.Senza scorciatoie ideologiche e senza trasformare chi infrange le regole in un eroe per definizione.

