Trump e l’Europa unita
Ormai le insolenze di Donald Trump nei confronti delle singole nazioni europee, alcune più di altre, per non dire dell’UE, hanno superato ogni limite possibile di accettabilità. Rivolte con modalità davvero sgradevoli anche nei confronti delle persone in quanto tali, con riferimenti talvolta assolutamente offensivi (come nel caso del presidente francese) e lesivi della dignità personale. C’è da domandarsi se il tycoon si renda conto di quello che dice, posto che certamente non conosce neppure vagamente i fondamentali della necessaria gravitas con la quale andrebbe interpretato il ruolo presidenziale. Per di più della prima potenza planetaria.
Tutto ciò premesso, occorre dire che a questo punto se l’Europa fosse unita sarebbe arrivato il tempo per dire a chiare lettere, con i toni eleganti ma severi del linguaggio diplomatico che il presidente americano ha oltrepassato il segno e che quindi deve smetterla. Detto altrimenti, nel linguaggio popolare: adesso basta.
E da qui affrontare i temi, tutti (dai dazi, alla NATO, alla Groenlandia) con la massima durezza. L’Europa con i suoi 450 milioni di cittadini (oltre 500 considerando la Gran Bretagna e qualche altra nazione in lista d’attesa per entrare nell’Unione), con la sua forza economica, industriale, commerciale non può e non deve avere paura degli USA. Nonostante alcune debolezze, che ci sono – è inutile negarlo – e che per questo vanno affrontate.
Se si vuole restare alleati – e lo si vuole – per garantire una forte presenza occidentale in un mondo che giustamente non accetta più una condizione minoritaria proprio nei confronti dell’occidente in ragione anche – e certo non solo – di basilari dati demografici, il rapporto non può essere di subordinazione come invece lo intende Trump e come a Monaco nel 2025 lo presentò il suo vice JD Vance in un discorso che andrebbe riascoltato parola per parola e poi rimandato al mittente e rigettato in toto.
Vero. Se solo l’UE fosse realmente unita. Politicamente e, anche, militarmente. Non solo un Mercato Unico. Una Federazione, come lo è quella statunitense. Oggi però non lo è. E il risultato è questo: l’incapacità di reazione nei confronti di un alleato che si atteggia a padrone indisponente.
L’elenco delle mancate reazioni, del timido comportamento privo di personalità teso a compiacere il vanitoso uomo della Casa Bianca per non suscitarne l’ira è lungo e si è dipanato per tutto il 2025. Lo shock fu tale che probabilmente tutti i leader europei vennero presi in contropiede e abbozzarono.
Basti ricordare la riunione alla Casa Bianca illustrata da quella incredibile foto nella quale parevano scolaretti messi in riga da un burbero maestro oppure l’umiliante incontro della presidente Von der Leyen nel resort golfistico scozzese trasformato in una sorta di succursale di Mar-a-Lago nel quale si è di fatto accettata l’arrogante imposizione di quei dazi che mesi dopo la stessa Corte Suprema USA avrebbe dichiarato illegali in quanto non emanabili dal presidente con la troppo sbrigativa modalità degli ordini esecutivi. Oppure, ancora, i patetici tentativi del segretario generale della NATO, l’olandese Mark Rutte, volti a conciliare le minacce trumpiane con il prosieguo naturale dell’attività dell’Alleanza come se le prime non fossero disastrosamente lesive della sua credibilità ed efficienza.
Qualcosa, però, infine, ha cominciato a muoversi, in questi primi mesi del nuovo anno. Il punto di svolta è stato l’attacco all’Iran, non solo non concordato ma del quale neppure si è data comunicazione agli alleati europei. A fronte della successiva richiesta di aiuto, nella gestione di un problema gigantesco che danneggia l’intera economia mondiale a cominciare da quella europea, ovvero Hormuz, gli europei finalmente hanno saputo opporre resistenza. Alcuni di più, altri un po’ di meno ma comunque un messaggio al signore che si crede padrone del mondo è stato inviato. Lui l’ha presa molto male e ha ricominciato con gli insulti e le minacce.
Alle quali l’Europa – se fosse davvero unita – potrebbe rispondere duramente. Anche molto duramente. Ma non lo è, e di questo paga il prezzo. Però, come si dice, “quando troppo è troppo”. E forse l’Europa si sta svegliando, per trasformare questa crisi in una opportunità di crescita.
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