Alla Televisione e sui social si susseguono interviste di giovani che hanno partecipano alle recenti manifestazioni, quelle โbuoneโ naturalmente. Tutti indistintamente parlano in rappresentanza dei giovani. Ma chi ha dato loro delega, perchรฉ si presentano come rappresentanti di chicchessia?
Allora mi sorge spontanea una domanda. Ma quanti dei nostri giovani sono scesi in piazza. Sono veramente moltitudini di giovani che hanno rinunciato alla scuola per manifestare alternativamente per Gaza e contro il carovita?
Mi sarebbe poi piaciuto assai, a margine di qualche manifestazione sul caro vita, intervistare qualche giovane e porre domande sul concetto di inflazione, sullโandamento del tasso inflattivo, del PIL degli ultimi anni, cosรฌ per sondare il grado di consapevolezzaโฆTranseat, diceva mio nonno.
Dalle statistiche ISTAT alle manifestazioni per Gaza, i numeri raccontano una realtร assai piรน complessa degli slogan. Un’analisi tra dati, grafici e proiezioni per capire quanto pesino davvero le piazze e quale sia la distanza tra partecipazione, consenso e rappresentanza.
Sono convinto che ci sia una domanda che i giornalisti dovrebbero rivolgere piรน spesso ai giovani portavoce delle manifestazioni che attraversano le nostre cittร : quanti ragazzi rappresentate davvero?
Non quanti siete riusciti a portare in piazza un sabato pomeriggio, non quante visualizzazioni ha ottenuto il vostro ultimo video sui social e neppure quanti applausi avete ricevuto durante un collegamento televisivo. La domanda รจ un’altra, assai piรน semplice: chi vi ha conferito il mandato di parlare a nome di un’intera generazione?
Perchรฉ รจ proprio qui che comincia un equivoco, alimentato da una parte della comunicazione politica e giornalistica, nel quale la partecipazione a una manifestazione รจ progressivamente trasformata in rappresentanza collettiva.
Prima si racconta che alcune migliaia di studenti protestano, poi si afferma che protestano gli studenti e infine si arriva alla conclusione che i giovani italiani chiedono, pretendono, condannano oppure sostengono una determinata posizione. Peccato che, nel frattempo, nessuno abbia interpellato gli altri milioni di ragazzi.
I dati ISTAT. Quanti italiani partecipano davvero ai cortei?
Secondo i dati ISTAT sulla partecipazione politica, nel 2024 il 3,3% della popolazione italiana di almeno 14 anni ha preso parte a un corteo, contro il 6,8% del 2003.
La diminuzione รจ significativa. Nell’arco di poco piรน di vent’anni, la quota di persone che dichiarano di aver partecipato a manifestazioni si รจ sostanzialmente dimezzata.
Grafico 1 โ Partecipazione ai cortei in Italia

Fonte: ISTAT, La partecipazione politica in Italia, anno 2024. Percentuale della popolazione dai 14 anni in su che ha partecipato nell’anno.
Ancora piรน interessante รจ il confronto storico relativo alla popolazione giovanile. Il Rapporto annuale ISTAT 2024 indica una partecipazione ai cortei del 18,5% nel 2003, scesa al 6,8% nel 2023, per la fascia giovanile considerata dall’indagine.
Grafico 2 โ Partecipazione giovanile alle manifestazioni

Fonte: ISTAT, Rapporto annuale 2024. Partecipazione annuale a cortei e manifestazioni, non consenso verso una specifica causa.
Sono dati che meritano attenzione. Non perchรฉ dimostrino un disinteresse generalizzato dei giovani per la politica, conclusione che sarebbe impropria, ma perchรฉ evidenziano come la partecipazione fisica ai cortei riguardi una minoranza.
E quel 6,8% comprende manifestazioni di qualsiasi orientamento, organizzate per cause e rivendicazioni completamente differenti. Non puรฒ dunque essere interpretato come un consenso unitario verso un particolare movimento.
Quattro milioni di giovani. Quanto pesa una piazza?
In Italia risiedevano nel 2024 circa 4,17 milioni di ragazzi tra 18 e 24 anni. Partendo da questo dato demografico, possiamo effettuare un esercizio di proporzione.
Immaginiamo che una manifestazione sia composta esclusivamente da giovani appartenenti a questa fascia d’etร . Quale percentuale rappresenterebbe rispetto all’intera popolazione di riferimento?
Grafico 3 โ Quanto peserebbe una manifestazione di soli giovani 18โ24 anni?

Elaborazione aritmetica su una popolazione di riferimento di circa 4,17 milioni. Scenari ipotetici, non dati di cortei effettivi.
Il risultato รจ eloquente. Una manifestazione di 100.000 ragazzi, un evento certamente rilevante sotto il profilo organizzativo e mediatico, coinvolgerebbe direttamente appena il 2,4% dei giovani tra 18 e 24 anni.
E si tratta di un’ipotesi particolarmente favorevole a chi rivendica la rappresentanza giovanile, perchรฉ nelle piazze reali partecipano persone appartenenti a tutte le fasce d’etร .
Naturalmente, gli altri 97 ragazzi su cento non possono essere automaticamente considerati contrari alla protesta. Potrebbero condividerla senza partecipare, essere indifferenti oppure avere opinioni differenti. Ma proprio per questo nessuno puรฒ arrogarsi il diritto di parlare a nome loro senza averli consultati.
Le manifestazioni per Gaza. Numeri grandi, stime molto diverse
Le mobilitazioni del 3 e 4 ottobre 2025 offrono un esempio concreto di quanto sia necessario distinguere tra dimensione di una manifestazione e rappresentativitร .
Per lo sciopero generale e le proteste del 3 ottobre, la CGIL parlรฒ di circa due milioni di partecipanti in tutta Italia. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi indicรฒ invece una partecipazione compresa tra 400.000 e 500.000 persone.
Dati dichiarati da CGIL e ministro dell’Interno. Non sono due conteggi indipendenti certificati con metodologia comune. La distanza fra le stime รจ notevole, fino a cinque volte tra il valore minimo comunicato dal ministro e quello rivendicato dal sindacato.
A Milano, per la stessa giornata, gli organizzatori parlarono di circa 100.000 partecipanti, mentre le stime delle forze dell’ordine si collocarono oltre quota 50.000. A Roma, il 4 ottobre, la Questura stimรฒ circa 250.000 partecipanti alla manifestazione nazionale.
Nessuno puรฒ ragionevolmente sostenere che si sia trattato di eventi irrilevanti. Ma occorre ricordare che queste cifre comprendono manifestanti di tutte le etร e non possono essere trasferite automaticamente alla popolazione studentesca.
Chi c’era davvero in piazza? Il peso delle diverse generazioni
Un ulteriore elemento di riflessione arriva da un’indagine SWG sulle mobilitazioni per Gaza dell’autunno 2025, riportata da Open, secondo la quale il 38% dei partecipanti aveva un’etร compresa tra 18 e 34 anni, mentre il restante 62% apparteneva alle fasce d’etร superiori.
Un dato che merita di essere osservato con attenzione: le manifestazioni spesso raccontate come espressione della protesta giovanile vedevano, secondo questa rilevazione, una presenza maggioritaria di adulti.
Ma possiamo spingerci oltre, utilizzando una proiezione statistica. Applicando ipoteticamente la quota del 38% alle diverse stime della mobilitazione nazionale del 3 ottobre, otteniamo risultati molto differenti.
Grafico 6 โ Quanti giovani tra 18 e 34 anni avrebbero partecipato?

Proiezioni teoriche applicando il 38% SWG alle stime di partecipazione. Non sono conteggi osservati.
Si passa cosรฌ da 152.000 a 760.000 giovani, a seconda della stima complessiva utilizzata. Una forbice troppo ampia per trasformarla in un’affermazione categorica.
Queste proiezioni, naturalmente, presuppongono che la composizione per etร osservata dall’indagine SWG sia applicabile all’intera mobilitazione nazionale. Non disponendo di una rilevazione censuaria dei partecipanti, non possiamo considerarle misure effettive.
Resta perรฒ un punto: anche una manifestazione numericamente imponente non dimostra, da sola, di rappresentare la maggioranza dei giovani italiani.
La differenza tra manifestare e condividere una protesta
A questo punto occorre affrontare un’obiezione seria. Chi non scende in piazza รจ necessariamente contrario alle ragioni della protesta? Assolutamente no.
Un sondaggio BiDiMedia dell’ottobre 2025 indicava che il 56% degli italiani approvava le manifestazioni a favore di Gaza, mentre l’80% si dichiarava favorevole al riconoscimento dello Stato palestinese.

Fonte: sondaggio BiDiMedia, ottobre 2025. Domande su temi distinti; il riconoscimento dello Stato palestinese non equivale all’approvazione delle modalitร di protesta.
Il confronto รจ istruttivo. Le persone che partecipano fisicamente a una manifestazione possono essere molte meno di quelle che ne condividono le ragioni.
Questo non legittima la pretesa dei manifestanti di rappresentare automaticamente tutti i favorevoli, ma impedisce anche di sostenere che chi non partecipa sia necessariamente contrario.
Ed รจ qui che dovremmo introdurre una distinzione troppo spesso dimenticata: la partecipazione misura la mobilitazione, il sondaggio rileva gli orientamenti dell’opinione pubblica e le elezioni attribuiscono un mandato rappresentativo secondo le regole democratiche.
Confondere questi tre piani significa costruire una narrazione politicamente suggestiva, ma statisticamente inconsistente.
Il megafono mediatico, quando una minoranza diventa una generazione
Immaginiamo una scena familiare. Una manifestazione attraversa il centro di Milano, un giornalista avvicina uno studente e gli chiede perchรฉ sia sceso in piazza. Il ragazzo risponde: ยซNoi giovani non accettiamo questa decisioneยป.
A quel punto basterebbe una domanda: ยซQuando dice noi giovani, quanti giovani rappresenta?ยป.
Non sarebbe una provocazione, nรฉ un tentativo di limitare la libertร di espressione. Sarebbe semplicemente giornalismo.
Perchรฉ un conto รจ dichiarare che il proprio collettivo, la propria associazione o i partecipanti a un corteo sostengono una determinata posizione. Un altro รจ trasformare quella posizione nella volontร di milioni di coetanei che non sono stati consultati.
Il fenomeno non riguarda soltanto le manifestazioni pro-Palestina. Vale per quelle ambientaliste, per le occupazioni scolastiche, per i movimenti universitari e, naturalmente, anche per le manifestazioni di orientamento politico opposto. Il principio non cambia a seconda della bandiera che sventola sopra la piazza.
Il silenzio degli altri milioni di giovani
Esiste poi una parte consistente della popolazione giovanile che raramente compare nei servizi televisivi dedicati alle proteste. Sono ragazzi che studiano, lavorano, cercano un’occupazione, costruiscono progetti professionali, si occupano della famiglia oppure semplicemente non ritengono utile partecipare a una manifestazione.
Alcuni condividono le rivendicazioni dei cortei, altri le contestano, altri ancora non hanno maturato un’opinione precisa. Non costituiscono necessariamente una maggioranza silenziosa politicamente omogenea. Costituiscono una pluralitร di cittadini le cui opinioni non possono essere dedotte dalla loro assenza.
Eppure, quando un portavoce dichiara di parlare a nome dei giovani, รจ proprio questa pluralitร che rischia di scomparire dal racconto pubblico.
La conseguenza รจ un paradosso. Chi manifesta ottiene legittimamente attenzione, ma talvolta finisce per ricevere anche una rappresentativitร che nessuno ha verificato.
La democrazia non si misura in decibel
Manifestare รจ un diritto costituzionale e non occorre essere maggioranza per esercitarlo. Le minoranze hanno spesso contribuito a cambiare la societร , denunciando ingiustizie che altri preferivano ignorare.
Ma il diritto di manifestare non comprende automaticamente quello di parlare per conto di chi non ha partecipato.
I dati ISTAT, le rilevazioni demoscopiche e le manifestazioni dell’autunno 2025 raccontano una realtร complessa, assai meno riconducibile agli slogan che ascoltiamo.
Le piazze possono essere grandi, talvolta grandissime. Possono esprimere sentimenti diffusi e mobilitare persone di generazioni e orientamenti politici differenti. Ma non sono assemblee generali della popolazione giovanile. E soprattutto, una telecamera non trasforma un portavoce in un rappresentante eletto.
Transeat, diceva mio nonno. La realtร รจ un’altra cosa.
Chi scende in piazza ha tutto il diritto di far sentire la propria voce. Ma chi pretende di parlare a nome di milioni di giovani dovrebbe prima dimostrare di averne ricevuto il mandato.
E chi fa informazione dovrebbe avere il coraggio di chiederglielo.
Perchรฉ una piazza puรฒ fare molto rumore. Ma il rumore, per quanto assordante, non รจ un’unitร di misura della rappresentanza democratica.
Giulio Valerio Santini

