Il rito delle commemorazioni parla sempre meno ai giovani italiani
Sarà ma ogni anno mi sembra peggio. Piazze stanche e riempite a comando. Bandiere rosse dissotterrate per l’occasione e quel senso di appropriazione di una parte sulle molte che il 25 aprile lo hanno costruito. Bisogna dirlo, farlo dire anche ai servi televisivi che si conquistano prebende di partito sperando in una direzione di Tg o altri incarichi direttivi.
Ma sappiamo che non è cosi, anche se questi tacciono impauriti, timorosi di perdere protezioni politiche. Il 25 aprile, la Liberazione, la guerra di liberazione appartiene a molti, a molte idee spesso confliggenti che si sono unite contro un’altra idea affetta dal Male.
Ma tant’è, viviamo da anni in questo regime delle idee. La democrazia è solo quella che dicono loro e soprattutto quando dicono loro. Altrimenti è sospesa. Poi il Popolo non vota per dieci anni ma si fa finta di nulla. E quindi…
E quindi ogni anno il 25 aprile ritorna con una scenografia ormai prevedibile. Cerimonie ufficiali, spesso pure brutte, dichiarazioni di circostanza, cortei, slogan già ascoltati decine di volte, polemiche fotocopiate. Tutto formalmente corretto, tutto istituzionalmente legittimo. Eppure sempre più italiani, soprattutto tra i giovani, osservano questa ricorrenza con distanza emotiva. Non per ostilità verso la storia, ma perché avvertono che il linguaggio con cui viene raccontata appartiene spesso a un altro tempo.
Il problema non è la memoria. Il problema è il modo in cui viene amministrata. Quando una ricorrenza diventa un rituale stanco, ripetuto senza capacità di parlare al presente, rischia di trasformarsi in un oggetto museale. I ragazzi di oggi vivono precarietà lavorativa, costo della vita elevato, difficoltà abitative, incertezza identitaria, ansia digitale. Se il 25 aprile non collega la libertà di ieri alle sfide di oggi, finisce per apparire come una celebrazione di altri, non una festa anche loro. Meditate gente.
Il 25 aprile non può restare proprietà di un ceto celebrativo
Una parte del Paese vive questa data come momento nazionale. Un’altra la percepisce invece come territorio presidiato da un ceto politico-culturale che ogni anno recita lo stesso copione. È qui che nasce la distanza. Se una ricorrenza pubblica sembra appartenere sempre agli stessi ambienti, con gli stessi toni e gli stessi codici, inevitabilmente molti cittadini si sentono spettatori e non partecipanti. Altro che “Allons enfants de la Patrie…”
Il 25 aprile dovrebbe unire gli italiani attorno al valore della libertà. Troppo spesso, invece, viene usato per dividere tra buoni certificati, bollinati e sospetti permanenti. Quando la memoria diventa strumento di delegittimazione del presente, perde forza morale. Ma come volete che questa Italia sia pacificata definitivamente e definitivamente unita se sempre c’è qualcuno che rimesta?
Liberarsi dall’eccesso ideologico è la vera battaglia del nostro tempo
Esiste oggi una forma di pressione meno evidente di quelle del passato, ma non per questo meno reale: l’eccesso ideologico che pretende di riscrivere ogni ambito della vita sociale. Non basta più discutere il presente. Si vuole correggere il passato, rieducare il linguaggio, reinterpretare ogni opera culturale secondo i codici dominanti del momento.
Fiabe, classici, personaggi storici, linguaggio comune: tutto sembra dover passare sotto il vaglio di una nuova ortodossia morale. Non conta più capire un’opera nel suo contesto, ma adattarla a criteri contemporanei imposti dall’alto. Il rischio è evidente: una società che non studia più la storia, ma la manipola per renderla innocua. La storia riscritta per piacere alle minoranze che si comportano da maggioranze e dalle maggioranze straniere che vogliono cambiare culturalmente il nostro Paese.
Più osservatori internazionali hanno criticato questo clima culturale, e tra loro Federico Rampini ha spesso evidenziato con efficacia come il politicamente corretto, quando degenera in dogma, finisca per soffocare libertà e buon senso. Il punto non è opporsi al cambiamento. Il punto è respingere la trasformazione del cambiamento in imposizione ideologica.
La nuova censura non sempre proibisce, spesso intimidisce
Un tempo la censura vietava. Oggi, più spesso, scoraggia. Non ti impedisce formalmente di parlare, ma ti fa capire che alcune opinioni comportano un prezzo reputazionale. Il risultato è l’autocensura: la forma più raffinata di limitazione della libertà.
Molti evitano di esprimersi su temi delicati per timore di essere etichettati, esclusi o ridicolizzati. Questo clima non produce società più libere, ma persone più prudenti e silenziose. Una democrazia sana ha bisogno di confronto, non di paura sociale.
Libertà significa anche futuro possibile per i giovani
Se vogliamo rendere il 25 aprile vivo, meglio farlo sopravvivere, dobbiamo tradurre la libertà in problemi concreti. Libertà è poter lavorare con dignità; è potersi permettere una casa. Non è dover rinviare la famiglia per ragioni economiche. Libertà è meritocrazia, mobilità sociale, possibilità di costruirsi una vita senza dipendere sempre da reti familiari o protezioni. Libertà è partecipazione diceva il Gaber. E io aggiungo, certo ma devo poter scegliere di partecipare
Per molti giovani la libertà non è una parola storica, ma una domanda pratica. Riuscirò a vivere meglio dei miei genitori? Se la risposta è incerta, ogni celebrazione rischia di sembrare lontana.
Il 25 aprile deve smettere di guardare solo indietro
Ricordare chi combatté contro dittatura e guerra è doveroso. Ma una nazione adulta non usa il passato come rifugio permanente. Lo usa come lezione per leggere il presente. Altrimenti puzza di incapacità, di assenza di idee e prospettive.
Oggi la Liberazione dovrebbe significare liberarci dal conformismo, dalla burocrazia paralizzante, dall’eccesso ideologico, dalla paura di dissentire e dalla rassegnazione economica. Solo così il 25 aprile può tornare a essere una data viva.
La domanda finale che conta
Non basta chiedersi da cosa fummo liberati allora. Serve chiedersi da cosa dobbiamo liberarci ora. Perché una libertà solo commemorata, ma non praticata, diventa lentamente buffa retorica.
Giulio Valerio Santini
https://it.wikipedia.org/wiki/Anniversario_della_liberazione_d%27Italia

