Camminando attraverso i giardini che costeggiano il quartiere, mi capita spesso di osservare le panchine disseminate lungo i vialetti. Alcune sono vuote. Altre, invece, raccontano piccoli frammenti di umanità che passerebbero facilmente inosservati a uno sguardo distratto. Vi siedono anziani che approfittano di una giornata di sole, persone che leggono il giornale, gruppi di amici che si ritrovano per scambiare qualche parola. Talvolta si vede una badante accanto alla persona che assiste; altre volte piccoli gruppi di anziani che commentano le notizie del giorno, ricordano episodi della propria vita o semplicemente osservano il movimento della città. Sono scene semplici, apparentemente insignificanti, eppure raccontano qualcosa di importante sul nostro modo di vivere e di stare insieme.
Una città piena di persone
Milano è una città nella quale si incontrano ogni giorno milioni di persone. Le metropolitane sono affollate, le strade percorse da un flusso continuo di automobili, i bar pieni nelle pause pranzo, gli eventi culturali frequentati da migliaia di cittadini. Tutto sembra suggerire l’immagine di una città dinamica, vivace e continuamente attraversata da relazioni.
Eppure, proprio mentre aumentano le occasioni di incontro, cresce anche una sensazione che molti descrivono con una parola semplice e dolorosa: solitudine.
Le statistiche parlano di un numero crescente di persone che vivono sole, soprattutto tra gli anziani, ma la percezione di isolamento riguarda ormai anche molti giovani, professionisti, studenti e famiglie. Si può essere immersi nella folla e sentirsi ugualmente soli. Si possono avere centinaia di contatti sul telefono e accorgersi che, nel momento del bisogno, le persone realmente vicine sono molto meno di quanto si immaginasse.
Le panchine che raccontano storie
Osservando quei giardini, mi sono spesso convinto che una panchina non sia soltanto un elemento dell’arredo urbano.
Una panchina è un luogo nel quale si intrecciano storie, attese, ricordi e speranze. C’è chi vi si siede per riposare, chi per aspettare qualcuno, chi per leggere, chi per trascorrere qualche minuto all’aria aperta. Ma ci sono anche persone che vi cercano qualcosa di più difficile da definire: una presenza, una compagnia, la possibilità di sentirsi parte della vita che continua a scorrere attorno a loro.
Molti anziani che si incontrano nei parchi non cercano soltanto un luogo dove sedersi. Cercano una conversazione, un saluto, un volto conosciuto. Cercano quella dimensione di relazione che rende una giornata diversa da tutte le altre e che aiuta a non sentirsi dimenticati.
Quando queste persone si ritrovano in gruppo, magari commentando una partita, discutendo di politica, ricordando episodi di molti anni fa o semplicemente osservando i bambini che giocano, quelle panchine si trasformano in piccoli luoghi di comunità. Non fanno notizia, non attirano l’attenzione dei media e non producono statistiche, ma svolgono una funzione preziosa: aiutano le persone a sentirsi ancora parte di una storia condivisa.
La fragilità che non si vede
Tra le tante fragilità che attraversano la nostra società, la solitudine è probabilmente una delle più diffuse e meno riconosciute.
Non compare negli esami del sangue, non si misura con una radiografia e non viene quasi mai indicata come causa di ricovero. Eppure chi lavora a contatto con le persone sa quanto possa incidere sulla qualità della vita.
Talvolta dietro una richiesta di aiuto si nasconde il desiderio di essere ascoltati. Dietro una visita medica ripetuta si può celare il bisogno di incontrare qualcuno disposto a dedicare tempo e attenzione. Dietro certe malinconie che accompagnano l’età avanzata si scopre spesso una rete di relazioni che nel tempo si è progressivamente assottigliata.
La sofferenza non riguarda soltanto il corpo. Riguarda anche il bisogno di sentirsi riconosciuti, ricordati e attesi.
Quando una panchina diventa una casa
C’è poi un’altra immagine che quei giardini restituiscono con discrezione e che forse interpella ancora di più la nostra coscienza.
Per molti la panchina non è semplicemente un luogo dove riposarsi o trascorrere qualche minuto all’aria aperta. Per alcuni uomini e alcune donne rappresenta l’unico spazio disponibile per fermarsi, dormire o trascorrere la notte. D’estate come d’inverno, quando il caldo rende pesante l’aria o il freddo entra nelle ossa, ci sono persone che affidano a una panchina tutto ciò che possiedono.
Accanto a loro si vedono talvolta poche borse, una coperta, qualche oggetto personale. Una vita intera ridotta all’essenziale.
La loro presenza ricorda che la povertà non è un concetto astratto e che l’esclusione sociale ha spesso un volto preciso, una storia concreta, un nome che quasi nessuno conosce. Sono persone che attraversiamo ogni giorno senza fermarci, quasi fossero diventate parte del paesaggio urbano.
Anche queste panchine raccontano qualcosa della città. Raccontano le sue fragilità, ma raccontano anche la responsabilità collettiva di non abituarci all’idea che qualcuno possa vivere ai margini fino a diventare invisibile.
Perché una comunità si misura anche dalla capacità di accorgersi di chi non trova posto altrove.
Abitare vicini, vivere lontani
Uno dei cambiamenti più evidenti degli ultimi decenni riguarda il modo in cui costruiamo le relazioni.
Conosciamo persone che vivono dall’altra parte del mondo, seguiamo quotidianamente vite che scorrono sui social network, partecipiamo a gruppi e conversazioni virtuali, ma talvolta ignoriamo il nome di chi abita sul nostro stesso pianerottolo.
Viviamo fisicamente più vicini di quanto sia accaduto in passato e, allo stesso tempo, rischiamo di essere più distanti.
Non si tratta di rimpiangere un passato idealizzato. Ogni epoca ha avuto le proprie difficoltà e le proprie solitudini. Tuttavia è difficile non riconoscere che qualcosa è cambiato nel modo di abitare gli spazi comuni e di vivere il vicinato.
La tecnologia ci offre strumenti straordinari di comunicazione, ma continua ad esistere una differenza profonda tra essere connessi ed essere realmente in relazione.
La cura delle relazioni
L’esperienza dell’ospedale insegna ogni giorno che la persona ha bisogno di molto più di una risposta tecnica ai propri problemi.
Le cure, i farmaci e le competenze professionali sono indispensabili, ma esiste una dimensione altrettanto importante che riguarda l’ascolto, la vicinanza e la qualità delle relazioni.
Molti ricordano con gratitudine un medico, un infermiere, un operatore sanitario, un volontario o un familiare non soltanto per ciò che ha fatto, ma per come è stato loro accanto nel momento della fragilità.
Questo vale anche fuori dall’ospedale.
Una telefonata, una visita, un invito a prendere un caffè, qualche minuto dedicato ad ascoltare una persona anziana possono sembrare gesti minimi. Eppure spesso rappresentano una forma concreta di cura, capace di restituire dignità e speranza.
Le panchine e il futuro della città
Forse quelle panchine che incontro lungo il cammino verso Niguarda raccontano una domanda che riguarda tutti noi.
Che tipo di città vogliamo costruire?
Una città efficiente, veloce e tecnologicamente avanzata è certamente una risorsa preziosa. Ma una città diventa veramente umana quando le persone continuano a trovare il tempo per incontrarsi, ascoltarsi e prendersi cura le une delle altre.
Le panchine vuote richiamano le solitudini che attraversano il nostro tempo. Quelle occupate da anziani che conversano, da amici che si ritrovano o da una badante che accompagna con pazienza la persona assistita raccontano invece che la relazione rimane una delle risorse più preziose di cui disponiamo. E quelle che, nelle notti d’inverno, diventano rifugio per chi non ha una casa ricordano che esistono ancora ferite sociali che chiedono attenzione e responsabilità.
Forse il futuro delle nostre comunità dipenderà anche dalla capacità di non lasciare vuoti gli spazi dell’incontro, perché ogni volta che una persona trova qualcuno disposto ad ascoltarla, una panchina smette di essere soltanto una panchina e diventa un luogo nel quale la vita continua a generare legami.
Diac. Luigi Giugno

