Con questo articolo dal titolo “Dalla contestazione agli applausi: la Sapienza oggi”, voglio ricordare con voi che il 17 gennaio 2008 Benedetto XVI avrebbe dovuto inaugurare l’anno accademico dell’Università La Sapienza di Roma. La visita, però, non ebbe mai luogo. Dopo le proteste di alcuni docenti e gruppi di studenti, il Papa rinunciò a partecipare. In quei giorni si parlò molto di rapporto tra fede e scienza, di libertà accademica, di laicità. Diciotto anni dopo, il clima sembra profondamente diverso. Oggi Papa Leone XIV è stato accolto nello stesso ateneo con applausi, attenzione e partecipazione. Viene allora spontanea una domanda: che cosa è cambiato alla Sapienza?
Un episodio che aveva segnato un’epoca
La contestazione a Benedetto XVI non fu soltanto un episodio universitario. Diventò il simbolo di una stagione culturale in cui, almeno in alcuni ambienti, la presenza della Chiesa veniva percepita con sospetto. Il timore era che la fede potesse limitare la libertà della ricerca scientifica o interferire con l’autonomia del pensiero.
Alla base delle proteste vi era soprattutto una polemica legata a una citazione su Galileo attribuita al Papa in un suo precedente intervento accademico. Ma dietro quella vicenda si avvertiva qualcosa di più profondo: l’idea che il mondo della fede e quello della ragione fossero inevitabilmente contrapposti.
In quegli anni il confronto pubblico era spesso segnato da schemi ideologici molto rigidi. Ci si divideva facilmente in contrapposizioni nette: credenti contro laici, Chiesa contro scienza, tradizione contro modernità. E dentro questo clima il rischio era che non ci si ascoltasse più davvero.
Un clima diverso
L’accoglienza riservata oggi a Leone XIV sembra raccontare un contesto cambiato. Il Papa ha parlato di pace, di responsabilità culturale, di giovani, di intelligenza artificiale, di crisi dell’umano. Temi che toccano profondamente il nostro tempo e che molti studenti hanno ascoltato con attenzione.
Non credo che questo significhi che tutti condividano il pensiero della Chiesa o che siano improvvisamente scomparse le differenze culturali. Sarebbe una lettura troppo semplice. Piuttosto, viene da pensare che oggi ci sia una maggiore disponibilità al dialogo, forse anche perché la società contemporanea appare più fragile e più inquieta rispetto a diciotto anni fa.
Viviamo in un tempo attraversato da guerre, paure, solitudini, crisi relazionali, trasformazioni tecnologiche rapidissime. E dentro questo scenario molte persone, soprattutto giovani, sembrano tornare a cercare parole capaci di interrogare il senso della vita, non soltanto di fornire informazioni.
La fede come interlocutrice, non come avversaria
Forse uno degli aspetti più interessanti di questa giornata è proprio questo: il Papa non è stato percepito come un avversario da cui difendersi, ma come una voce con cui confrontarsi.
Ed è importante che avvenga proprio dentro un’università. Perché l’università nasce come luogo del dialogo, del confronto, della ricerca. E il confronto diventa sterile quando una voce viene esclusa prima ancora di essere ascoltata.
Benedetto XVI, in realtà, aveva sempre sostenuto che fede e ragione non fossero nemiche, ma realtà chiamate a dialogare. Oggi, paradossalmente, molte delle domande che lui poneva sembrano ancora più attuali. Che cosa significa essere umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale? Che rapporto c’è tra tecnica ed etica? Può esistere un progresso che dimentica la persona?
Sono interrogativi che attraversano ormai anche il mondo laico.
Una generazione diversa
Forse è cambiata anche la sensibilità delle nuove generazioni. I giovani di oggi sono cresciuti dentro un mondo molto diverso da quello del 2008. Hanno conosciuto pandemia, guerre vicine, instabilità economica, trasformazioni digitali continue. E spesso vivono una profonda incertezza sul futuro.
Per questo, probabilmente, alcune contrapposizioni ideologiche del passato appaiono meno decisive rispetto al bisogno concreto di trovare punti di riferimento, parole credibili, luoghi di ascolto.
Non necessariamente risposte già confezionate, ma interlocutori capaci di affrontare le grandi domande dell’esistenza senza superficialità.
Una lezione anche per la Chiesa
Naturalmente questo cambiamento interpella anche la Chiesa. Gli applausi non possono essere letti come un successo da celebrare. Sarebbe un errore. Piuttosto, rappresentano una responsabilità.
Quando il mondo ascolta, occorre parlare con autenticità, umiltà e capacità di dialogo. Senza arroganza, senza paura, ma anche senza rinunciare alla propria identità.
Forse il punto non è che la Chiesa sia diventata più moderna o che l’università sia diventata più religiosa. Forse il punto è un altro: in un tempo che fatica a trovare senso, il dialogo torna a essere necessario.
Una domanda aperta
Diciotto anni fa un Papa fu contestato prima ancora di parlare. Oggi un altro Papa viene applaudito dentro la stessa università.
È cambiata la Chiesa, è cambiata la cultura, oppure è cambiata la sete di senso del nostro tempo?
Diac. Luigi Giugno

