Non siamo mai vissuti così a lungo (io spero ancora moltissimo). E non abbiamo ancora imparato fino in fondo che cosa significhi. Pensioni (ahia), risparmi, casa, consumi, lavoro, salute ed eredità sono stati pensati per una società nella quale la vecchiaia durava relativamente poco. Quella società sta scomparendo. Con questa nuova serie cercheremo di capire che cosa accade quando vivere fino a 90 anni diventa sempre meno eccezionale e arrivare a 100 non è più fantascienza.
Per decenni abbiamo raccontato l’invecchiamento della popolazione quasi esclusivamente come un problema. Meno giovani, più pensionati, maggiore spesa sanitaria, pressione crescente sul sistema previdenziale e un numero sempre più alto di persone da assistere.
Tutto vero. Ma è soltanto una parte della storia. Dietro quella che continuiamo a chiamare genericamente “popolazione anziana” sta infatti crescendo una delle grandi economie dei prossimi decenni.
Si chiama Longevity Economy, l’economia della longevità. E riguarda praticamente tutti noi.
Un’economia che vale già centinaia di miliardi
Secondo le stime del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, considerando il complesso delle attività economiche riconducibili alla popolazione over 50, l’impatto sul PIL della Longevity Economy italiana può essere stimato in circa 714,8 miliardi di euro, all’incirca un terzo del PIL italiano del 2024.
Limitando il calcolo ai soli over 65, il valore sarebbe comunque di circa 363 miliardi di euro. Numeri che rendono un po’ difficile continuare a descrivere l’invecchiamento soltanto come una gigantesca voce di costo. E il dato più interessante riguarda ciò che sta per succedere.
Al 1° gennaio 2026 gli italiani con almeno 65 anni sono già 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione. In pratica, un italiano su quattro. Secondo le più recenti proiezioni dell’Istat, nel 2050 potrebbero rappresentare il 34,5% della popolazione. Più di un italiano su tre.
A quel punto continuare a considerarli semplicemente una categoria marginale chiamata “anziani” comincerà a essere piuttosto curioso. Non saranno semplicemente più anziani. La trasformazione non riguarda soltanto il numero delle persone. Riguarda anche chi saranno quelle persone.
Le generazioni che arriveranno alla pensione nei prossimi decenni avranno abitudini, aspettative e stili di consumo profondamente differenti rispetto a quelli dei loro genitori e nonni. Persone abituate a viaggiare, utilizzare smartphone, acquistare online, investire, guidare, fare sport, frequentare ristoranti, cinema e teatri. Non saranno semplicemente più anziani.
Saranno anziani diversi. Personalmente mi sento già così. Alla mia età mio papà si pensava vecchio e aveva abitudini da vecchio. Si vestiva persino da vecchio anche se era in salute e mentalmente attivo. Io lavoro ancora, vado in palestra quattro volte alla settimana, immagino il futuro.
Ed è una differenza che imprese, banche, assicurazioni, sistema sanitario e pubblica amministrazione farebbero bene a comprendere rapidamente. I nuovi anziani hanno anche i soldi
C’è poi un elemento del quale si parla molto meno. Le generazioni più mature rappresentano una componente fortemente patrimonializzata della società italiana. Case, risparmi, investimenti finanziari e redditi pensionistici fanno degli over 50 non soltanto una fascia demografica sempre più numerosa, ma anche un protagonista fondamentale dei consumi e del patrimonio delle famiglie.
E una parte gigantesca di questa ricchezza cambierà proprietario. Secondo le stime di Itinerari Previdenziali, soltanto tra il 2026 e il 2030 potrebbero passare di mano circa 873 miliardi di euro di patrimonio, con un flusso medio nell’ordine dei 174 miliardi l’anno. È uno dei grandi trasferimenti intergenerazionali di ricchezza che attendono l’Italia e avrà conseguenze sui consumi, sugli investimenti, sul mercato immobiliare e sui rapporti economici tra generazioni.
Altro che generazione economicamente parcheggiata in sala d’attesa. Vivere più a lungo cambia il significato dei soldi. C’è però un’altra faccia della longevità.
Ed è quella che riguarda direttamente ciascuno di noi. Se a 65 o 67 anni possiamo ragionevolmente avere davanti altri venti, trenta o persino più anni di vita, cambia completamente il modo in cui dobbiamo pensare al patrimonio.
La vecchia idea della vita finanziaria era relativamente semplice: lavorare, risparmiare, andare in pensione e utilizzare progressivamente quanto accumulato. Oggi quella sequenza rischia di non bastare più. Una persona che smette di lavorare a 67 anni e arriva a 95 deve finanziare 28 anni di vita senza reddito da lavoro. Praticamente una seconda vita adulta.
Facciamo un esempio volutamente semplice. Chi avesse bisogno di integrare la pensione con 1.000 euro al mese dovrebbe trovare, senza considerare per il momento rendimenti e inflazione, 120.000 euro per dieci anni. Per vent’anni diventerebbero 240.000 euro, per trent’anni, 360.000 euro. Nel frattempo bisogna continuare ad abitare, mangiare, viaggiare, aiutare eventualmente figli e nipoti, curarsi e affrontare quella fase della vita nella quale proprio le spese sanitarie e assistenziali possono aumentare.
Ecco perché uno dei grandi rischi finanziari del futuro ha un nome quasi paradossale: vivere troppo a lungo rispetto ai propri soldi. Ma i longevi non vogliono soltanto curarsi. Anche qui dobbiamo liberarci da uno stereotipo. Quando pensiamo ai consumi degli anziani immaginiamo facilmente farmaci, visite mediche e assistenza.
La realtà è decisamente più interessante. L’indagine sui Longennial italiani realizzata da Itinerari Previdenziali con Format Research mostra naturalmente una grande attenzione alla salute e all’alimentazione, ma anche alla casa, alla cura personale, alla cultura e all’intrattenimento.
Circa un quarto degli intervistati destina risorse a giornali, libri e spettacoli. Una quota analoga presta attenzione ai prodotti per la bellezza e la cura del corpo. E nei prossimi decenni potrebbero svilupparsi ulteriormente mercati come domotica, mobilità assistita, servizi alla persona, telemedicina, abitazioni adattate, turismo senior e tecnologie capaci di prolungare l’autonomia personale.
La longevità, insomma, non creerà soltanto costi. Creerà mercati. E qualcuno, inevitabilmente, quei mercati li conquisterà.
Anche le nostre città dovranno cambiare. C’è infine una dimensione che supera il portafoglio individuale. Se circa un terzo della popolazione avrà più di 65 anni, dovranno cambiare anche le città.
Servizi sanitari facilmente raggiungibili, negozi di prossimità, trasporti pubblici, abitazioni accessibili, ascensori, marciapiedi, spazi verdi, sicurezza, assistenza domiciliare e digitalizzazione dei servizi diventeranno elementi sempre più importanti per determinare la qualità della vita.
L’indagine sui Longennial mostra già oggi quanto siano importanti servizi vicini all’abitazione come farmacie, poliambulatori, poste e CAF, supermercati e negozi alimentari di prossimità. La città della longevità potrebbe quindi essere molto diversa dalla città costruita nel Novecento intorno all’automobile, al luogo di lavoro e alla famiglia tradizionale.
E forse scopriremo persino che una città progettata per chi ha ottant’anni funziona meglio anche per chi ne ha otto.
È da queste trasformazioni che nasce la nuova serie di National Daily Press:
VIVERE 100 ANNI – L’economia della longevità
Non sarà una rubrica sulla vecchiaia. E nemmeno una serie dedicata esclusivamente alle pensioni.
Cercheremo invece di capire come l’allungamento della vita stia modificando denaro, lavoro, consumi, salute, abitazione, investimenti, tecnologia, città e rapporti tra generazioni.
Parleremo di quanto denaro può servire per vivere trent’anni dopo la pensione e di come trasformare un patrimonio accumulato durante la vita lavorativa in una fonte sostenibile di reddito. Vedremo che cosa succede alla casa quando diventa contemporaneamente abitazione, patrimonio ed eventualmente riserva di liquidità. Affronteremo il costo dell’assistenza e della non autosufficienza, ma anche i nuovi consumi di una generazione che non considera affatto conclusa la propria vita a 65 anni.
Racconteremo il gigantesco trasferimento di ricchezza che nei prossimi decenni passerà da una generazione all’altra. E proveremo a capire quali settori economici potrebbero beneficiare della più grande trasformazione demografica della nostra epoca.
La domanda che ci accompagnerà
Per gran parte del Novecento la grande domanda economica personale è stata: “Riuscirò ad avere abbastanza soldi per andare in pensione?” Nel XXI secolo potrebbe essere necessario formularla diversamente: “Una volta in pensione, i miei soldi riusciranno a vivere quanto me?”
Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché vivere più a lungo significa anche avere più tempo per viaggiare, imparare, consumare, investire, aiutare le generazioni successive e, perché no, continuare a lavorare o iniziare qualcosa di completamente nuovo.
La longevità è contemporaneamente una delle più grandi conquiste della nostra società e una delle sue più grandi sfide economiche. Dobbiamo ancora imparare a gestirla. Ed è esattamente quello che proveremo a fare, puntata dopo puntata, in “Vivere 100 anni”.
Giulio Valerio Santini
Business Advisor
Fonti e approfondimenti
ISTAT, Indicatori demografici – Anno 2025, pubblicato nel 2026: popolazione italiana per età e quota degli over 65.
ISTAT, Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro – Base 1/1/2025, 2026: evoluzione della struttura demografica italiana fino al 2080.
Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, Da Silver a Longevity Economy, la grande economia dei prossimi decenni, 2026: dimensione economica della Longevity Economy, patrimonio e trasferimenti intergenerazionali.
Itinerari Previdenziali – Format Research, Seconda indagine demoscopica sui Longennial italiani, 2026: consumi, bisogni, servizi e comportamenti della popolazione matura.
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