VIVERE 100 ANNI – L’economia della longevità | Puntata 4
Per decenni abbiamo considerato i 65 anni una sorta di confine naturale. Prima si era adulti, lavoratori, persone attive; dopo si entrava ufficialmente nella terza età. Una distinzione apparentemente semplice, che ha influenzato le pensioni, l’organizzazione sanitaria, le politiche sociali e persino il modo in cui guardiamo noi stessi.
Oggi, però, quel confine appare sempre meno convincente. Una persona di 65 anni può essere professionalmente attiva, praticare sport, viaggiare, occuparsi dei nipoti e progettare nuove esperienze. Un’altra, della stessa età, può già convivere con limitazioni importanti.
La differenza non sta soltanto nel numero degli anni trascorsi dalla nascita. Dipende dalla salute, dalle condizioni economiche, dall’ambiente in cui viviamo e dalle opportunità che abbiamo avuto durante tutta la vita.
La vera rivoluzione della longevità non consiste semplicemente nel vivere più a lungo, ma nel fatto che l’età anagrafica racconta sempre meno, da sola, chi siamo e che cosa possiamo ancora fare.
L’Italia invecchia, ma cosa significa davvero essere anziani?
L’Italia è uno dei Paesi più longevi e demograficamente anziani del mondo. Secondo l’Istat, gli ultrasessantacinquenni rappresentano ormai circa un quarto della popolazione e il loro peso è destinato ad aumentare nei prossimi decenni.
Ma utilizzare i 65 anni come soglia statistica non significa affermare che tutte le persone che la superano siano anziane nello stesso modo.
Quella soglia è soprattutto una convenzione demografica, utile per confrontare popolazioni e organizzare servizi. Non è una diagnosi medica e neppure una misura universale della capacità di vivere autonomamente.
Un sessantacinquenne di oggi può avere condizioni di salute, aspettative e abitudini molto differenti da quelle di una persona della stessa età vissuta cinquant’anni fa. Non è una regola valida per tutti, ma è una trasformazione sufficientemente importante da mettere in discussione molte categorie tradizionali.
Età anagrafica, biologica e funzionale: tre modi diversi di misurare la vecchiaia
La ricerca sull’invecchiamento distingue diverse dimensioni dell’età.
L’età anagrafica è quella riportata sui documenti. Si misura facilmente, ma non descrive necessariamente le condizioni fisiche e cognitive di una persona.
L’età biologica cerca invece di rappresentare lo stato di invecchiamento dell’organismo attraverso indicatori fisiologici e molecolari. È un campo scientifico in rapido sviluppo, anche se molti strumenti commerciali che promettono di misurarla non hanno ancora una validazione sufficiente per orientare decisioni cliniche individuali.
L’età funzionale riguarda infine ciò che una persona è effettivamente in grado di fare: camminare, salire le scale, svolgere le attività quotidiane, mantenere relazioni e prendere decisioni autonome.
È proprio quest’ultima dimensione a essere particolarmente importante per la qualità della vita.
L’Organizzazione mondiale della sanità, nel suo approccio all’invecchiamento in salute, attribuisce infatti un ruolo centrale alla capacità funzionale, che dipende sia dalle caratteristiche individuali sia dall’ambiente in cui si vive.
Due persone di 75 anni possono quindi avere bisogni completamente diversi. Una può essere indipendente e attiva, mentre l’altra può richiedere assistenza continuativa. Trattarle come appartenenti a un’unica categoria indistinta rischia di produrre decisioni sanitarie, economiche e sociali poco efficaci.
La scoperta dell’Istat: la vecchiaia potrebbe cominciare a 74 o 77 anni
C’è un dato particolarmente interessante, contenuto nel rapporto Istat sugli indicatori demografici del 2025, pubblicato il 31 marzo 2026.
L’Istituto osserva che la tradizionale classificazione degli anziani a partire dai 65 anni è una semplificazione ereditata dal passato. Propone quindi, come esercizio statistico, di considerare una soglia mobile, collegata alla speranza di vita residua.
Il risultato è sorprendente: assumendo come riferimento la speranza di vita residua degli uomini sessantacinquenni nel 1960, nel 2025 la soglia corrispondente sarebbe stata di 74 anni per gli uomini e 77 per le donne.
Con questo criterio, la quota di popolazione classificata come anziana scenderebbe al 12,3%, anziché al 24,7% calcolato utilizzando la soglia tradizionale dei 65 anni.
Naturalmente non significa che l’Istat abbia ufficialmente spostato l’inizio della vecchiaia a 74 o 77 anni. Significa, piuttosto, che la stessa popolazione può apparire molto diversa a seconda del criterio utilizzato per misurarne l’invecchiamento.
La nuova stagione della vita tra pensione e fragilità
L’allungamento della vita sta facendo emergere una fase che le classificazioni tradizionali descrivono con difficoltà: quella delle persone che hanno concluso la carriera principale, ma conservano salute, autonomia e capacità di contribuire alla società.
È una stagione che può durare molti anni, anche se non tutti hanno la possibilità di viverla nelle stesse condizioni.
Alcuni continuano a lavorare, altri svolgono volontariato, si occupano dei familiari, studiano oppure intraprendono attività completamente nuove. La pensione, in questi casi, non rappresenta necessariamente il ritiro dalla vita attiva, ma una trasformazione del modo di utilizzare il proprio tempo.
Questa evoluzione ha conseguenze economiche importanti. Una persona autonoma di 70 o 75 anni continua a consumare, viaggiare, acquistare servizi, partecipare alla vita culturale e, in molti casi, produrre reddito.
Considerare tutti gli ultrasessantacinquenni esclusivamente come destinatari di pensioni e prestazioni assistenziali significa ignorare una parte rilevante del loro contributo economico e sociale.
L’economia della longevità deve distinguere autonomia e fragilità
Qui emerge uno dei principali problemi del nostro modello economico.
Le statistiche dividono abitualmente la popolazione in età lavorativa e popolazione anziana, ma questa separazione non coincide necessariamente con la distinzione tra persone economicamente attive e persone dipendenti.
Un pensionato può continuare a svolgere un’attività professionale, sostenere economicamente figli e nipoti oppure dedicare tempo alla cura dei familiari. Al contrario, una persona molto più giovane può trovarsi in condizioni di disabilità o non autosufficienza.
Questo non significa che l’aumento della longevità renda irrilevanti i costi previdenziali e sanitari. Significa che dobbiamo imparare a distinguere meglio i bisogni delle persone, evitando di utilizzare l’età come unico criterio.
Le politiche pubbliche dovrebbero quindi considerare maggiormente l’autonomia funzionale, le condizioni di salute, il contesto familiare e le risorse economiche, senza trasformare queste differenze in nuove discriminazioni.
Vivere più a lungo non significa automaticamente vivere meglio
Sarebbe un errore raccontare la longevità come una promessa di eterna giovinezza.
L’invecchiamento comporta cambiamenti biologici reali e aumenta la probabilità di sviluppare malattie croniche, limitazioni funzionali e bisogni assistenziali. Inoltre, le opportunità di mantenersi in salute non sono distribuite uniformemente.
Reddito, istruzione, condizioni di lavoro, alimentazione, ambiente e accesso ai servizi sanitari contribuiscono a determinare percorsi di invecchiamento molto diversi.
L’Organizzazione mondiale della sanità sottolinea che l’invecchiamento in salute non richiede necessariamente l’assenza di malattie. Una persona può convivere con patologie croniche ben controllate e mantenere comunque una buona qualità della vita.
La questione decisiva diventa allora quanti anni riusciamo a vivere conservando la capacità di fare ciò che consideriamo importante.
Prepararsi a una vita più lunga significa cambiare prospettiva
Se la vecchiaia non coincide automaticamente con il compimento dei 65 anni, anche la pianificazione personale deve cambiare.
Non basta chiedersi a quale età andremo in pensione. Dovremmo domandarci come vogliamo vivere nei venti o trent’anni successivi, quali attività desideriamo continuare a svolgere, come preservare la nostra autonomia e quali risorse economiche saranno necessarie.
Investire nella prevenzione, mantenere relazioni sociali, aggiornare le proprie competenze e organizzare per tempo la gestione del patrimonio diventano parti di un unico progetto di vita.
La longevità non cancella la vecchiaia, ma può modificare profondamente il percorso che conduce verso di essa.
E forse è proprio questa la domanda da cui dovremmo ripartire: non quando diventiamo ufficialmente anziani, ma per quanti anni possiamo continuare a vivere in modo autonomo, dignitoso e soddisfacente.
Giulio Valerio Santini
Fonti
- Istat, Indicatori demografici – Anno 2025, pubblicato il 31 marzo 2026. Rapporto ufficiale.
- Istituto Superiore di Sanità, sistema di sorveglianza PASSI d’Argento, studi su salute, autonomia e invecchiamento attivo della popolazione italiana. Pubblicazioni scientifiche.
- Organizzazione mondiale della sanità, Invecchiamento in salute e capacità funzionale, documento esplicativo del 2020. Documento OMS.
- OMS Europa, Ridurre le disuguaglianze nella salute lungo il corso della vita: età avanzata e invecchiamento in salute, rapporto 2019. Rapporto ufficiale.
Nella prossima puntata
Lavorare fino a 70 anni? La longevità cambierà anche il nostro posto di lavoro. Vedremo perché una vita più lunga potrebbe trasformare il rapporto tra lavoro e pensionamento, aprendo nuove possibilità professionali ma anche interrogativi sulla sostenibilità delle carriere, sulle competenze e sulle differenze tra le professioni.
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