Il 12 ottobre il Consiglio dell’Ue ha adottato nuove misure restrittive contro 1.596 persone ed entità del complesso militare e industriale russo, in risposta al proseguimento e all’escalation dell’aggressione di Mosca all’Ucraina. Nel mirino c’è in particolare la recente, brutale campagna militare contro le infrastrutture civili, che sta causando gravi sofferenze alla popolazione. Si tratta del più ampio pacchetto di inserimenti in elenco mai concordato dall’Unione: comprende 826 società russe e 743 persone che ne sono amministratori delegati. Con questa decisione, il totale degli inserimenti nell’ambito del regime di sanzioni a sostegno dell’integrità territoriale dell’Ucraina sfiora quota 4.600. Il pacchetto colpisce soprattutto i fornitori di livello intermedio, il “cuore” dell’industria militare russa, che generano un fatturato annuo di almeno 20 miliardi di euro e danno lavoro a oltre 250.000 persone. Le società in elenco producono componenti chiave per alcuni dei sistemi d’arma più avanzati di Mosca, tra cui missili, droni e aeromobili: dispositivi elettronici (semiconduttori, microcircuiti, computer), apparecchiature di comunicazione (radar, antenne, ricetrasmettitori), sistemi aeronautici, satellitari e missilistici, esplosivi e munizioni, sistemi ottici e di navigazione. Le misure rientrano nel quadro delle sanzioni Ue contro le azioni che compromettono o minacciano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina. Per i soggetti inseriti in elenco scatta il congelamento dei beni e il divieto di mettere a loro disposizione, direttamente o indirettamente, fondi o risorse economiche. Alle persone fisiche si applica inoltre il divieto di viaggio nell’Ue.
Lo strappo di Washington
Le nuove sanzioni arrivano dopo che, nel fine settimana precedente, Trump ha deciso di sospendere le sanzioni energetiche contro la Russia per ripristinare gli acquisti di gasolio russo. Il presidente americano ha inoltre criticato il leader ucraino Volodymyr Zelensky per non aver convocato nuove elezioni. Scelte e dichiarazioni che incrinano il fronte euro-atlantico in politica estera, con effetti sia sugli alleati sia sugli altri attori coinvolti.
Il Consiglio europeo e la richiesta di Tajani
La questione tornerà sul tavolo del Consiglio europeo del 15 ottobre. Per porre fine alla guerra di aggressione russa, ha spiegato oggi il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, “l’Europa ha bisogno di un portavoce che parli per conto dell’intera Unione. Può essere un gruppo di Stati o una singola persona. L’importante è che ci sia una posizione univoca, perché altrimenti la politica europea apparirebbe debole”. Tajani si è espresso a margine del pre-vertice del Partito Popolare Europeo, la riunione dei capi di Stato e dei principali leader della famiglia popolare che precede il Consiglio. Non è una novità: il ministro aveva già avanzato la stessa richiesta. “L’Europa deve avere un interlocutore in grado di parlare con gli americani, con i russi, con gli ucraini”, ha ribadito questa mattina. Ieri, nelle comunicazioni al Parlamento in vista del vertice, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’intesa sul gasolio russo annunciata da Trump “una scelta molto rischiosa”: potrebbe infatti legittimare Mosca, garantire al Cremlino nuove risorse per finanziare la guerra e indebolire la strategia delle sanzioni occidentali.

