Parte prima
Gli investimenti nell’AI crescono a velocità impressionante, ma Wall Street comincia a chiedere quando arriveranno davvero i profitti
L’intelligenza artificiale viene spesso presentata come la più importante rivoluzione tecnologica dai tempi di Internet. Probabilmente è vero. Sta già cambiando il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, programmiamo, analizziamo i dati, progettiamo farmaci e organizziamo le imprese. La sua diffusione procede a una velocità che poche innovazioni hanno conosciuto in passato.
Eppure, nel cuore della comunità finanziaria, sta crescendo una domanda molto meno entusiasmante e molto più concreta: quando arriveranno i profitti capaci di giustificare gli investimenti giganteschi che le società tecnologiche stanno sostenendo?
Non si tratta di una ribellione contro l’intelligenza artificiale e nemmeno della convinzione che la tecnologia sia destinata a fallire. Il dubbio riguarda il rapporto tra il denaro investito oggi e il rendimento che potrà essere ottenuto domani. Una tecnologia può cambiare il mondo senza necessariamente garantire guadagni rapidi a tutte le imprese che la sviluppano e, soprattutto, a tutti gli investitori che acquistano le loro azioni.
Questa distinzione è fondamentale. Una grande innovazione tecnologica, una grande azienda e un buon investimento non sono sempre la stessa cosa.
Una montagna di denaro alla ricerca di un rendimento
Gli investimenti nell’intelligenza artificiale hanno ormai assunto dimensioni difficili da immaginare. Non riguardano soltanto la progettazione di nuovi modelli linguistici o l’acquisto dei chip più potenti. Dietro ogni servizio di AI esiste un’enorme infrastruttura fisica composta da data center, processori, sistemi di raffreddamento, reti di telecomunicazione, impianti elettrici, memorie, server e software.
Secondo lo Stanford AI Index 2026, gli investimenti societari globali nell’intelligenza artificiale sono più che raddoppiati nel 2025. La sola AI generativa ha registrato un aumento superiore al 200 per cento, assorbendo quasi la metà dei finanziamenti privati destinati al settore. Nello stesso tempo, anche i costi di calcolo e le spese per le infrastrutture hanno raggiunto livelli record.
Microsoft ha indicato per il 2026 investimenti in conto capitale nell’ordine di circa 190 miliardi di dollari, spiegando che una parte rilevante di questa spesa serve a portare online nuova capacità di calcolo e a rispondere a una domanda che continua a superare l’offerta disponibile.
Amazon ha successivamente elevato la propria previsione di investimenti tecnologici e infrastrutturali per il 2026 a circa 220 miliardi di dollari, sostenendo che la domanda di servizi cloud e AI rimane elevata e che la capacità disponibile potrebbe continuare a rappresentare un limite anche negli anni successivi.
Numeri di questo genere fanno comprendere la portata della scommessa. Le grandi società tecnologiche non stanno semplicemente aggiungendo una nuova funzione ai propri prodotti. Stanno costruendo una nuova infrastruttura industriale globale.
Il problema è che un investimento non diventa automaticamente un profitto. Prima deve generare ricavi sufficienti, poi deve coprire i costi di funzionamento, l’ammortamento degli impianti, il consumo energetico, la manutenzione e il continuo aggiornamento tecnologico. Solo ciò che rimane può trasformarsi in rendimento per gli azionisti.
Ed è precisamente su questo punto che iniziano le preoccupazioni dei mercati.
Il vero dubbio non è sull’AI, ma sui tempi
Quando un’impresa costruisce una fabbrica tradizionale, gli investitori possono stimare quante unità produrrà, quale prezzo potrà applicare e in quanto tempo recupererà il capitale impiegato. Nell’intelligenza artificiale, invece, molte di queste variabili sono ancora difficili da calcolare.
Non è ancora chiaro quanto le aziende e i consumatori saranno disposti a pagare per i diversi servizi di AI, quali applicazioni diventeranno realmente indispensabili e quali resteranno semplici curiosità tecnologiche. Non sappiamo nemmeno se i modelli più avanzati potranno mantenere nel tempo prezzi elevati oppure se la concorrenza e la diffusione di soluzioni open source ridurranno drasticamente i margini.
Una banca può utilizzare l’intelligenza artificiale per analizzare documenti, assistere la clientela, individuare frodi e ridurre alcune attività manuali. Un’impresa industriale può impiegarla per prevedere i guasti, ottimizzare il magazzino o progettare nuovi prodotti. Uno studio professionale può utilizzarla per produrre bozze, sintetizzare pratiche e ricercare informazioni.
In tutti questi casi esiste un beneficio potenziale. Ma trasformare quel beneficio in un flusso di ricavi aggiuntivo non è sempre semplice. Molte imprese utilizzano l’intelligenza artificiale per ridurre i costi, non necessariamente per acquistare nuovi servizi molto costosi. Altre sperimentano la tecnologia senza aver ancora modificato profondamente i propri processi organizzativi.
Lo Stanford AI Index rileva che nel 2025 l’88 per cento delle organizzazioni coinvolte nelle rilevazioni dichiarava di utilizzare l’AI e il 70 per cento impiegava sistemi generativi in almeno una funzione aziendale. L’utilizzo degli agenti autonomi, tuttavia, rimaneva ancora limitato a percentuali a una cifra nella maggior parte delle funzioni operative.
Questo dato racconta bene il momento che stiamo attraversando. L’adozione è già ampia, ma la trasformazione completa delle imprese è soltanto all’inizio.
La Redazione economica di National Daily Press
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