Vero viaggio e’ il ritorno, Valentina Pigmei. Editori Laterza, 2026
Vent’anni fa nel sud dell’India, un astrologo le dice:<< You don’t have to stay in an office, Valentina, you have to travel more! More! >>
Valentina Pigmei l’ha ascoltato e ha iniziato a viaggiare.
Ricorda molto uno dei più grandi viaggiatori e giornalisti di sempre, Tiziano Terzani, che dalle parole di un indovino diede vita a uno dei suoi viaggi più emozionanti ( “Un indovino mi disse” Tiziano Terzani).
Valentina Pigmei ha viaggiato tantissimo, vivendo i luoghi visitati in modo intenso e indipendente, scritto articoli, blog, libri.
Oggi vede cambiato il mondo del turismo: costi elevati, iperturismo, prenotazioni obbligatorie, rischi di voli cancellati. La risposta dell’autrice è la ricerca di un turismo diverso. Viaggiare meno e meglio. Soprattutto per le donne.
Alla ricerca della lentezza perduta:
<<Ho bisogno di solitudine. Ho bisogno di spazio. Ho bisogno di aria>>
E’ Virginia Woolf ma potrebbe esser scritto dalla stessa Pigmei e forse anche da tanti di noi.
Lentezza e dolcezza come forme di cura. Alexander Langer negli anni Novanta proponeva questo pensiero alle persone così come ai luoghi. Oggi il desiderio di “ spegnere tutto” pervade sempre più persone che sono alla ricerca di vacanze in luoghi che non rientrano nelle mode dei social. Natura, lentezza e vuoto per contrastare l’iperconnessione.
Viaggiare e’ sostenibile? E’ una domanda che il nostro tempo ci chiede a gran voce. La prima legge dell’ecologia è che ogni cosa è connessa a un’altra. Rachel Carson, madre dell’ambientalismo moderno, ha dimostrato che avvelenare la natura, significa avvelenare l’uomo.
Nel saggio, l’autrice parla di ospitalità come incontro. Nella Grecia antica il termine usato per ospite vuol dire sia ospite che straniero. Rappresenta bene l’atteggiamento di cura, attenzione e apertura necessaria per accogliere un’altra persona. Valentina Pigmei raccontando le proprie esperienze personali, fa emozionare e riflettere su quanto sia arricchente sia per chi ospita sia per chi è ospitato.
Ultima parte del saggio dedicata alle donne che viaggiano: una condizione relativamente recente se si pensa anche a tutta la letteratura che narra uomini che viaggiano, esplorano, compiono avventure e le donne che restano a casa ad aspettare ( pensiamo ancora ad Ulisse e Penelope).
I motivi che spingono oggi tant’è donne a viaggiare e, in particolare, viaggiare da sole, sono diversi e personali. Qualunque sia la motivazione, l’importante è sapere che non si è mai sole… “ alla peggio “ si potrà sempre portare con sé un diario.
E, dopo tanto viaggiare, la consapevolezza che il senso del viaggio è dato proprio dal suo ritorno. Senza ritorno non c’è presa di coscienza, non c’è comprensione, non c’è cambiamento.
Valentina Pigmei di viaggi ne ha fatti tantissimi, di traslochi tanti e che ha riflettuto molto sul fatto che le nostre radici “ sono elastiche, in evoluzione..vanno a cercare altre risorse…” come le aveva detto la regista Alice Rohrwacher.
In questo saggio ci fa viaggiare in un turbinio di emozioni fra la sua vita, i viaggi che ha fatto, le parole delle persone che ha incontrato, i numerosi libri che ha letto. Noi apriamo il libro e non lo chiudiamo più fino all’ultima pagina, in apnea, travolti dai suoi racconti.
Valentina Pigmei è giornalista, scrittrice e consulente editoriale. Ha lavorato per diverse case editrici. Collabora con “ Internazionale”, “ Lucy sulla cultura “ e “ Il Tascabile”, “ Vogue”, “ Myself”, “ Flair”,
Nel Suo saggio dedica una riflessione importante sull’ospitalità che noi abbiamo perso. Qual è il primo passo da fare per recuperarla?
L’Italia è un paese molto ospitale nella memoria e nell’immagine che abbiamo di noi stessi, ma nella pratica abbiamo sviluppato una forte resistenza culturale all’ospitalità vera, quella che implica lasciar entrare qualcuno in casa propria senza il controllo della situazione. Lo vediamo bene con le piattaforme di scambio casa o di home sharing: funzionano meno che altrove perché l’idea di lasciare le proprie chiavi a degli sconosciuti ci mette a disagio. In generale tendiamo un po’ a ridurre al minimo l’imprevisto. Ma l’ospitalità autentica è esattamente il contrario: è aprirsi a qualcosa che non possiamo prevedere del tutto.
Darinka Montico, una grande viaggiatrice italiana che ha camminato a piedi per tutta l’Italia facendosi ospitare dalle persone che incontrava, mi ha raccontato una cosa che mi ha colpito molto: nei paesi più poveri, in Calabria, in Basilicata, ha trovato l’accoglienza più grande.
Lì dove Internet funziona poco, dove manca la mediazione digitale, la gente per strada ti invita a casa, a mangiare, a dormire. Quindi il primo passo, credo, è proprio questo: recuperare la curiosità verso chi viene da fuori, e abbassare la soglia di paura. Capire che tra ospite e host c’è un patto che non si misura in soldi, ma in fiducia reciproca.
E poi c’è un secondo passaggio, più concreto: chiedere ospitalità, non solo offrirla. Ho scoperto che esistono reti — come “Host a Sister” — dove donne ospitano altre donne, spesso gratuitamente, e il meccanismo funziona proprio perché si basa su una fiducia costruita passo dopo passo: una telefonata prima, una conoscenza minima, un margine di rischio accettato. È un’ospitalità povera nei mezzi, ma ricchissima nel senso. E dimostra che la possibilità di viaggiare gratis — o quasi — è inversamente proporzionale alla povertà dei nostri legami. Chi ha più relazioni, ha più porte aperte.
Prima di partire per un viaggio, come si prepara?
In nessun modo! Sono per l’improvvisazione. Non faccio liste di cose da vedere, non studio itinerari, raramente leggo le guide. Preferisco arrivare un po’ ignorante e lasciarmi sorprendere. L’unica cosa che faccio è cercare qualcosa da leggere che abbia a che fare con il posto dove vado.
Quasi sempre un romanzo o un memoir, qualcosa che mi metta dentro uno sguardo preferisco arrivare con un immaginario, che con un programma. E poi, quando posso, provo a mettermi in contatto con qualcuno che vive lì anche solo per un caffè, una chiacchierata e un punto di vista locale.
Aggiugerei anche che amo molto la collana The Passanger (pubblicate da Iperborea) dedicata a vari paesi e città del mondo proprio perché sono delle “antiguide”.
Per i giovani quali mete ritiene importanti visitare?
Non saprei davvero, ogni luogo vale l’altro, ma quello di cui sono certa è che mentre per noi adulti viaggiare non dovrebbe essere un diritto, i giovanissimi invece devono viaggiare il più possibile: è solo conoscendo il mondo che si riesce a distinguere l’essenziale dall’inessenziale e solo dall’incontro con l’Altro, con lo “straniero” che accogliamo davvero nuovi paesaggi mentali.
E ragazzi e l ragazze ne hanno bisogno più che mai. Sono estremamente orgogliosa a due “patrimoni” europei che da giovane mi hanno senza dubbio offerta enormi possibilità: l’Interrail e il progetto Erasmus.
Citando Pavese, Lei scrive “ Molti paesi vuol dire nessuno”. Oggi l’Italia è il Suo paese?
Sicuramente l’Italia è il mio “paese” Anche se Cesare Pavese intendeva “paese” nel senso di piccolo centro e non di “nazione”. In generale sono abbastanza sradicata, ho vissuto in tanti posti diverse ma mi sento a casa dappertutto. Come ho cercato di spiegare nel libro le radici sono qualcosa di vivo, mobile, di elastico.
Il Suo libro è ricchissimo di citazioni e riferimenti ad altri libri. Ci lascia qualche consiglio di lettura?
Consiglio soprattutto di leggere alcuni libri di viaggiatrici del passato. Una donna nella notte polare di Christiane Ritter (1938). Racconta l’anno trascorso dall’autrice in un capanno alle Svalbard insieme al marito e a un amico. Quattro mesi di buio perenne, pericoli estremi e paesaggi straordinari fanno da sfondo a una riflessione sulla forza femminile: abbandonata sola per tredici giorni durante una tormenta, Ritter dimostra di cavarsela benissimo, lasciando l’impressione che le donne abbiano bisogno degli uomini molto meno di quanto accada il contrario.
Leggerlo perché
E’ un saggio ricchissimo di spunti
Neo
La copertina

