Nel diritto penale, esiste una elaborazione giurisprudenziale definita attraverso l’espressione latina “homo eiusdem condicionis et professionis”; tale elaborazione indica l’agente modello, ossia un parametro utilizzato dal giudice per valutare se un comportamento sia negligente, imprudente o imperito.
La condotta viene confrontata con quella che avrebbe tenuto lo stesso professionista nelle medesime circostanze, una sorta di parallelo con il discernimento del buon padre di famiglia nel contesto del diritto civile.
Con una sola, sostanziale differenza.
Nel caso del diritto penale, il parametro della ragionevolezza deve essere suffragato da competenze tecniche e quaificate.
Devi essere una persona competente per poter giudicare.
Eppure, alla notizia della tragica morte Abderrahim Fakir, perché la morte di una persona merita sempre una profonda riflessione, orde di politic(anti)i si sono affrettati a fornire giudizi e ricostruzioni, tutti judoka professionisti, esperti di proiezioni e ammanettamenti.
Una nuova puntata della saga del “noi e voi”, da una parte il mantra “Verità e giustizia”, come se la magistratura non bastasse a fare chiarezza, attraverso anche i filmati delle delle bodycam fornite alla Procura dagli stessi agenti.
Dall’altra i sostenitori dello scudo penale, un equivoco populista meritevole soltanto di attirare acredine nei confronti delle forze dell’ordine, nel falso convincimento che li si ponga al di sopra della legge.
Ma i poliziotti, quei due poliziotti, ora non indagati ma soltanto “annotati”, potrebbero subire un calvario giudiziario e pagare fior di quattrini forti di uno stipendio sempre più eroso dall’inflazione.
Su temi delicati come l’ordine e la sicurezza pubblica, la politica dovrebbe usare maggiore prudenza, non certo aizzare le piazze soffiando sul vento della contrapposizione sociale, poiché le cicatrici degli scontri di piazza di circa cinquanta anni fa, ce le portiamo ancora addosso.
I poliziotti sono lavoratori, come tutti gli altri, e andrebbero aiutati a lavorare con maggiori strumenti per garantire la propria e l’altrui incolumità, con protocolli chiari, perché quando la politica non decide, non previene e non governa, i meccanismi di compensazione sociale saltano e i problemi irrisolti vengono consegnati agli scudi, ai caschi e alle manette, e a pagare sono, come sempre, soltanto i poliziotti.
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