LeMay e MacCone
Il grosso generale annuì e McCone, che aveva ben capito dove lui volesse andare a parare, gli fece notare “però mi scusi, signore…il tempo di crociera per raggiungere Mosca è di circa venti minuti dalla Turchia e mezz’ora dall’Italia…se avessimo voluto attaccarli l’avremmo già fatto per sfruttare l’effetto sorpresa e…e a quest’ora sarebbero già morti, no?”.
Quelle parole fecero rianimare anche Kennedy che domandò “Generale mi scusi ma…effettivamente, da un punto di vista prettamente militare che logica può esserci nel colpire le navi e poi lasciar passare del tempo senza sfruttare l’effetto sorpresa per un attacco nucleare in massa?”.
Con gioia, Dean vide che stavano seguendo tutti il suo pensiero: l’Unione Sovietica sapeva benissimo che, in ogni caso, non sarebbe mai riuscita a distruggere il potenziale americano con una guerra nucleare preventiva. Perciò, seguendo il filo del suo ragionamento, sapendo che tanto non sarebbe sopravvissuta non avrebbe mai attaccato per prima ma avrebbe, al massimo risposto ad un attacco.
Se, però, l’America avesse voluto attaccarli, avrebbe cercato di farlo massimizzando i danni, cioè, sfruttando l’effetto sorpresa. Sapendo, perciò, che inevitabilmente la distruzione delle loro navi li avrebbe messi in allarme, per quale motivo non aveva sfruttato il lasso di tempo precedente per attaccarli?
Questa teoria, basata su una sorta di equilibrio del terrore sanciva come corollario che, a meno che non desiderasse la sua completa distruzione, l’Unione sovietica non avrebbe attaccato per prima. Ergo, un attacco sovietico non era in arrivo. Non era in arrivo!
Ne parvero convinti tutti, tutti tranne LeMay che fermo nella sua teoria statuì borbottando “dovremmo attaccare, signor Presidente…o i comunisti ci distruggeranno”.
Tuttavia, messo in minoranza, le sue giustificazioni parvero deboli anche a lui. Presi dall’entusiasmo generale, Dean e gli altri constatarono che una guerra nucleare non ci sarebbe stata…almeno per ora.
…continua

