Il tempo dei chissà, Elena Loewenthal, Einaudi 2026
“ Signora entra o esce?”
“ Sono fatti miei”. Strilla la vedova Bonelli e, se entra o esce, non lo sa neanche lei.
Con quest’immagine caotica si apre un romanzo dal sapore dolce amaro, un racconto di vite tra presente e passato.
Un ascensore che lega le storie di chi abita nel palazzo, fra passato e presente. Un libro dove il lettore deve incastrare, come in un puzzle, le vite narrate dall’autrice.
Torino, l’eleganza di una palazzina liberty dei primi del Novecento. Chiudiamo gli occhi e immaginiamo questa palazzina che trattiene il passato e ce lo racconta.
La vedova Bonelli, sola e irascibile, rievoca nella memoria la tranquillità del condominio e la serietà degli inquilini: Bei tempi, ripeteva quella buonanima di suo papà. E i fascisti erano meglio di tanti altri. Bei tempi quando era tutto tranquillo e ordinato, mica adesso con questo pandemonio.
Bei tempi però non lo erano per tutti.
Nel 1939, sui campanelli i cognomi sono spariti. Non sono mica cristiani questi. Sono fantasmi pensa il postino dopo la terza rampa di scale per consegnare una raccomandata agli Auerbach.
Cittadinanza italiana revocata. Così è scritto nella raccomandata. Apolide rimbomba nella testa dell’ingegner Auerbach. Proprio lui, che aveva lasciato la Germania e aveva tanto desiderato che i figli imparassero l’italiano e crescessero in Italia. .
Razza ebraica. La piccola Ada non sa cosa voglia dire ma lo capisce presto sulla propria pelle. I documenti contano di più del suo non andare in sinagoga. Non può più giocare con la sua amica Donata, che abita nell’appartamento sotto gli Auerbach. In quella casa, non è più gradita.
Poi, Il tempo dei chissà: l’estate del 1943. L’estate badogliana.
Da alleati, i tedeschi diventano presto invasori. Torino è piena di macerie, di camicie nere. E’ piena di paura.
Ermanno, figlio dell’ingegnere Auerbach, sogna la montagna, la lotta.
“ Ico. Mai più Ermanno. Il partigiano Ico”. Inizia la sua nuova vita.
I capitoli scanditi gli anni dei ricordi come a sottolineare ancora di più come in pochi mesi cambia la vita.
Una scrittura densa che ci mostra i particolari. La vita raccontata da uno sguardo, un abbraccio; la tensione che sentiamo in una busta chiusa; la brezza mattutina sul volto e il freddo per una sciarpa dimenticata.
Perché i ricordi sono fatti così. Vanno, vengono, mutano, trasformano quel che è stato e quel che sarà.
Torino, sempre magica, sullo sfondo. Protagonista silenzioso ma presente: i suoi palazzi d’epoca, i suoi autunni ricchi di colore e la profondità del suo cielo.
Perché alla fine si torna sempre. Anche senza volerlo. Perché i luoghi hanno talvolta questa specie di virtù che forse è una forma di misteriosa energia cosmica, che ti fa mettere radici anche se non lo sai, non te ne accorgi
Un romanzo per non dimenticare. Per piangere e per riflettere.
Elena Loewenthal è scrittrice e studiosa di Storia e Letteratura ebraica. Ha insegnato all’Universita’ Vita-Salute San Raffaele di Milano e allo Iuss di Pavia. Scrive per La Stampa e Ttl. Ha tradotto e curato numerosi testi della tradizione ebraica fra i quali “ Mistica ebraica” con Giulio Busi.
Da dove nasce questa storia?
Come spesso capita, è un impasto di verità e invenzione. C’è molto della storia della mia famiglia, di mio padre partigiano, delle vicissitudini quali ogni famiglia ebraica ha attraversato in Italia durante il fascismo, le leggi razziali e le persecuzioni naziste. E c’è molta invenzione, che è la libertà che ti dona la scrittura narrativa
Il romanzo è anche una storia di scelte di vita e di lotta per i propri ideali, in particolare nelle pagine dedicate alla lotta partigiana. Quanto conta la memoria?
Conta sempre. Questo è un libro sulla persistenza del passato, sul fatto che il passato ci forma, ci costruisce, è parte del nostro dna fisico e storico. Ma spero si colga in questo romanzo anche l’amore per la vita, la necessità di guardare al futuro, di immaginarlo e costruirlo come fa Ico, che sale in montagna per salvarsi e salvare il suo paese
Nel testo si legge: “Perche alla fine si torna sempre. Anche senza volerlo. […] Perché quelle radici non sono di carne né di legno né di osso ma di aria, quell’aria che respiri in un posto soltanto e non altrove”. E’ particolare pensare alle radici come aria: nasce dalla cultura ebraica? Mi ha fatto pensare al soffio di Dio che fa nascere l’uomo, all’anima, all’Aleph che è aspirazione e non suono.
Bell’ accostamento, non ci avevo pensato. Nell’ebraismo le radici sono viste come una catena – di generazioni. Ognuno di noi è un anello della catena, piccolo ma indispensabile per garantire la continuità.
Lei è laureata in Storiografia ebraica e ha tradotto numerosi testi importanti di cultura ebraica ( credo che “Mistica ebraica” , che ha curato insieme a Giulio Busi, sia uno dei testi di riferimento in italiano per la mistica ebraica). Quanto della cultura ebraica rimane nelle nostre vite?
Quanto della cultura ebraica rimane nelle nostre vite?questo non saprei. Per me è pane quotidiano…
Vuole lasciarci qualche consiglio di lettura?
Casalinghitudine di Clara Sereni, che La Tartaruga sta per ripubblicare. E “Un saper leggero. Breve storia dell’eccesso di informazione” di Xavier Nueno (Einaudi), un saggio avvicente sul nostro rapporto con la conservazione (e la distruzione, cioè l’oblio) del passato.
Leggerlo perché
Perché siamo il nostro passato e non dobbiamo dimenticare
Neo
Vorresti non finisse mai

