Non resisto, ormai mi conoscete. Se qualcosa mi intriga mi ci butto a capofitto. Era notte fonda quando in una televisione ho incrociato questa storia. Una storia di passione, tradimento, coraggio, sangue e martirio. Quello cristiano, intendo, quello dove non si sterminano gli innocenti ma si offre la propria vita per l’onore e la fede.
Non era ancora finita la trasmissione che già mi ero buttato sul mio vecchio e amato PC per reperire informazioni, trafiletti, bibliografie di autori vari.
Alle fine, la notte ha partorito questo articolo in due parti, una storia d’amore assoluto.
Il comandante tradito, il martirio che sconvolse l’Europa e il mistero custodito ancora oggi nel cuore di Venezia
L’uomo che Venezia non ha mai dimenticato
Dove sapere, che c’è un luogo a Venezia dove, da oltre quattro secoli, è custodita con grande cura la pelle di un uomo. Si avete letto bene, la pelle di un uomo. Non un frammento simbolico come spesso accade, non una reliquia religiosa che richiede un grande atto di fede, ma la pelle di un essere umano scuoiato vivo. Si scuoiato vivo. Migliaia di persone passano ogni anno davanti a quel monumento senza sapere che cosa si trovi davvero dietro il marmo. Per comprendere bene, bisogna tornare nell’estate del 1571, quando il Mediterraneo era il centro del mondo e una città chiamata Famagosta stava combattendo una guerra destinata a cambiare la storia.
La basilica che custodisce il più inquietante trofeo della Serenissima
La basilica dei Santi Giovanni e Paolo non è semplicemente una delle chiese più belle di Venezia. Dovete sapere che è il luogo dove la Serenissima ha affidato alla pietra il ricordo dei propri uomini più illustri. Tra quelle navate riposano dogi, ammiragli, capitani e magistrati che hanno costruito la fortuna di una Repubblica capace di dominare il Mediterraneo per secoli. Tutto sembra raccontare grandezza, potere e magnificenza.
Eppure esiste un monumento davanti al quale il visitatore, quasi sempre inconsapevole, passa senza fermarsi, non gli dedica l’ammirazione che dovrebbe. È dedicato a Marcantonio Bragadin e custodisce una testimonianza che nessun museo al mondo potrebbe esporre senza suscitare sgomento. In quell’urna è conservata la pelle del governatore veneziano di Famagosta, riportata a Venezia dopo un’avventurosa operazione clandestina compiuta nel cuore dell’Impero Ottomano. Spy story di altri tempi, precursori del Mossad e dei Navy Seals.
È una storia che sembra appartenere alla letteratura vero, e invece appartiene alla storia.
Per comprenderla bisogna dimenticare per un momento la Venezia romantica delle gondole e dei palazzi riflessi nell’acqua quella che piace tanto a turisti, pardon, a una parte dei turisti. Occorre lasciare andare la propria immaginazione e visualizzare una potente Repubblica che governava il mare, un impero commerciale che viveva del controllo delle rotte mediterranee e una guerra capace di decidere il destino dell’Europa.
Quando il Mediterraneo decideva la ricchezza del mondo
Oggi le grandi rotte commerciali attraversano gli oceani. Nel XVI secolo passavano quasi tutte dal Mediterraneo. Le spezie provenienti dall’India, la seta orientale, il cotone egiziano, i metalli preziosi e il grano destinato alle città europee navigavano su quel mare, trasformandolo nel centro dell’economia mondiale.
Venezia aveva compreso questa realtà molto prima di chiunque altro. Non aveva costruito la propria potenza conquistando immense regioni continentali, ma sviluppando una rete commerciale straordinariamente efficiente. Ogni porto rappresentava un nodo strategico, ogni isola una base indispensabile, ogni galea un investimento destinato a produrre ricchezza. Per secoli quel sistema funzionò con una precisione quasi perfetta. Una macchina da imitare.
Ma ogni grande potenza incontra prima o poi un avversario capace di metterne in discussione il predominio. Ricordate Roma? Distrutta dai romani dite voi…Ci sta anche questa.
Per Venezia invece quell’avversario fu l’Impero Ottomano.
Dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453, i sultani avevano progressivamente esteso il proprio dominio nei Balcani, in Anatolia, in Siria, in Egitto e lungo le coste del Mediterraneo orientale. La loro espansione sembrava inarrestabile e ogni nuova conquista restringeva gli spazi di manovra della Serenissima.
Quella che spesso è descritta come una guerra tra Cristianità e Islam era in realtà anche (ma non solo badate) una gigantesca competizione economica. Dietro le bandiere, le croci e le mezzelune si combatteva per il controllo dei commerci, dei porti e delle immense ricchezze che attraversavano il Mediterraneo. In quel confronto esisteva un territorio che valeva più di qualsiasi altro.
Cipro, tutti la volevano
Cipro era il gioiello dell’Oriente veneziano. La sua posizione geografica consentiva di controllare le rotte dirette verso la Siria, l’Egitto e l’Asia Minore. Chi possedeva quell’isola disponeva di un osservatorio privilegiato sul Mediterraneo orientale e di un punto d’appoggio fondamentale per il commercio con il Levante.
Per Venezia rappresentava l’ultimo grande baluardo orientale. Per il sultano Selim II rappresentava l’ultimo ostacolo al completo dominio del Mediterraneo orientale.
La guerra divenne inevitabile. Nel luglio del 1570 una gigantesca flotta ottomana comparve davanti alle coste dell’isola. Le cronache del tempo parlano di centinaia di navi e di un esercito enorme. Le cifre variano secondo gli autori, ma la sproporzione delle forze non è mai stata messa in discussione. Venezia non possedeva uomini sufficienti per difendere contemporaneamente tutti i propri possedimenti e Cipro era troppo lontana perché i rinforzi potessero arrivare rapidamente.
Il primo obiettivo dell’invasione fu Nicosia (ci sono stato, merita come tutta Cipro!)
La capitale resistette poche settimane. Quando cadde, nel settembre del 1570, il destino dell’isola apparve improvvisamente segnato. Rimaneva un’unica grande fortezza ancora nelle mani della Serenissima. Famagosta.
Famagosta, la città che continuava a guardare il mare
Le mura di Famagosta erano considerate tra le più moderne del loro tempo. I bastioni erano stati progettati per resistere ai cannoni, i fossati rendevano difficilissimo l’assalto e l’intero sistema difensivo rappresentava uno dei massimi esempi dell’ingegneria militare rinascimentale. Pensate che roba…
Dietro quelle fortificazioni vivevano però uomini in carne e ossa Una umanità variegata fatta di soldati, artigiani, mercanti, donne e bambini. Tutti sapevano che la loro speranza dipendeva da una sola cosa. Il mare.
Ogni mattina gli sguardi correvano verso l’orizzonte nella speranza di scorgere le vele della Serenissima. Ogni sera quella speranza si spegneva insieme al sole. Le navi veneziane non arrivavano e il rumore dei cannoni ottomani ricominciava a scandire il tempo della città.
L’assedio trasformò lentamente la vita quotidiana in una lotta per la sopravvivenza. Le brecce aperte dall’artiglieria venivano richiuse durante la notte con pietre, terra e travi recuperate dagli edifici distrutti. Il pane diminuiva ogni settimana, la polvere da sparo veniva razionata e perfino l’acqua cominciava a diventare un bene prezioso. I feriti aumentavano, le malattie si diffondevano e il numero dei difensori diminuiva progressivamente.
Ma nessuno stava arrivando. Le navi veneziane ancora non comparivano all’Orizzonte.
Marcantonio Bragadin, il governatore che rifiutò di arrendersi
Marcantonio Bragadin aveva quarantotto anni e conosceva perfettamente il significato di quella solitudine.
Ho trovato che era un patrizio veneziano, un amministratore esperto e un servitore fedele della Serenissima. Non era un avventuriero alla ricerca della gloria né un capitano di ventura desideroso di conquistare fama personale. Aveva ricevuto un incarico preciso: governare Famagosta e difenderla finché fosse stato possibile. Lo fece con una determinazione che impressionò perfino gli avversari. Uguale identico ai nostri politici…
Ho letto su più fonti che per quasi undici mesi la città resistette a bombardamenti continui, assalti ripetuti e tentativi di sfondamento. Ogni giorno guadagnato rappresentava una possibilità in più perché Venezia organizzasse una grande spedizione di soccorso. Ogni settimana trascorsa costringeva l’esercito ottomano a consumare uomini, denaro e risorse.
Ma nessuno stava arrivando e anche la resistenza ha un limite.
Con il passare dei mesi le scorte si esaurirono quasi completamente, le munizioni divennero insufficienti e i soldati superstiti erano ormai esausti. Continuare a combattere avrebbe significato soltanto consegnare al massacro migliaia di civili senza modificare l’esito della guerra.
Fu allora che Bragadin prese la decisione più difficile della sua vita. Aprì una trattativa.
Le condizioni apparivano chiare. I difensori avrebbero lasciato Famagosta con le armi, le insegne e gli onori militari. La popolazione avrebbe potuto scegliere se restare oppure partire. Era una capitolazione regolata dagli usi diplomatici del tempo e avrebbe dovuto porre fine a quasi un anno di sofferenze.
Il 5 agosto 1571 Marcantonio Bragadin uscì dalle mura della città accompagnato dai principali ufficiali veneziani. Portava con sé le chiavi di Famagosta e la convinzione di avere salvato migliaia di vite.
Non poteva sapere che, entrando nella tenda di Lala Mustafa Pascià, stava varcando la soglia di una delle pagine più terribili della storia del Rinascimento.
Domani, qui su National Daily Press la seconda parte di questa storia bella e terribile.
Giulio Valerio Santini
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