“È mio e ne faccio quello che voglio”. Prima o poi lo abbiamo detto tutti, magari da bambini difendendo un giocattolo dalle mani di un fratello, oppure da adulti con parole un po’ più eleganti quando qualcuno ha cercato di dirci come utilizzare i nostri soldi, la nostra casa o qualcosa che abbiamo comprato con il nostro lavoro. Dietro quella frase apparentemente banalissima si nasconde però una questione enorme: che cosa significa veramente possedere qualcosa? E soprattutto, essere proprietari significa non dover rendere conto a nessuno dell’uso che ne facciamo? John Locke probabilmente avrebbe ascoltato la discussione con grande interesse, perché libertà, proprietà e diritti sono precisamente alcune delle parole con cui ha contribuito a cambiare il nostro modo di pensare la società.
Quella benedetta parola: mio
Facciamo un piccolo esperimento. Prendiamo un oggetto qualsiasi che abbiamo comprato con i nostri soldi. Il telefono che abbiamo in tasca, per esempio. È nostro.
Nessuno può prendercelo semplicemente perché gli piace. Possiamo venderlo, regalarlo, tenerlo per dieci anni oppure cambiarlo domani mattina perché è uscito il nuovo modello e improvvisamente quello perfettamente funzionante che possediamo ci sembra preistorico. Fin qui siamo tutti abbastanza d’accordo.
Locke avrebbe aggiunto che dietro la proprietà esiste qualcosa di molto importante: il lavoro. L’uomo lavora, trasforma la realtà, produce e attraverso la propria attività acquista un rapporto particolare con i frutti di ciò che ha fatto. L’idea ha avuto una fortuna enorme. La ritroviamo ancora oggi quando diciamo: “Me lo sono guadagnato”.
E bisogna ammettere che è un’affermazione dotata di una certa forza morale. Se una persona ha lavorato una vita, risparmiato, rinunciato magari a molte cose e comprato una casa, è abbastanza comprensibile che non accolga con entusiasmo qualcuno che arrivi a spiegarle che quella casa, in fondo, non è veramente sua. Locke parte anche da qui. Ma le cose interessanti cominciano sempre quando alle affermazioni semplici aggiungiamo una domanda.
Posso fare davvero tutto quello che voglio?
Torniamo alla casa. È mia. Perfetto. Posso allora mettermi alla finestra alle tre del mattino e suonare la tromba? Probabilmente il vicino del piano di sopra svilupperebbe rapidamente una propria teoria filosofica sulla proprietà privata.
Posso bruciare rifiuti sul balcone perché il balcone è mio? Posso costruire ciò che voglio sul mio terreno ignorando qualunque regola? Posso utilizzare un bene che possiedo in modo tale da danneggiare gli altri? Ecco che il nostro rassicurante “è mio” comincia a diventare più complicato. Perché non siamo soli. La libertà incontra sempre qualcuno.
È forse questa una delle cose che dimentichiamo più facilmente quando parliamo dei nostri diritti: li pronunciamo al singolare, ma dobbiamo esercitarli al plurale.
Locke mette un limite anche al re
Qui bisogna tornare per un momento al Seicento, ma senza trasformare l’articolo in una lezione scolastica. Locke vive in un’epoca nella quale la domanda su chi possa comandare e con quale autorità non è affatto teorica. Il potere del sovrano, il Parlamento, le tensioni religiose e politiche attraversano profondamente la società inglese.
E Locke introduce un’idea destinata a diventare gigantesca: il potere politico non è padrone dei nostri diritti. Lo Stato non ci concede gentilmente la vita e la libertà come il direttore di un albergo consegna le chiavi della camera. Esistono diritti che appartengono alla persona e che il potere deve rispettare. Da qui nasce anche un’altra domanda: perché obbediamo a chi governa?
Perché è più forte? Non basta. Anche un rapinatore armato è più forte della persona alla quale punta una pistola, ma nessuno per questo lo considera titolare di un’autorità legittima. Per Locke il potere politico ha bisogno del consenso.
Chi governa riceve un incarico dalla comunità e proprio per questo non diventa proprietario dello Stato. Una cosa che, a distanza di qualche secolo, non sarebbe male ricordare di tanto in tanto.
I diritti sono meravigliosi. Soprattutto i nostri
La parola “diritto” possiede oggi una forza straordinaria. Appena diciamo “ho diritto”, sembra che la discussione sia terminata. Il problema è che anche la persona che abbiamo davanti potrebbe avere qualche diritto.
Sono libero di parlare, ma l’altro possiede una dignità. Sono libero di utilizzare ciò che possiedo, ma intorno a me esiste una comunità. Un imprenditore possiede la propria azienda e deve poterla amministrare, ma chi lavora in quell’azienda non è semplicemente una voce di costo. Lo Stato deve tutelare la sicurezza, ma il cittadino conserva i propri diritti anche quando la sicurezza rende necessario limitarne alcuni.
La parte difficile della libertà comincia precisamente quando incontriamo la libertà altrui. Finché sono solo su un’isola deserta posso proclamare tutti i miei diritti senza grandi discussioni. Appena arriva un secondo naufrago, comincia la politica. E probabilmente anche qualche litigio.
La proprietà è un diritto, ma non è un dio
Su questo punto lo sguardo cristiano aggiunge qualcosa che considero particolarmente importante. La proprietà privata è legittima. Possedere una casa, mettere da parte dei risparmi, costruire un’impresa e lasciare qualcosa ai propri figli sono espressioni della libertà e della responsabilità personale.
Ma per il cristianesimo la proprietà non diventa mai assoluta. È una differenza sottile, ma enorme. Posso essere realmente proprietario di qualcosa e contemporaneamente riconoscere che il modo in cui utilizzo ciò che possiedo ha una responsabilità sociale.
In fondo il Vangelo utilizza spesso immagini economiche molto concrete: terreni, salari, debiti, amministratori, denaro, ricchi proprietari, poveri seduti alle porte. Non perché Gesù volesse scrivere un trattato di economia, ma perché il rapporto con i beni dice molto del rapporto che abbiamo con gli altri. La domanda cristiana, allora, non è semplicemente: “Quanto possiedi?”.
È: “Che cosa fai di ciò che possiedi?”. E sono due domande molto diverse.
Anche la libertà può diventare egoista
Lo stesso vale per la libertà. Possiamo trasformare una delle conquiste più preziose della nostra civiltà in una frase piuttosto infantile: “Faccio quello che voglio”. Ma quella non è necessariamente libertà.
Un uomo libero non è semplicemente qualcuno al quale nessuno impedisce di fare qualcosa. È una persona capace anche di scegliere, assumersi responsabilità, riconoscere dei limiti e rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni.
Qui il cristianesimo può dire qualcosa senza avere bisogno di impartire lezioni a nessuno: la libertà raggiunge la sua forma più alta quando diventa capace di relazione. Pensiamo alla cosa forse più semplice. Quando una persona dice sinceramente a un’altra “ti voglio bene”, sta usando la propria libertà oppure la sta perdendo?
In un certo senso si sta legando. Accetta responsabilità, rinunce, fedeltà e persino la possibilità di soffrire. Eppure difficilmente diremmo che per questo è diventata meno libera. Forse perché esistono legami che imprigionano e legami che rendono la libertà più grande.
Locke abita ancora nel nostro portafoglio
Alla fine Locke è molto meno lontano di quanto sembri. È nella casa che consideriamo nostra, nello stipendio che riteniamo giusto poter utilizzare, nel voto che esprimiamo, nella libertà religiosa che pretendiamo sia rispettata, nella possibilità di criticare chi governa e nella convinzione che lo Stato debba proteggere i nostri diritti senza diventare padrone delle nostre vite.
Molto del mondo democratico e liberale nel quale ci muoviamo ha respirato, direttamente o indirettamente, idee alle quali Locke ha dato una forma decisiva. Ma proprio il successo di quelle idee ci lascia un problema che Locke da solo non può risolvere.
Abbiamo imparato molto bene a dire: “Questo è un mio diritto”. Forse dobbiamo esercitarci un po’ di più nella frase successiva:
“E qual è il diritto dell’altro?”. Perché una società nella quale ciascuno difende soltanto la propria libertà rischia paradossalmente di diventare un luogo nel quale nessuno è più veramente libero. E allora quel vecchio “è mio e faccio quello che voglio”, che sembrava così convincente quando eravamo bambini, forse ha bisogno di diventare adulto insieme a noi.
Diac. Luigi Giugno
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