Non sono un ambientalista, un verde ideologico sempre arrabbiato e inconcludente. Ho caldo come tutti voi, la mia macchina al sole è rovente come la vostra e allora mi guardo in giro e qualche riflessione si affaccia alla mia mente ormai surriscaldata e con i pochi neuroni ormai provati.
Ditemi se non è vero. C’è un gesto che durante le giornate più calde compiamo quasi tutti senza neppure pensarci. Entriamo nel parcheggio di un supermercato, di un centro commerciale o di un aeroporto e cominciamo a cercare affannosamente un posto all’ombra. Vogliamo mettere la nostra macchina al fresco. Normale…E se lo vediamo siamo disposti a un duello rusticano per prenderlo.
Poco importa se è più lontano dall’ingresso e ci costringerà a camminare qualche minuto in più. Se c’è un albero abbastanza grande da proteggere l’automobile dal sole, quello diventa immediatamente uno dei posti più ambiti. Parigi val bene una messa.
Mentre combattiamo il cambiamento climatico con tecnologie sempre più sofisticate, paradossalmente continuiamo a costruire immense distese di asfalto sotto il sole. Eppure una parte della soluzione è davanti ai nostri occhi da sempre, creare ombra.
Quella che spesso viviamo è una scena che dovrebbe suggerirci qualcosa. L’ombra funziona e lo sappiamo da migliaia di anni. Lo sapevano perfettamente le civiltà mediterranee molto prima che esistessero climatizzatori, pompe di calore, pannelli fotovoltaici e conferenze internazionali sul clima. Ogni conferenza costa come un bosco di migliaia di ettari. Transeat diceva mio nonno.
Pensate, lo sapevano addirittura prima che arrivasse la signorina svedese Greta Thunberg a illuminarci. Naturalmente con lampade fotovoltaiche.
Eppure sembra che, progettando le nostre città e soprattutto le nostre periferie, ce ne siamo dimenticati. Meglio se ne sono dimentica, meglio ancora se ne impippano!
Percorriamo le aree commerciali delle città italiane e incontriamo enormi parcheggi completamente asfaltati, costruiti per servire centri commerciali, aeroporti, supermercati, outlet, strutture sportive e poli logistici. Sono centinaia, qualche volta migliaia di posti auto e quindi ettari di superficie scura esposti alla radiazione solare per ore. L’avete notato o siete così presi dallo shopping compulsivo che non lo avete visto?
Poi arriva l’estate, quelle superfici diventano roventi e ci domandiamo perché le nostre città siano sempre più difficili da vivere.
Abbiamo costruito enormi accumulatori di calore
Naturalmente sarebbe sbagliato sostenere che siano i parcheggi asfaltati a provocare il cambiamento climatico. Il fenomeno è immensamente più complesso e ha cause globali. Forse l’uomo centra poco e la Terra sta vivendo, come nel suo lungo passato pieno di glaciazioni e surriscaldamenti, un’epoca di forte calore inarrestabile. Esiste però un altro problema, molto più vicino alla nostra vita quotidiana ed è quello delle isole di calore urbane.
Asfalto, cemento, edifici e altre superfici artificiali assorbono l’energia solare, raggiungono temperature elevate e contribuiscono a rendere più caldo l’ambiente urbano. La vegetazione svolge invece una funzione differente, perché produce ombra e attraverso l’evapotraspirazione contribuisce al raffrescamento dell’ambiente circostante.
Il paradosso è evidente. Mentre investiamo risorse per adattare città e territori a estati sempre più calde, continuiamo a realizzare superfici che aggravano proprio il problema dal quale stiamo cercando di difenderci. Una parte della risposta potrebbe essere sorprendentemente semplice, fare ombra.
Una regola semplicissima. Un posto auto, un albero
La proposta che mi viene di getto potrebbe essere tradotta in una norma comprensibile da chiunque: per ogni nuovo posto auto realizzato all’aperto dovrebbe essere prevista la piantumazione di un albero.
Non qualche albero sistemato in un’aiuola ornamentale ai margini del parcheggio per poter scrivere nella relazione del progetto che è stata prevista una compensazione ambientale. Gli alberi dovrebbero essere parte integrante del parcheggio e avere una funzione precisa, ossia produrre ombra.
E soprattutto dovrebbero essere alberi veri.
Siamo abituati a vedere inaugurazioni di nuovi complessi commerciali circondati da giovani alberelli alti poco più di una persona, infilati in minuscole porzioni di terreno tra centinaia di metri quadrati di asfalto. Formalmente sono alberi e quindi probabilmente consentono di rispettare qualche parametro urbanistico. Dal punto di vista climatico, almeno per molti anni, la loro utilità può però essere modestissima e, se le condizioni di crescita sono inadeguate, rischiano persino di non arrivare mai alla maturità.
Servono invece specie adatte al clima e al luogo, con spazio sufficiente per sviluppare l’apparato radicale, terreno permeabile (eh sì), disponibilità d’acqua nelle fasi necessarie alla crescita e una chioma che, raggiunta la maturità, sia realmente capace di ombreggiare una parte significativa della superficie.
Perché dovremmo smettere di limitarci a contare quanti alberi vengono piantati e cominciare a misurare quanta ombra saranno in grado di produrre.
Basta con gli alberelli della sostenibilità di facciata
Negli ultimi anni abbiamo imparato un nuovo vocabolario. Quasi ogni grande intervento immobiliare è diventato “green”, “sostenibile”, “integrato con il territorio” o addirittura parte della “rigenerazione urbana”. Poi si osservano alcuni di questi interventi in una giornata di luglio o agosto.
Centinaia di automobili sono parcheggiate sotto il sole, l’asfalto è rovente e qua e là sopravvive qualche giovane albero sostenuto da tre pali di legno. Sulla brochure dei costruttori spietati e impermeabili a qualsiasi cosa che non sia il profitto rappresenta il verde. Nel mondo reale produce un cerchio d’ombra nel quale faticherebbe a ripararsi persino un gatto. Piccolo però.
Il punto fondamentale, tuttavia, rimane ancora semplice. Dove c’è ombra fa meno caldo.
Guardiamo dall’alto i nostri centri commerciali
Basta aprire una qualsiasi immagine satellitare e osservare le periferie delle città italiane. Accanto ai grandi edifici commerciali compaiono frequentemente enormi superfici grigie: edificio, parcheggio, strada, altro parcheggio. Il verde, quando esiste, sembra spesso essere ciò che rimane dopo avere sistemato tutto il resto.
Pensiamo ai grandi centri commerciali e agli ipermercati, agli outlet, ai poli fieristici, alle strutture sportive oppure ai parcheggi che circondano aeroporti come quello di Orio al Serio.
Sono superfici enormi e proprio per questo rappresentano una straordinaria opportunità.
Non dobbiamo abbattere interi quartieri né aspettare l’invenzione di una tecnologia rivoluzionaria. Possiamo semplicemente cominciare a trasformare progressivamente queste distese minerali in luoghi nei quali automobili, alberi, superfici permeabili e ombra possano convivere.
“Ma costa”. Certamente, ma qualcuno quei parcheggi li costruisce per guadagnare
L’obiezione è prevedibile. Piantare alberi costa e mantenerli costa ancora di più. Bisogna progettare correttamente gli spazi, predisporre il terreno, irrigare le giovani piante, potarle quando necessario, sostituire quelle che muoiono e gestire le interferenze con pavimentazioni e sottoservizi. È tutto vero.
Ma un parcheggio da mille o duemila posti auto non viene generalmente costruito per beneficenza. Serve un’attività economica che produce ricavi. Un aeroporto, un centro commerciale, un supermercato, un outlet, un complesso direzionale o una grande struttura ricettiva.
È allora legittimo porre una domanda: perché una parte del costo ambientale prodotto da quell’infrastruttura dovrebbe essere automaticamente trasferita alla collettività?
Abbiamo giustamente stabilito che chi costruisce debba rispettare norme antincendio, antisismiche, igieniche, di sicurezza, di accessibilità e di gestione delle acque. Nessuno considera questi obblighi un attentato alla libertà d’impresa. Sono semplicemente le condizioni necessarie affinché un’attività economica sia compatibile con la società e con il territorio che la ospitano.
Forse, molto semplicemente, chi costruisce mille posti auto dovrebbe anche piantare mille alberi.
Dall’obbligo di piantare all’obbligo di fare ombra
Naturalmente una norma intelligente non dovrebbe trasformarsi nell’ennesimo adempimento burocratico italiano, perché altrimenti otterremmo esattamente il risultato opposto: mille alberelli piantati per rispettare mille caselle di un modulo. L’obiettivo deve essere un altro.
La normativa dovrebbe essere furba e poco aggirabile dagli studi legali al servizio dei nostri cementificatori. Stabilire quindi non soltanto un rapporto minimo tra posti auto e alberature, ma anche criteri relativi alla superficie ombreggiata che il progetto dovrà garantire quando gli alberi avranno raggiunto la maturità. Naturalmente dovrebbe esistere la fase di controllo e sanzioni adeguate sia in fase di attivazione sia in fase successiva.
In questo modo cambierebbe completamente la logica. Non sarebbe più sufficiente dimostrare di avere piantato cento alberi; bisognerebbe dimostrare di avere progettato un parcheggio che, nel tempo, diventerà realmente più fresco e ombreggiato.
Il principio “un posto auto, un albero” avrebbe quindi una grande forza comunicativa e politica, mentre la normativa tecnica dovrebbe naturalmente tenere conto delle caratteristiche delle specie, delle dimensioni delle chiome, delle distanze, della disponibilità di terreno, della sicurezza e degli eventuali sottoservizi.
La norma intelligente stabilisce un risultato e lascia ai tecnici il compito di raggiungerlo.
E i milioni di posti auto già esistenti?
Limitarsi alle nuove costruzioni sarebbe però troppo comodo. Il problema principale riguarda proprio ciò che abbiamo già costruito. Per le grandi superfici esistenti potrebbe essere previsto un programma graduale di adeguamento, con tempi ragionevoli e differenti a seconda delle dimensioni e delle caratteristiche dell’area.
Cinque anni, dieci anni: i tempi possono essere discussi. Il principio molto meno.
Un enorme parcheggio completamente asfaltato e totalmente esposto al sole non dovrebbe più essere considerato una soluzione urbanistica normale, esattamente come nel corso dei decenni abbiamo smesso di considerare normali molte altre caratteristiche degli edifici che oggi riteniamo inaccettabili.
Dove tecnicamente possibile si piantano alberi. Dove non lo è si cercano altre forme di ombreggiamento.
L’importante è cominciare a considerare l’ombra una parte del progetto e non un fortunato accidente della natura.
| L’ombra in numeri | |
| Alberi e caldo | Effetto |
| Superfici urbane alberate | fino a 4 °C in meno nel Sud Europa |
| Aree con alberi vs senza verde | circa 1,6 °C in meno |
| Alberi vs semplice verde urbano | raffrescamento 2-4 volte maggiore |
Un albero non arreda soltanto: produce ombra e contribuisce a raffrescare la città.
Fonti: Nature Communications, EPA.
Alberi e fotovoltaico possono convivere
Esiste poi una soluzione complementare particolarmente interessante: le pensiline fotovoltaiche.
Una grande area di parcheggio può diventare anche una superficie per la produzione di energia elettrica e, contemporaneamente, proteggere le automobili dal sole. Nei luoghi nei quali la presenza di alberi risulta tecnicamente difficile, questa soluzione può offrire vantaggi evidenti.
Ma trasformare tutti i parcheggi in distese di pensiline metalliche non sarebbe necessariamente la risposta migliore. Alberi e fotovoltaico possono essere integrati in una progettazione più intelligente: pannelli dove risultano efficienti, alberi dove possono crescere correttamente, superfici permeabili dove sono possibili e percorsi pedonali ombreggiati.
Questa sarebbe vera progettazione climatica. Molto più concreta di qualche aiuola inserita davanti all’ingresso e accompagnata dall’immancabile definizione “green”.
La prossima volta che parcheggiamo, contiamo gli alberi
La prossima volta che entreremo nel parcheggio di un aeroporto, di un ipermercato o di un grande centro commerciale proviamo a fare un piccolo esperimento.
Guardiamo quante automobili può contenere e poi guardiamo quanti alberi sono presenti, quanti producono davvero ombra e quanta parte di quell’immensa superficie rimane esposta al sole dall’alba al tramonto.
Probabilmente scopriremo che abbiamo investito moltissimo per creare spazio alle automobili e pochissimo per creare spazio agli alberi.
Cominciamo dai parcheggi: un posto auto, un albero vero.
Non basterà a salvare il pianeta, naturalmente. Ma almeno potremmo smettere di coprirlo di asfalto nero sotto il sole e poi sorprenderci perché abbiamo caldo.
Cosa ne dite?
Giulio Valerio Santini
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