Prima parte: costi di ingresso, caricamenti, commissioni di gestione e prelievi sui risultati
«In finanza non ci sono pasti gratis».
La frase resa celebre dall’economista Milton Friedman dovrebbe essere ricordata ogni volta che ci è proposto un investimento apparentemente semplice, sicuro, redditizio e magari presentato come privo di costi.
In realtà, ogni prodotto finanziario o assicurativo ha un prezzo. Può essere indicato chiaramente nel contratto oppure risultare incorporato nel prodotto. Può essere addebitato al momento della sottoscrizione, prelevato ogni anno dal patrimonio, sottratto dal rendimento o applicato quando il cliente decide di uscire.
Alcuni costi sono ragionevoli e remunerano un servizio effettivamente prestato. Altri possono essere elevati, difficili da comprendere o sommarsi tra loro fino a consumare una parte significativa dei guadagni.
Un fondo, una gestione patrimoniale o una polizza possono ottenere risultati finanziari soddisfacenti e lasciare comunque al cliente un rendimento modesto. Tra ciò che guadagnano gli investimenti e ciò che arriva nelle tasche del risparmiatore si inserisce infatti una lunga catena di commissioni, caricamenti e spese.
Il problema non è che la banca, la società di gestione o la compagnia assicurativa guadagnino. Il problema nasce quando il prodotto remunera generosamente chi lo produce e chi lo distribuisce, mentre al cliente rimane una parte troppo piccola del risultato.
Quali costi analizzeremo
In questa piccola guida esamineremo le principali voci che possono gravare sui prodotti finanziari e assicurativi. Il lettore può utilizzare questo elenco anche come indice, cercando direttamente il costo che gli interessa:
| costi di ingresso e commissioni di sottoscrizione; | costi di negoziazione e transazione; |
| caricamenti delle polizze assicurative; | costi di custodia e amministrazione; |
| costi applicati ai piani di accumulo; | costi di cambio; |
| commissioni annue di gestione; | prelievi sui rendimenti delle gestioni separate; |
| spese correnti dei fondi e degli ETF; | costi delle polizze unit linked e multiramo; |
| costi di ingresso e commissioni di sottoscrizione; | costi di uscita e commissioni di rimborso; |
| commissioni di performance; | penali di riscatto; |
| costi di consulenza e gestione patrimoniale; | vincoli temporali e finestre di uscita; |
| retrocessioni riconosciute ai distributori; | costi impliciti e formule di penalizzazione; |
| costi degli strumenti inseriti nel prodotto; | impatto complessivo dei costi nel tempo; |
In questa prima puntata ci concentreremo soprattutto sui costi applicati all’ingresso e durante la vita del prodotto. Nella seconda analizzeremo le commissioni legate ai risultati, i compensi della consulenza, i costi di uscita e le penali che possono rendere molto oneroso recuperare il proprio denaro.
Il rendimento pubblicizzato non è quello che incassa il cliente
Quando leggiamo che un fondo, una gestione o una polizza ha ottenuto un rendimento del 5%, siamo portati a pensare che anche il nostro capitale sia cresciuto della stessa percentuale.
Non è necessariamente così. Bisogna distinguere almeno quattro diversi risultati:
- il rendimento lordo prodotto dagli investimenti;
- il rendimento dopo i costi degli strumenti finanziari;
- il rendimento dopo le commissioni del prodotto e del servizio;
- il rendimento finale dopo la tassazione.
La differenza può essere considerevole. Immaginiamo che un prodotto investa 100.000 euro e ottenga, prima dei costi, un rendimento del 5%. Il guadagno teorico sarebbe di 5.000 euro.
Se però il prodotto applica costi complessivi annui pari al 2%, circa 2.000 euro vengono assorbiti dalle spese, semplificando il calcolo. Rimangono 3.000 euro prima della tassazione.
Il prodotto ha effettivamente guadagnato il 5%. Il cliente, invece, ha ottenuto molto meno. Per questo la domanda corretta non è soltanto “quanto ha reso il prodotto?”
Bisogna domandare: “Quanto ha reso il mio capitale dopo tutti i costi?” Potreste avere una sorpresa.
I costi di ingresso
I costi di ingresso vengono applicati quando il cliente sottoscrive il prodotto o versa il capitale.
Possono essere indicati con denominazioni differenti:
- commissione di sottoscrizione;
- diritto di entrata;
- costo iniziale;
- caricamento;
- costo di collocamento;
- spesa di emissione.
Supponiamo di versare 100.000 euro in un prodotto con una commissione di ingresso del 3%.
Se la commissione viene sottratta immediatamente, soltanto 97.000 euro vengono realmente investiti.
I primi 3.000 euro non sono stati persi a causa di una crisi finanziaria, di un crollo delle Borse o di una scelta sbagliata del gestore. Sono stati prelevati prima ancora che l’investimento iniziasse.
Per riportare 97.000 euro a 100.000 euro non basta un rendimento del 3%. Occorre guadagnare circa il 3,09%. Il cliente parte quindi immediatamente in salita.
Questo costo diventa ancora più pesante quando il prodotto viene mantenuto per un periodo breve. Se l’investimento dura molti anni, la commissione iniziale ha più tempo per essere recuperata. Se il cliente esce dopo pochi mesi, l’incidenza può essere devastante.
I caricamenti delle polizze assicurative
Nel settore assicurativo si usa spesso il termine “caricamento”. Il caricamento è la parte del premio utilizzata per coprire i costi commerciali, amministrativi, distributivi e contrattuali della compagnia.
Se il cliente versa 10.000 euro e il contratto prevede un caricamento del 4%, potrebbero essere effettivamente investiti soltanto 9.600 euro. Il caricamento può essere applicato:
- sul premio iniziale;
- su ogni versamento successivo;
- sui premi periodici;
- attraverso una percentuale;
- mediante un importo fisso;
- con una combinazione delle due modalità.
In alcuni contratti la percentuale diminuisce al crescere del capitale versato; in altri rimane costante. In altri ancora una parte rilevante dei costi viene concentrata nei primi anni. Il cliente dovrebbe sempre chiedere: “Su 10.000 euro versati, quanti sono realmente investiti?”
È una domanda molto più utile di una generica richiesta sul rendimento atteso. Molto più utile
I costi assicurativi veri e propri
Una polizza non è soltanto un contenitore finanziario. Può includere coperture in caso di morte, invalidità, perdita dell’autosufficienza o altri eventi. Queste garanzie hanno ovviamente un costo.
Il costo può dipendere da:
- età dell’assicurato;
- capitale assicurato;
- durata;
- stato di salute;
- caratteristiche della garanzia;
- presenza di coperture accessorie.
Una protezione assicurativa può essere utile e perfettamente giustificata. Tuttavia, il cliente deve capire quale parte del premio remunera la copertura e quale parte viene investita. Il costo della protezione non deve essere confuso con il rendimento finanziario.
Se una polizza ha un valore assicurativo significativo, il confronto con un semplice fondo o con un ETF deve tenerne conto. Ma se la copertura è minima e i costi sono elevati, la struttura assicurativa può trasformarsi soprattutto in un ulteriore livello di spesa.
I costi nei piani di accumulo
Nei piani di accumulo del capitale, comunemente chiamati PAC, i costi possono essere applicati a ogni rata oppure concentrati nei primi versamenti. Quest’ultimo meccanismo merita molta attenzione.
Immaginiamo un PAC da 200 euro al mese per dieci anni. Il totale programmato è pari a 24.000 euro.
Se una parte significativa delle commissioni complessive viene anticipata sulle prime rate, durante i primi mesi solo una quota ridotta del versamento potrebbe essere effettivamente investita.
Il cliente potrebbe pensare di avere accantonato 2.400 euro dopo il primo anno, ma scoprire che il valore investito è sensibilmente inferiore.
Il problema diventa più grave se il piano viene interrotto anticipatamente. Il cliente potrebbe avere già sostenuto buona parte dei costi previsti per l’intera durata, senza aver avuto il tempo di recuperare quanto pagato. Prima di sottoscrivere un PAC occorre quindi verificare:
- quanto viene investito di ogni rata;
- se le commissioni sono anticipate;
- se i costi sono distribuiti nel tempo;
- cosa accade in caso di sospensione;
- se è possibile ridurre l’importo;
- se esistono penali per l’interruzione.
Un PAC dovrebbe offrire flessibilità. Se invece lega il cliente attraverso costi anticipati o pesanti penalizzazioni, rischia di diventare un contratto molto diverso da quello immaginato. Comperate un altro PAC che è meglio…
Le commissioni annue di gestione
Le commissioni di gestione vengono prelevate ogni anno sul patrimonio investito. Sono tra i costi più importanti, perché non vengono applicate una sola volta ma si ripetono per tutta la durata dell’investimento. Possono remunerare:
| attività della società di gestione; | depositario; |
| selezione dei titoli; | revisione; |
| controllo del rischio; | distribuzione; |
| amministrazione del fondo; | organizzazione del prodotto. |
Una commissione annua dell’1% può sembrare contenuta. Su 100.000 euro equivale però indicativamente a 1.000 euro ogni anno. Con una commissione del 2%, il costo sale a circa 2.000 euro annui. Su patrimoni elevati, percentuali apparentemente modeste generano importi considerevoli.
Su 500.000 euro:
- lo 0,5% equivale a 2.500 euro;
- l’1% equivale a 5.000 euro;
- il 2% equivale a 10.000 euro.
Il costo viene normalmente prelevato anche negli anni in cui il prodotto perde valore. Questo non è necessariamente scorretto, perché l’attività di gestione continua a essere svolta. Tuttavia, il cliente deve sapere che la commissione è certa, mentre il risultato non lo è.
Il costo riduce anche i rendimenti futuri
L’effetto delle commissioni non coincide soltanto con l’importo materialmente prelevato. Ogni euro sottratto oggi non potrà produrre rendimento negli anni successivi. È il rovescio negativo dell’interesse composto.
Immaginiamo di investire 100.000 euro per vent’anni. Con un rendimento medio del 5% annuo, senza considerare fiscalità e altre variabili, il capitale finale sarebbe di circa 265.000 euro.
Se i costi riducessero il rendimento effettivo dal 5% al 3%, il capitale finale sarebbe di circa 181.000 euro. La differenza supererebbe 80.000 euro.
Non tutta questa somma rappresenta commissioni materialmente incassate dall’intermediario. Una parte è costituita dai rendimenti che il capitale sottratto dai costi non ha più potuto generare.
È per questo che anche un costo annuo apparentemente limitato può produrre un effetto enorme nel lungo periodo.
Le spese correnti di fondi ed ETF
Nei fondi comuni e negli ETF troviamo indicatori che rappresentano le spese correnti annuali.
Negli ETF si parla frequentemente di TER, acronimo di Total Expense Ratio. Il TER è importante, ma non sempre descrive tutto ciò che il cliente sostiene.
Potrebbero restare separati:
| costi di acquisto e vendita; | costi di consulenza; |
| commissioni bancarie; | commissioni di performance; |
| costi di cambio; | costi di ingresso e uscita; |
| spread denaro-lettera; | oneri di transazione del portafoglio. |
Un ETF con TER dello 0,20% non costa necessariamente soltanto lo 0,20% al cliente. Se la banca applica commissioni elevate per acquistarlo, costi di custodia o spese sul cambio, l’onere complessivo aumenta.
Analogamente, un fondo con spese correnti dell’1,5% potrebbe comportare ulteriori costi di distribuzione o consulenza.
Bisogna quindi ricostruire l’intera catena, non fermarsi a una sola percentuale.
I costi degli strumenti sottostanti
Molti prodotti finanziari non investono direttamente in azioni e obbligazioni, ma acquistano altri fondi. In questo caso può verificarsi una stratificazione delle commissioni.
Il cliente paga:
- il costo del prodotto principale;
- il costo dei fondi inseriti al suo interno;
- eventualmente il costo del servizio di consulenza o gestione;
- le spese amministrative e operative.
È il cosiddetto effetto “matrioska”: un costo dentro un altro costo.
Questo fenomeno è particolarmente importante nelle:
| polizze unit linked; | fondi di fondi; |
| polizze multiramo; | portafogli modello; |
| gestioni patrimoniali; | servizi di consulenza che utilizzano fondi costosi. |
Un prodotto può dichiarare una commissione apparentemente contenuta, ma investire in strumenti che applicano a loro volta costi rilevanti.
Il cliente deve sempre chiedere quale sia il costo complessivo, comprendendo anche gli strumenti sottostanti.
I costi delle polizze unit linked
Le unit linked sono polizze il cui valore è collegato a fondi interni, fondi comuni o altri strumenti finanziari. In questi contratti possono coesistere:
| caricamento sul premio; | commissioni di gestione; |
| costo della struttura assicurativa; | costi amministrativi; |
| commissione della compagnia; | spese per operazioni di switch; |
| costo dei fondi sottostanti; | eventuali commissioni di performance; |
| costo delle coperture assicurative; | costi di uscita o riscatto. |
Non significa che ogni unit linked sia necessariamente inefficiente. Alcune possono offrire servizi assicurativi, successori o gestionali utili. Tuttavia, la presenza di più livelli rende indispensabile conoscere il costo complessivo.
Non basta osservare la performance del fondo sottostante. Se il fondo guadagna il 6%, ma la struttura complessiva assorbe il 2,5%, al cliente rimane un risultato molto diverso.
I costi delle polizze multiramo
Le polizze multiramo combinano generalmente:
- una componente investita in una gestione separata;
- una componente collegata a fondi o unit linked.
Sono spesso presentate come una soluzione capace di unire stabilità e partecipazione ai mercati. Anche in questo caso bisogna analizzare separatamente le diverse parti.
La gestione separata può trattenere una quota del rendimento. La componente finanziaria può avere costi propri. La struttura assicurativa può aggiungere ulteriori commissioni.
La complessità non è necessariamente un difetto, ma rende più difficile comprendere quanto si paga davvero. Più il prodotto è articolato, maggiore deve essere la trasparenza.
Il prelievo sul rendimento delle gestioni separate
Nelle polizze rivalutabili collegate a una gestione separata, la compagnia determina periodicamente il rendimento ottenuto dal portafoglio. Questo rendimento non viene necessariamente attribuito interamente al cliente.
Il contratto può prevedere:
| un rendimento trattenuto dalla compagnia; | maggiorazioni oltre determinate soglie; |
| una percentuale prelevata sul risultato; | costi aggiuntivi per le garanzie. |
| una commissione minima |
Supponiamo che la gestione separata realizzi il 4%. Se il contratto prevede un rendimento trattenuto dell’1,2%, al cliente potrebbe essere riconosciuto, semplificando, il 2,8% prima della fiscalità e di altre eventuali previsioni contrattuali.
Il cliente può quindi leggere che la gestione ha reso il 4%, ma la sua polizza rivalutarsi molto, molto meno. Bisogna distinguere tra:
| rendimento della gestione separata; | rivalutazione effettiva; |
| rendimento trattenuto dalla compagnia; | risultato netto finale del cliente. |
| rendimento attribuito al contratto; |
Sono dati diversi e non devono essere confusi.
I costi di transazione
Quando un fondo o una gestione acquista e vende titoli sostiene costi operativi. Possono derivare da:
| commissioni di negoziazione; | impatto degli ordini sul mercato; |
| spread tra prezzo di acquisto e vendita; | frequenza delle operazioni. |
| imposte sulle transazioni; |
Questi costi non vengono normalmente addebitati tramite un movimento separato sul conto del cliente. Incidono direttamente sul patrimonio del prodotto e quindi sul valore della quota.
Un fondo che compra e vende continuamente può sostenere costi più elevati rispetto a uno che mantiene gli strumenti per periodi lunghi.
Una gestione molto attiva può essere giustificata se produce un valore aggiunto sufficiente. Se invece l’elevata movimentazione non migliora il risultato, i costi finiscono semplicemente per ridurre il rendimento del cliente.
I costi di acquisto e vendita
Chi acquista direttamente azioni, obbligazioni o ETF può sostenere:
| commissioni per ogni ordine; | imposte sulle transazioni; |
| costi minimi di negoziazione; | spese di cambio; |
| maggiorazioni sui mercati esteri; | spread denaro-lettera. |
| costi di regolamento; |
Il costo minimo per operazione incide particolarmente sui piccoli investimenti. Se la banca applica una commissione minima di 10 euro, un acquisto da 1.000 euro costa già l’1%. Per recuperare la sola commissione di acquisto occorre quindi ottenere un rendimento superiore all’1%, senza ancora considerare il costo della futura vendita.
Lo spread denaro-lettera
Lo spread è la differenza tra il prezzo al quale uno strumento può essere acquistato e quello al quale può essere venduto nello stesso momento. Supponiamo che un titolo sia acquistabile a 101 e vendibile a 99.
Chi lo compra a 101 e lo rivende immediatamente a 99 subisce una perdita di due punti, anche se non esiste una commissione esplicita di pari importo.
Lo spread tende a essere più ampio sugli strumenti:
| poco scambiati; | difficili da valutare; |
| complessi; | soggetti a forte volatilità. |
| negoziati su mercati poco liquidi; |
Anche questo è un costo, sebbene non venga presentato come una voce contrattuale.
I costi di cambio
Quando si acquistano strumenti in valuta estera, l’intermediario può applicare un costo di conversione. Il costo può assumere la forma di:
| commissione percentuale; | importo fisso; |
| maggiorazione sul tasso di cambio; | combinazione di più elementi. |
| spread valutario; |
Se viene applicato lo 0,5% all’acquisto e un altro 0,5% alla vendita, il costo complessivo raggiunge l’1%, senza considerare l’andamento della valuta. Il costo di cambio non deve essere confuso con il rischio valutario.
Il primo è una spesa applicata dall’intermediario. Il secondo deriva dalla variazione del valore della valuta rispetto all’euro.
I costi di custodia e amministrazione
Alcuni intermediari applicano spese per:
| deposito titoli; | incasso di cedole; |
| tenuta del rapporto; | trasferimento degli strumenti; |
| rendicontazione; | operazioni societarie; |
| amministrazione; | chiusura del rapporto. |
Questi costi possono essere fissi oppure proporzionali al patrimonio. Le spese fisse incidono soprattutto sui capitali più piccoli. Un costo annuale di 100 euro equivale:
- allo 0,1% su 100.000 euro;
- allo 0,5% su 20.000 euro;
- all’1% su 10.000 euro.
La stessa cifra può quindi essere trascurabile per un investitore e molto pesante per un altro.
Non basta che il prodotto guadagni
Un rendimento positivo non significa automaticamente che il cliente si sia arricchito. Immaginiamo:
| rendimento lordo del prodotto: 4%; | inflazione: 2%; |
| costi complessivi: 2%; | tassazione sul rendimento. |
Il cliente può ottenere un guadagno nominale, ma perdere potere d’acquisto. Il capitale sul rendiconto appare aumentato, ma consente di acquistare meno beni e servizi rispetto all’anno precedente.
Bisogna quindi distinguere tra:
| rendimento lordo; | rendimento netto fiscale; |
| rendimento netto dei costi; | rendimento reale al netto dell’inflazione. |
Il risultato che conta è l’ultimo.
Costi certi, rendimenti incerti
Questa è la regola fondamentale. Il rendimento futuro non è conosciuto e, salvo specifiche garanzie, non è certo. I costi contrattuali, invece, sono spesso già stabiliti. Il cliente si assume:
| rischio di mercato; | rischio di liquidità; |
| rischio di credito; | rischio di perdita del capitale. |
| rischio di cambio; |
La banca, la compagnia o la società di gestione incassano invece le commissioni previste dal contratto. Non è necessariamente un meccanismo ingiusto. È il modo in cui viene remunerato il servizio. Ma il risparmiatore deve sapere che, mentre il suo guadagno è incerto, gran parte dei costi è certa.
Nella seconda puntata
Attenzione. Nella seconda parte analizzeremo:
| commissioni di performance; | commissioni di performance; |
| meccanismi di high-water mark; | meccanismi di high-water mark; |
| costi di consulenza; | costi di consulenza; |
| retrocessioni alla rete distributiva; | retrocessioni alla rete distributiva; |
| costi delle gestioni patrimoniali; | costi delle gestioni patrimoniali; |
| commissioni di uscita; | commissioni di uscita; |
Perché un prodotto non deve essere valutato soltanto per quanto promette di rendere. Bisogna sapere anche quanto costa entrare, quanto costa restare e, soprattutto, quanto può costare uscire.
Quindi cari lettori grande, grande attenzione. Non tutto quello che il prodotto guadagna arriva nelle vostre riverite tasche…
Giulio Valerio Santini
Business advisor
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