La scena del crimine e uno dei miti più diffusi delle indagini
Chiunque abbia visto un film poliziesco o una serie televisiva di successo si è imbattuto almeno una volta nella stessa scena. Gli investigatori stanno raccogliendo gli ultimi reperti quando, tra la folla dei curiosi, compare proprio lui: l’assassino. È tornato sul luogo del delitto per osservare il lavoro della polizia, rivivere le emozioni del crimine o verificare se abbia commesso errori.
Alle volte, la maggior parte, passa inosservato. Altre è atteso e il bravo investigatore ha già ordinato ai suoi uomini di filmare tutti i presenti. Altre volte ancora la sfortuna ci mette lo zampino e…Si scatena l’inferno.
In ogni caso questa immagine è così radicata nell’immaginario collettivo da essere considerata quasi una regola della criminologia. Ma è davvero così? Gli autori di omicidio ritornano realmente sulla scena del crimine oppure siamo di fronte a uno dei tanti miti alimentati dal cinema?
La risposta è più complessa di quanto si possa immaginare. Alcuni assassini ritornano davvero, altri evitano accuratamente qualsiasi contatto con il luogo del delitto per il resto della loro vita. Comprendere le ragioni di questi comportamenti significa entrare nel cuore della psicologia criminale.
Non esiste una regola valida per tutti
Uno dei primi errori che si possono commettere è pensare che esista un comportamento tipico dell’assassino.
La criminologia insegna esattamente il contrario. Ogni autore di reato presenta caratteristiche psicologiche, motivazioni, capacità di pianificazione e personalità differenti. Esistono individui che agiscono d’impulso, altri che preparano il delitto per settimane o addirittura per mesi. Alcuni sono dominati dal panico subito dopo il fatto, altri riescono invece a mantenere un notevole autocontrollo.
Per questa ragione nessun investigatore esperto darebbe per scontato che il responsabile ritorni sul luogo del delitto. Sarebbe un errore investigativo tanto quanto escludere a priori questa possibilità.
Perché alcuni assassini ritornano
Quando il ritorno avviene, le motivazioni possono essere molto diverse tra loro.
In alcuni casi prevale il desiderio di verificare se il corpo sia stato scoperto e quale sia la reazione degli investigatori. L’autore cerca inconsapevolmente di capire se il proprio piano abbia funzionato e se vi siano elementi che possano condurre alla sua identificazione.
Altri soggetti tornano perché provano il bisogno di rivivere l’esperienza appena vissuta. Il delitto, soprattutto nei criminali seriali, può rappresentare un momento di fortissima intensità emotiva. Ritornare significa, almeno in parte, riattivare quelle stesse sensazioni.
Esistono poi casi nei quali prevale un sentimento di onnipotenza. Alcuni assassini provano soddisfazione nell’osservare gli investigatori lavorare senza sapere di avere il responsabile a pochi metri di distanza. Questo comportamento è stato descritto soprattutto in soggetti con marcati tratti narcisistici o psicopatici, nei quali il bisogno di sentirsi superiori può prevalere perfino sull’istinto di conservazione.
Non bisogna infine dimenticare una motivazione apparentemente più semplice ma estremamente umana: la curiosità. Chi ha commesso un delitto può desiderare conoscere ciò che sta accadendo, ascoltare le prime ipotesi formulate dagli investigatori, osservare il numero di persone presenti e valutare il livello di attenzione riservato al caso.
Tornare significa anche aumentare il rischio
Se dal punto di vista psicologico il ritorno può apparire comprensibile, dal punto di vista investigativo rappresenta spesso una scelta estremamente rischiosa.
Ogni permanenza aggiuntiva sulla scena del crimine aumenta infatti le probabilità di lasciare nuove tracce biologiche, impronte, fibre tessili, capelli o semplicemente di essere osservati da testimoni.
Oggi questo rischio è ancora maggiore rispetto al passato. Le telecamere pubbliche e private sono sempre più diffuse, gli smartphone documentano ogni situazione e i sistemi di videosorveglianza consentono agli investigatori di ricostruire con precisione gli spostamenti di molte persone.
Anche un semplice comportamento apparentemente innocuo, come sostare troppo a lungo nei pressi del luogo del delitto o mostrarsi eccessivamente interessati alle attività della polizia, può attirare l’attenzione degli investigatori.
Gli investigatori osservano anche chi osserva
Nelle indagini più complesse la scena del crimine non viene considerata soltanto come il luogo in cui raccogliere reperti.
Può diventare anche un luogo di osservazione.
Gli investigatori prestano attenzione alle persone che frequentano ripetutamente l’area senza una ragione plausibile, ai curiosi che cercano continuamente informazioni riservate o ai soggetti che manifestano reazioni emotive incompatibili con il loro ruolo.
Naturalmente nessuno può essere sospettato soltanto perché si trova nei pressi della scena del delitto. Sarebbe contrario a qualsiasi principio investigativo. Tuttavia l’insieme di piccoli comportamenti, valutati insieme ad altri elementi oggettivi, può contribuire alla ricostruzione del quadro investigativo.
Quando il cinema semplifica la realtà
Il cinema ha trasformato il ritorno sulla scena del crimine in una sorta di firma dell’assassino.
La realtà è molto meno prevedibile. La realtà è molto diversa.
Molti autori di omicidio fuggono immediatamente e fanno di tutto per non avvicinarsi mai più al luogo del delitto. Altri cambiano città, modificano radicalmente le proprie abitudini oppure cercano di cancellare ogni collegamento con la vittima.
Esistono però casi documentati nei quali il responsabile è realmente tornato, talvolta confondendosi tra giornalisti, curiosi o semplici passanti. In alcune indagini questo comportamento ha contribuito ad alimentare sospetti che, insieme ad altri elementi di prova, hanno poi portato alla sua identificazione.
La psicologia non basta per risolvere un delitto
La psicologia investigativa rappresenta uno strumento prezioso, ma non sostituisce mai le prove.
Anche quando il comportamento di un sospettato appare insolito o compatibile con determinati modelli criminologici, sarà sempre necessario confermare ogni ipotesi attraverso elementi oggettivi come reperti biologici, impronte, analisi del DNA, immagini di videosorveglianza, testimonianze e accertamenti scientifici.
Le intuizioni possono orientare un’indagine, ma sono le prove a consentire di individuare il colpevole e di sostenerne la responsabilità davanti a un tribunale.
La mia conclusione
L’idea che l’assassino torni sempre sul luogo del delitto appartiene più alla narrazione cinematografica che alla realtà investigativa.
Può accadere, e in effetti è accaduto in numerosi casi documentati, ma non rappresenta una regola né un comportamento universalmente osservabile.
La criminologia insegna che dietro ogni delitto esiste una storia diversa, una personalità diversa e una motivazione diversa. Per questo motivo gli investigatori non cercano scorciatoie né formule magiche. Raccolgono pazientemente ogni traccia, verificano ogni ipotesi e lasciano che siano i fatti, e non i luoghi comuni, a raccontare ciò che è realmente accaduto.
Giulio Valerio Santini
Fonti
- Massimo Picozzi, Criminal Profiling. Dall’analisi della scena del delitto al profilo psicologico del criminale, McGraw-Hill.
- Massimo Picozzi e Carlo Lucarelli, Scena del crimine. Storie di delitti efferati e di investigazioni scientifiche, Mondadori.
- Guglielmo Gulotta, Breviario di psicologia investigativa, Giuffrè.
- Guglielmo Gulotta, Compendio di psicologia giuridico-forense, criminale e investigativa, Giuffrè.
- Guglielmo Gulotta, La investigazione e la cross-examination, Giuffrè.
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https://www.nationaldailypress.it/category/rubriche/la-scena-del-crimine
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