Wild Bill Hickok, quattro carte nere e una pallottola alle spalle. Così nacque una leggenda del West
Non resisto alle belle storie, anche quelle che poi sono brutte. Nel senso che finiscono male per qualcuno. Transeat, diceva mio nonno.
Questa è una bella brutta storia. Godetevela.
Ci sono uomini che muoiono e uomini ai quali la morte, con un cinismo che soltanto la storia sa permettersi, regala una seconda vita molto più lunga della prima. James Butler Hickok appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Se fosse arrivato serenamente alla vecchiaia, magari davanti a una stufa a raccontare per la centesima volta le proprie imprese a nipoti sempre meno interessati, Wild Bill sarebbe probabilmente rimasto uno dei tanti personaggi della frontiera americana. Il destino gli preparò invece un’uscita di scena talmente perfetta che, se l’avesse inventata uno sceneggiatore di Hollywood, gli avrebbero rimproverato di aver esagerato.
Il 2 agosto 1876, a Deadwood, nel territorio del Dakota, Hickok entrò in un saloon, si sedette a un tavolo da poker e commise quello che, per un uomo abituato a vivere circondato da pistole e pessime intenzioni, rappresentava quasi un errore professionale. Diede le spalle alla porta.
Poco dopo Jack McCall entrò nel locale, gli si avvicinò da dietro e gli sparò alla testa. Wild Bill morì sul colpo e sul tavolo rimasero le carte che, secondo la tradizione, teneva in mano: due assi neri e due otto neri.
Da allora quella combinazione sarebbe diventata la Dead Man’s Hand, la mano del morto. Difficile organizzare meglio la propria uscita di scena cari lettori.
Prima di Wild Bill c’era James Butler Hickok
Nato in Illinois nel 1837, James Butler Hickok aveva collezionato praticamente tutte le professioni necessarie per diventare una leggenda del West: conducente di carri, scout, uomo di legge, tiratore, giocatore d’azzardo e, naturalmente, protagonista di sparatorie.
Nel 1865 affrontò Davis Tutt nella piazza di Springfield, Missouri, in uno dei primi celebri duelli faccia a faccia del West. I due estrassero le pistole, spararono e Tutt cadde mortalmente ferito.
Poi arrivarono i giornali, perché le leggende hanno sempre bisogno di qualcuno disposto a stamparle.
Nel 1867 Harper’s New Monthly Magazine raccontò le sue imprese contribuendo in maniera decisiva a trasformare Hickok in Wild Bill. Il confine tra cronaca e fantasia era piuttosto elastico e il numero degli uomini che avrebbe ucciso cominciò rapidamente a crescere.
Del resto, anche allora una storia con venti morti vendeva meglio di una con cinque. Abbiamo cambiato i mezzi di comunicazione, non necessariamente i meccanismi.
Il pistolero diventa una celebrità
Wild Bill aveva però un vantaggio rispetto a molti personaggi costruiti dalla stampa. Lui sapeva davvero usare una pistola.
Fu uomo di legge a Hays City e marshal ad Abilene, nel Kansas, luoghi nei quali mantenere l’ordine richiedeva qualità leggermente diverse da quelle necessarie a dirigere il traffico nell’ora di punta. Ce ne vorrebbero anche oggi un paio così a presidiare certe nostre stazioni e città, naturalmente con qualche corso di aggiornamento sulle procedure…
Ad Abilene, nel 1871, durante uno scontro con Phil Coe, Hickok sparò istintivamente verso un uomo che aveva visto correre nella sua direzione. Era Mike Williams, il suo vice, e Wild Bill lo aveva ucciso per errore.
Dopo quell’episodio non partecipò più a un vero duello a fuoco. Dietro il pistolero cominciava ad apparire ciò che le leggende preferiscono normalmente nascondere: un uomo.
Negli anni successivi visse soprattutto grazie alla propria fama e partecipò persino a spettacoli insieme a Buffalo Bill Cody e Texas Jack Omohundro. Il West, mentre ancora esisteva, aveva già cominciato a mettere in scena se stesso.
Oggi avrebbero milioni di follower, una linea di cappelli personalizzata e qualche sponsor di whisky. All’epoca dovevano accontentarsi del teatro.
Che fortuna.
Deadwood, dove l’oro attirava anche il piombo
Nel 1876 Hickok arrivò a Deadwood insieme a una carovana nella quale viaggiava anche Calamity Jane, altra figura destinata a entrare nel grande romanzo della frontiera americana.
Deadwood era nata durante la corsa all’oro delle Black Hills ed era uno di quei luoghi nei quali il concetto di legalità sembrava ancora in fase sperimentale. Cercatori d’oro, commercianti, prostitute, avventurieri e giocatori si concentravano in poche strade, mentre alcool, denaro e pistole garantivano relazioni sociali piuttosto vivaci.
Wild Bill si trovava nel suo ambiente naturale, anche se ormai aveva problemi alla vista e viveva soprattutto del poker e della propria reputazione. Il mito rimaneva giovane mentre l’uomo che lo portava sulle spalle cominciava a invecchiare.
Il 2 agosto entrò nel Nuttal & Mann’s Saloon No. 10 e si unì a una partita. Aveva l’abitudine di sedersi con le spalle contro una parete, precauzione comprensibile per chi aveva accumulato una discreta quantità di nemici, ma quel pomeriggio il posto che gli avrebbe consentito di controllare l’ingresso era occupato. Hickok si sedette con la schiena rivolta alla porta.
Jack McCall entra nel saloon
McCall aveva giocato contro Hickok il giorno precedente e aveva perso denaro. Secondo una delle ricostruzioni più diffuse, Wild Bill gli aveva persino dato qualche dollaro per mangiare, consigliandogli di non tornare a giocare finché non avesse potuto permetterselo.
Generosità per qualcuno. Umiliazione per qualcun altro.
Il pomeriggio successivo McCall entrò nel saloon, vide Hickok seduto di spalle, si avvicinò ed estrasse il revolver.
James Butler Hickok aveva trentanove anni e l’uomo che aveva trascorso buona parte della vita cercando di vedere arrivare il pericolo non vide arrivare quello definitivo.
Assi e otto. Nasce la mano del morto
Sul tavolo rimasero le carte e qui la cronaca comincia a lasciare spazio alla leggenda.
La tradizione vuole che Wild Bill avesse due assi neri e due otto neri, mentre sulla quinta carta le ricostruzioni non concordano. Alcuni dettagli della celebre mano furono fissati molti anni dopo la morte di Hickok e gli storici mantengono quindi una prudenza che gli appassionati di western, fortunatamente, non hanno mai sentito il bisogno di condividere.
Quelle quattro carte sono ormai entrate nell’immaginario collettivo e il fatto che la storia possa contenere una dose di leggenda non la rende meno affascinante. Semmai ci racconta come nasce un mito.
Il West era già un grande spettacolo
Noi europei abbiamo conosciuto il Far West soprattutto attraverso il cinema e abbiamo finito per immaginarlo come una successione di duelli a mezzogiorno, saloon, sceriffi solitari e pistoleri capaci di centrare una moneta lanciata in aria.
La realtà era parecchio meno romantica: città sporche, malattie, condizioni di vita durissime e una violenza generalmente meno elegante di quella raccontata nei film.
Il mito, però, non fu inventato da Hollywood. Era già nato attraverso giornali, romanzi popolari e spettacoli che trasformavano uomini veri in personaggi, e Wild Bill fu uno dei primi.
In fondo la distanza tra il 1876 e noi è meno grande di quanto sembri. Allora bastavano una pistola, qualche articolo ben scritto e una storia sufficientemente esagerata; oggi servono uno smartphone, un algoritmo e possibilmente una polemica sui social.
La realtà è importante, ma una buona storia viaggia sempre più velocemente.
La pessima idea di vantarsi
Dopo l’omicidio McCall venne sottoposto a un processo improvvisato a Deadwood e assolto. Sostenne di aver ucciso Hickok per vendicare la morte di un fratello, ma non emersero prove convincenti.
A quel punto un assassino dotato di un minimo sindacale d’intelligenza avrebbe probabilmente scelto di sparire. McCall fece invece l’esatto contrario e cominciò a vantarsi pubblicamente di aver ucciso Wild Bill.
Le autorità stabilirono successivamente che il primo processo non aveva alcun valore legale, perché Deadwood non disponeva di una giurisdizione riconosciuta. McCall venne quindi arrestato, processato nuovamente, condannato e impiccato il 1° marzo 1877.
La meritata fine di un miserabile e di un vigliacco. O forse poco meno.
La storia gli concesse comunque il suo piccolo paradosso: Jack McCall riuscì a diventare immortale soltanto perché aveva ucciso un uomo molto più famoso di lui. Non esattamente il genere di immortalità che consiglierei a voi di perseguire.
L’uomo morì, il personaggio no
Wild Bill venne sepolto a Deadwood e successivamente trasferito nel Mount Moriah Cemetery, dove oggi riposa vicino a Calamity Jane, che sosteneva di aver avuto con lui un rapporto molto più intimo di quanto sia mai stato possibile dimostrare.
A quel punto, però, James Butler Hickok aveva già smesso di appartenere soltanto alla storia. Era diventato Wild Bill, destinato a passare attraverso romanzi, spettacoli, cinema, televisione e fumetti fino a diventare uno degli archetipi della frontiera americana.
Poco importa che alcune imprese siano state ingigantite, che il numero dei suoi duelli sia cresciuto con il passare degli anni o che persino i dettagli della celebre mano di poker siano stati ricostruiti molto tempo dopo.
Le leggende funzionano così: partono dai fatti e poi smettono educatamente di chiedere loro il permesso.
Rimane l’immagine di un uomo seduto davanti a un tavolo da poker, quattro carte nere tra le mani e una porta alle proprie spalle. Wild Bill aveva trascorso buona parte della vita controllando quella porta, ma quel pomeriggio non poteva farlo e l’uomo sopravvissuto alle sparatorie, agli avversari e alla frontiera venne sconfitto da qualcosa di molto più banale: una sedia nel posto sbagliato.
Da quel 2 agosto 1876 sono trascorsi centocinquant’anni, ma quelle carte sono ancora idealmente sul tavolo: due assi neri e due otto neri, la mano del morto.
E bisogna riconoscerlo, cari lettori: per un uomo chiamato Wild Bill era difficile immaginare un epitaffio migliore.
Bang!
Giulio Valerio Santini
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