Il regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione supera il vecchio sistema che scaricava il peso sui Paesi di frontiera. Al suo posto: nuove regole sulla competenza e un meccanismo di solidarietà obbligatorio, ma a geometria variabile.
Per oltre un decennio una parola ha riassunto tutte le tensioni migratorie europee: Dublino. Il regolamento che stabiliva quale Stato dovesse esaminare una domanda d’asilo assegnava quasi sempre la responsabilità al primo Paese d’ingresso, con un effetto noto: il peso ricadeva sugli Stati del Mediterraneo, Italia, Grecia, Spagna. Dal 1° luglio 2026 quel regolamento è abrogato e sostituito dal nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione. Ma attenzione all’equivoco: il principio della competenza di uno Stato non sparisce. Cambia, e soprattutto arriva accompagnato da qualcosa che prima mancava, la solidarietà obbligatoria tra Paesi.
Chi esamina la domanda
La domanda di protezione va registrata nello Stato di primo ingresso, ma per stabilire chi la esaminerà si applica una gerarchia di criteri. Vengono prima i legami familiari: se un richiedente ha parenti già presenti in un Paese membro, la competenza spetta a quello. Regole speciali proteggono i minori non accompagnati, per i quali conta l’interesse superiore del minore. Contano poi i visti e i titoli di soggiorno rilasciati da uno Stato.
Solo quando nessuno di questi criteri si applica scatta, come criterio residuale, quello del Paese di primo ingresso irregolare. È lo stesso impianto di Dublino, ma inserito in un sistema più articolato.
Per quanto tempo resta la responsabilità
Qui una delle novità concrete più rilevanti. Nel vecchio sistema la responsabilità del Paese di primo ingresso decadeva con relativa rapidità. Ora la competenza dello Stato di ingresso irregolare cessa se la domanda viene registrata più di venti mesi dopo l’attraversamento della frontiera. Per chi è sbarcato a seguito di un’operazione di soccorso il termine è più breve, dodici mesi.
Tradotto: la responsabilità dei Paesi di frontiera si allunga rispetto al passato. Un dettaglio tecnico che pesa, e non poco, sulla posizione italiana.
La solidarietà, obbligatoria ma flessibile
È la vera innovazione politica. Ogni anno l’Unione mette in piedi una riserva annuale di solidarietà: la Commissione fotografa gli Stati sotto pressione migratoria e propone il fabbisogno, il Consiglio lo adotta. Le soglie minime fissate dal regolamento sono precise: almeno 30.000 ricollocazioni e almeno 600 milioni di euro di contributi finanziari a livello europeo ogni anno.
Il meccanismo è obbligatorio nel principio ma flessibile nella forma. Uno Stato può contribuire in tre modi: accogliendo richiedenti tramite ricollocazione, versando un contributo finanziario, oppure con misure alternative di sostegno. Nessuno è costretto ad accogliere se non vuole; ma nessuno può nemmeno sfilarsi del tutto. Per incentivare le ricollocazioni, lo Stato che se ne fa carico riceve 10.000 euro per persona, che salgono a 12.000 nel caso di un minore non accompagnato.
Il compromesso e i suoi critici
È esattamente su questa flessibilità che si è consumato lo scontro politico. Per i Paesi di primo approdo, la possibilità che altri “paghino invece di accogliere” rischia di svuotare la solidarietà: i migranti restano comunque a Sud, e il denaro non alleggerisce la pressione reale sulle frontiere. Per i Paesi contrari a ogni ricollocazione forzata, al contrario, anche questa versione morbida rappresenta una cessione di sovranità difficile da digerire.
Va aggiunto un elemento che segna la distanza dalla logica dell’accoglienza spontanea: il richiedente non ha il diritto di scegliere lo Stato in cui essere ricollocato. È il sistema a decidere, non la persona.
La posta in gioco per l’Italia
Per un Paese di frontiera come l’Italia, il nuovo regolamento è un’arma a doppio taglio. Da un lato la solidarietà obbligatoria è ciò che Roma chiedeva da anni; dall’altro l’allungamento dei termini di responsabilità e la natura flessibile dei contributi possono ridurne i benefici concreti. Quanto la riforma alleggerirà davvero il peso sui Paesi mediterranei dipenderà da numeri e volontà politica che si misureranno anno per anno, nel ciclo di solidarietà che è ormai il vero campo di battaglia europeo sulla migrazione.

