Ve ne sarete certo accorti. Anche se non siete persone particolarmente attente e sensibili. Semplicemente perché quando capita subite sulla vostra pelle e una piccola cicatrice rimane sempre. Forse ve ne dimenticate presto, magari al contrario vi macerate in una rabbia sorda che produce ribellione.
In ogni caso è qui accanto a noi, tutti i giorni in cui la vita vi costringe a interagire con i vostri simili, o presunti tali. Si perché spesso pensate che no, non è possibile che quel tipo appartenga all’umanità alla quale appartenete anche voi.
Ma veniamo al punto. C’è una convinzione che circola silenziosa nelle nostre città, nelle strade, nei commenti online, persino nei piccoli gesti quotidiani. Per stare “a galla” è necessario imporsi. Scavalcare la fila, alzare la voce, imporre la propria presenza, sorpassare a destra. Praticare la gentilezza, al contrario, sembra una debolezza. Un lusso per chi può permetterselo, per chi non ha necessità di combattere,
Eppure basterebbe fermarsi un attimo per accorgersi che la maleducazione non è una scorciatoia ma una tensione continua.
La cronaca minima dei nostri giorni
Pensate cari lettori a quante volte, in una giornata normale, assistiamo a gesti ormai dati per scontati. Un’auto che svolta senza indicatore, come se segnalare fosse poco “cool”. Un sorpasso azzardato giustificato con regole inventate. Una porta sbattuta anziché trattenuta. Una risposta aggressiva prima ancora di aver ascoltato la domanda.
Ogni gesto di questa natura richiede uno sforzo costante. Bisogna stare in allerta, controllare sempre l’altro, difendere la propria posizione, prepararsi allo scontro. La maleducazione, salvo che in pochi reietti, non è spontanea. È faticosa, molto.
La gentilezza, al contrario, è semplice, è un flusso naturale. Metti la freccia e vai con sicurezza, aspetti il tuo turno e basta con pazienza, rispondi con un tono normale e la conversazione scorre senza problemi. Le domande trovano risposte sensate. Non serve dimostrare nulla, tutto arriva da sé.
La maleducazione non nasce dalla forza, ma dalla paura
Le società più aggressive storicamente non sono mai state le più forti. Sono state invece le più insicure, sfiduciate. Quando il futuro si disegna sopra una tela incerta, quando il riconoscimento non arriva, quando il confronto civile spaventa, allora l’imposizione sembra una difesa legittima. La guerra è dietro l’angolo e non è proprio detto che la perdano i gentili.
Spesso, non sempre, non è cattiveria. Nella più parte dei casi è ansia sociale. Si fa strada la sensazione che se non afferri qualcosa subito, probabilmente resterai indietro per sempre. È la logica del “prima io” che prende il posto di un “noi” che non si sente più affidabile.
Un breve sguardo alla storia (senza nostalgia)
Come vi anticipavo le civiltà che hanno funzionato non erano quelle dominate dai più prepotenti, ma quelle in cui il comportamento corretto era conveniente. Nel diritto romano, nelle città mercantili medievali, nelle comunità dove la parola data contava, il rispetto non era un valore astratto. Era un investimento, che dava i suoi frutti.
Chi si comportava correttamente costruiva fiducia, ne dava e ne riceveva. Chi infrangeva le regole pagava sempre dazio, non morale ma pratico. Oggi abbiamo perso questa percezione del tempo lungo. Viviamo di istanti, consumiamo reazioni immediate, riportiamo micro vittorie che non costruiscono nulla, che illudono solo noi.
Social network. Il luogo dove il rumore sembra forza
Sui social la maleducazione si palesa in tutta la sua misera esistenza. Appare dominante perché è visibile. Fa un sacco di rumore. Occupa spazio digitale, lascia traccia eterna nel web. Ma non è sinonimo di autorevolezza. Spesso solo sfogo vigliacco. Frustrazione di poveretti che cercano un bersaglio, invidia profonda che si traveste da ideologia, ironia gretta, disagio psicologico che confluisce in aggressività. Squadrismo a poco prezzo, il costo di una Sim. E’ forse la certificazione di una appartenenza a una classe sociale senza speranza, che non trova motivazione per affermarsi con la cultura, l’impegno e l’intelligenza.
Ma allora le persone ragionevoli sono sparite? No certo che no. È che non urlano e quindi la loro voce è sovrastata dal rumore idiota e arrogante, “coatto”. E in un ambiente che premia l’intensità, il silenzio viene scambiato per assenza o latenza.
Perché ci sembra che essere gentili “non paghi”
Provo a rispondere. Perché la gentilezza non dà adrenalina. Non produce like immediati. Non regala la soddisfazione istantanea di “aver vinto” un duello, di aver messo a tacere un avversario pardon, un nemico. Produce però qualcosa di molto più raro. Relazioni stabili, fiducia, prevedibilità, affidabilità.
Una società educata è una società in cui non si sprecano energie nella difesa. La maleducazione ti impone di restare sempre teso, pronto allo scontro successivo. La gentilezza, invece, abbassa il rumore di fondo. Fa respirare, scioglie i muscoli.
Chi rispetta le regole è più libero
Mettere la freccia quando svolti non ti rallenta. Aspettare il tuo turno non ti annulla. Rispettare l’altro non ti sminuisce. Ti affranca dalla costante necessità di dimostrare qualcosa a un pubblico. E ti fa quindi più forte, più autorevole.
In un mondo che concede encomi alla sopraffazione, la vera eleganza è non farsi trascinare. La vera forza è non confondere l’aggressività con l’efficacia. È trovare la determinazione lontana dalla volgarità.
Educhiamo quindi a porsi la domanda giusta, forse sovversiva. Non chi vince? Ma chi vive meglio?
Per aspera ad astra!
Giulio Valerio Santini

