Il coraggio, la strada e il futuro delle nostre città: ritratto di un amico speciale
Se vivi Milano o magari la frequenti saltuariamente, un basco blu e una maglia rossa che si muovono con passo sicuro prima o dopo li incontri. Sono i City Angels, volontari che da tre decenni offrono aiuto in situazioni molto difficili: senzatetto, vittime di violenza, fragilità sociali, quartieri complicati, emergenze di ogni tipo.
Li ha fondati nel 1994 Mario Furlan, figura singolare ma preziosa del cosmo variegato del volontariato italiano: volontario per eccellenza, motivatore, docente universitario e, per me, lo dico senza formalismi, un caro amico che non riesco a frequentare come vorrei.
I City Angels sono nati da un’idea semplice e al contempo rivoluzionaria: sicurezza e solidarietà non devono dividersi, devono camminare insieme. Oggi i City Angels operano in molte città italiane, collaborano con istituzioni e forze dell’ordine. Proprio per questo sono diventati un modello riconosciuto anche all’estero.
In Mario Furlan coabitano diverse identità. Accanto a quella della strada, abbiamo anche il Mario docente universitario alla LIUC Università Carlo Cattaneo di Castellanza, dove insegna comunicazione, motivazione e gestione della paura. Da questa lunga esperienza è nato anche il Wilding, un metodo di autodifesa istintiva studiato per insegnare alle persone a superare i blocchi mentali che immobilizzano. Io ho fatto il corso…
Questa intervista si pone l’obiettivo di mettere insieme tutto questo: il fondatore, il formatore, l’accademico e l’uomo. Non è poco, credetemi.
Tutto è cominciato dalla ferita della indifferenza»
Mario, quali sono state le tue radici? Cosa ti ha portato davvero in strada?
«La ferita che mi ha spinto ad agire è stata l’indifferenza. Vedevo persone soffrire e diventare invisibili. Non potevo accettarlo. Da lì nasce tutto: dal non voltarsi mai dall’altra parte.»
City Angels: quando sicurezza e solidarietà si stringono la mano
Come nasce un’idea così rivoluzionaria per l’Italia degli anni ’90 che mostravano già un egoismo dilagante?
«Nasce da un misto di rabbia e amore. C’era paura, degrado, solitudine. Ma c’era anche una città piena di persone davvero perbene che non sapevano come reagire a tutto ciò. Ho pensato: se aspetti che qualcuno risolva, puoi aspettare una vita. Allora ho messo insieme volontari disposti a stare dove serviva davvero, con cuore e fermezza.»
Sicurezza e solidarietà. Due parole che sembrano opposte, anzi che molti vorrebbero tali. Come sei riuscito a coniugarle?
«Non sono opposte. La persona che incontri può essere fragile, arrabbiata, confusa, disperata. La chiave è avvicinarsi senza giudicare. Essere fermi, ma umani. È così che ogni notte, in molte città, portiamo un pezzo di sicurezza “che abbraccia”, non che spaventa.»
Sono sicuro che tra le mille storie vissute in trent’anni, una certamente te la senti ancora addosso. Raccontaci quale?
«Un ragazzo tossicodipendente salvato durante un’overdose. Anni dopo mi fermò e mi disse: “Io quella notte stavo morendo. Tu non mi hai giudicato”. Non te lo dimentichi più.»
La sicurezza oggi: tra realtà, paura e narrativa politica
Oggi si parla di criminalità in modo confuso: chi dice che i reati calano, chi che esplodono. Come stanno davvero le cose?
«La strada non mente. I dati oscillano molto: alcuni reati sono calati in anni passati, altri sono aumentati recentemente. Ma il punto non è solo statistico: è culturale.
C’è una cosa che vedo chiarissima: la politica usa la sicurezza come una bandiera retorica, non come una responsabilità.
Quando governi, l’insicurezza diventa “solo percezione”. Quando sei all’opposizione, diventa “colpa del governo”.
La verità è che la percezione conta quanto il dato. Se una madre ha paura a scendere dal treno la sera, quella paura è reale. E la responsabilità è di tutti: istituzioni, forze dell’ordine, volontari, cittadini. È un lavoro collettivo.»
Quando una persona ti ferma, qual è il primo impulso?
«L’emozione. Subito dopo arriva la tecnica. Ma se perdi empatia, non sei più un City Angel: sei un operatore qualsiasi. E noi non siamo operatori: siamo una presenza umana.»
Mario Furlan se potessi ridisegnare la sicurezza urbana da zero?

Da dove partiresti?
«Da tre cose: presenza continua sul territorio, formazione vera e non teorica, e coinvolgimento della cittadinanza. Senza comunità, non c’è sicurezza che tenga.»
Il formatore: nasce il Wilding
Prima di aprire questo capitolo, serve un chiarimento: oltre ai City Angels, Mario da anni tiene corsi e seminari in aziende, università e scuole. Studia la psicologia dell’azione, della paura e della comunicazione.
Da questo percorso è nato il Wilding, un metodo di autodifesa istintiva che non parte dal corpo, ma dalla mente.
Il blocco che paralizza
Qual è il freno mentale più comune quando si è in pericolo?
«La paura di sbagliare. Di sembrare ridicoli. Di esagerare. Il Wilding serve a rompere quella voce interna che ti immobilizza. Il corpo può reagire solo se la mente gli dà il permesso.»
La paura dominante del nostro tempo
Qual è la paura più diffusa oggi?
«La paura di essere soli quando succede qualcosa. Per questo insegno a riconoscere sé stessi oltre che gli altri.»
Mario, l’uomo
Hai mai pensato di mollare tutto?
«Sì. Più volte. Ma ogni volta mi tornava in mente qualcuno che avevamo aiutato. E capivo che non potevo smettere.»
Le radici della tua gentilezza e della tua disciplina. Da chi provengono?
«La gentilezza da mia madre. La disciplina dalla strada: lì non puoi permetterti di sbagliare.»
Mario qual è la parte di te che il pubblico non vede?
«Che sono molto più timido di quanto sembri. E che ogni volta che indosso il basco sento tutto il peso della responsabilità.»
Le istituzioni, i giovani, il futuro
Le istituzioni ascoltano abbastanza?
«A volte sì, a volte no. Ma la collaborazione è indispensabile. Cambiare la strada significa cambiare il sistema.»
Vedo molto giovani indifferenti a tutto. A tuo parere hanno ancora voglia di impegnarsi?
«Sì. Ma devi parlare la loro lingua. Non cercano moralismi o prediche. Cercano senso, autenticità, e un motivo vero per esserci.»
Guardare avanti
Cosa diresti al Mario ventenne Se oggi potessi incontrarlo?
«Gli direi: “Non avere paura di essere diverso”. Le idee nuove fanno paura finché non diventano soluzioni.»
E a un ragazzo che vuole cambiare la città?
«Non aspettare i numeri. Inizia tu. Con un gesto. Uno soltanto. Fatto bene.»
Speriamo che in molti ascoltino Mario, giovani e meno giovani, purché animati dal desiderio di portare in strada molto amore, l’unica cosa di cui in giro c’è sempre un gran bisogno.
Giulio Valerio Santini

