Anima umanimale. Sull’eternita della natura. Ines Testoni. Il Saggiatore, 2026
La biofilia afferma che la convivenza fra l’uomo e l’animale non solo è possibile e proficua ma “risponde anche a una nostra predisposizione innata”.
L’autrice allora propone un nuovo punto di vista: considerare l’anima umanimale ( termine nato dalla crasi fra umano e animale) per portare l’attenzione su cosa ci unisce.
Gli studi sulle relazioni sociali dimostrano la tendenza a unirsi fra simili e ad attribuire al “ diverso” caratteristiche negative. Così nei secoli si è sviluppato il rapporto uomo-animale.
Sia nella Bibbia che nel Corano, testi che hanno maggiormente influenzato il pensiero umano, e’esplicita la supremazia dell’uomo. Nella Bibbia e’ dichiarato che il compito dell’uomo è dominare su ogni animale così come nel Corano: una delle feste principali è quella dello sgozzamento nella quale viene ucciso un animale in ricordo del gesto che Abramo stava per compiere su suo figlio.
L’associazione fra bestialità e maligno trova radici antiche cominciando dalla Genesi che raffigura in un serpente l’origine del primo peccato dell’uomo.
Il saggio prosegue analizzando il rapporto uomo/animale nei secoli fra filosofia, religione e scienza. Dopo un excursus storico, una parte del libro è dedicata alla proposta dell’autrice: l’umanimale.
La svolta è segnata da Darwin che mette in questione l’idea dell’ immodificabilità delle diverse forme di vita. Da qui, Darwin mette in dubbio la differenza qualitativa che separa l’uomo dagli animali: l’intelligenza non è universale e non esclusiva dell’uomo ma determinata da vari fattori e in evoluzione. Intelligenza, coscienza e anima non sono esclusivamente dell’uomo.
Arriviamo, nel dopoguerra, a confermare i tratti in comune fra le differenti specie.
Ma, L’autrice riportando la riflessione ai giorni nostri sottolinea come Papa Bergoglio nel 2023 ne La Civiltà Cattolica scriveva: “ gli animali non hanno diritti. Il diritto è una prerogativa dell’essere spirituale “.
Ines Testoni è professoressa ordinaria di Psicologia sociale e Psicologia delle relazioni di fine-vita, perdita e morte presso l’Universita’ di Padova. Ha scritto numerosi saggi.
Lei propone un cambiamento importante: vedere la natura eterna come l’umano. È davvero possibile?
È possibile, ma occorre chiarire che cosa intendo con questa espressione. Non propongo di vedere la natura a immagine dell’umano, attribuendole i nostri pensieri o i nostri sentimenti. Propongo piuttosto il movimento inverso: riconoscere l’umano come natura e comprendere che la distinzione ontologica con cui ci siamo collocati al di sopra degli altri viventi non regge più.
L’etologia, le scienze cognitive comparate e l’ecologia mostrano che non siamo di fronte a un mondo muto e passivo, ma a una pluralità di soggetti, ciascuno immerso nel proprio ambiente di significati. Con Jakob von Uexküll possiamo dire che ogni essere cosciente è un centro di mondo; con Thomas Nagel possiamo aggiungere che quel mondo non è mai interamente traducibile nel nostro. Quando parlo di eternità, inoltre, non intendo una durata biologica infinita né una sopravvivenza individuale nel tempo. L’indicazione filosofica di Emanuele Severino — il filosofo bresciano scomparso nel gennaio 2020 — è più radicale: ciò che è non può diventare nulla, perché diventare nulla significherebbe diventare il proprio contrario.
Ogni essente è eternamente ciò che è. La nascita e la morte appartengono al suo apparire e al suo scomparire dall’orizzonte dell’esperienza, non alla sua creazione dal nulla o al suo annientamento. Questo vale per l’umano, per l’animale e, più in generale, per ogni forma dell’essere.
Il cambiamento diventa allora possibile sul piano dello sguardo e, di conseguenza, dell’etica. Se l’animale non è materia disponibile destinata al niente, ma qualcuno che sente, conosce, stabilisce relazioni e appare nella medesima coscienza in cui appariamo noi, fargli male significa fare male a qualcuno.
Non occorre sapere esattamente che cosa provi un pipistrello, un polpo o un cane. Eppure la scienza offre indizi sempre più fitti: gli esperimenti condotti da Nicky Clayton sui corvidi, per fare un solo esempio, mostrano come questi uccelli modifichino le proprie strategie di occultamento del cibo a seconda che siano osservati o meno da un potenziale ladro — un comportamento che presuppone una qualche rappresentazione mentale dell’altro, difficilmente riducibile a un semplice automatismo.
Il limite della nostra conoscenza non autorizza il dominio; al contrario, fonda una responsabilità più cauta. Naturalmente non si tratta di una conversione immediata. La cultura occidentale ha costruito per secoli la propria identità separando anima e corpo, umano e animale, cultura e natura.
Cambiare richiede educazione, esperienza concreta della relazione e capacità di riconoscere la paura che alimenta quella separazione, soprattutto la paura di essere corpi vulnerabili e mortali. È un processo difficile, ma è già iniziato: ogni volta che riconosciamo negli altri viventi una soggettività irriducibile, l’umanimale smette di essere soltanto un concetto e diventa una pratica di coabitazione.
Il pensiero umano è stato influenzato maggiormente dall’idea platonica e neoplatonica dell’anima o dalla posizione materialistica?
Sul piano storico e simbolico, la concezione platonico-aristitelica e neoplatonica dell’anima ha esercitato l’influenza più lunga e profonda sull’Occidente. Ha offerto alle religioni e alla filosofia una struttura potente: da una parte un principio spirituale, immortale e vicino al divino; dall’altra il corpo, la materia, la caducità.
La grecizzazione del pensiero biblico e la successiva elaborazione scolastica hanno trasformato questa distinzione in una gerarchia. L’umano, in quanto dotato di anima razionale, è stato collocato sopra gli altri animali, ai quali si poteva negare una destinazione ultraterrena e, con essa, una piena dignità ontologica. La modernità ha però spostato progressivamente il baricentro verso il materialismo e il meccanicismo.
Dal recupero dell’atomismo antico al meccanicismo cartesiano, da Hobbes fino alle scienze contemporanee, la vita è stata interpretata sempre più come un insieme di processi fisici osservabili. Questo passaggio ha avuto un merito decisivo: ha messo in crisi l’idea di un privilegio umano garantito da un’anima separata e ha ricondotto la nostra specie alla continuità biologica con le altre. Ma il materialismo, quando assume una forma riduzionista, può produrre un altro esito pericoloso: se il corpo è soltanto una macchina e la materia è priva di interiorità, animali e natura diventano risorse manipolabili.
È la traiettoria che nel Settecento porta Julien Offray de La Mettrie a estendere agli umani la stessa dottrina cartesiana dell’animale-macchina: ne L’homme machine, pubblicato anonimo a Leida nel 1747, sostiene che anche la nostra coscienza non sia che materia organizzata — un’affermazione che gli costò un nuovo scandalo e l’esilio a Berlino, dopo che un’opera precedente gli aveva già procurato il rogo pubblico alla Sorbona. È la prova storica di dove può condurre, se non temperato, il riduzionismo meccanicista.
Per questo nel libro le due prospettive non compaiono come alternative di cui una abbia semplicemente sconfitto l’altra. La metafisica ha plasmato le gerarchie morali, religiose e politiche; il materialismo domina in larga misura il sapere scientifico e l’organizzazione tecnica della vita.
La nostra cultura conserva entrambe. Continuiamo a rivendicare per l’umano un’eccezione spirituale, mentre trattiamo i corpi, soprattutto quelli animali, secondo una logica produttiva radicalmente materialista. È una dissonanza profonda: neghiamo sul piano teorico molte premesse della metafisica, ma ne manteniamo le gerarchie; affermiamo la continuità biologica, ma la traduciamo spesso in disponibilità tecnica dei viventi.
La questione, dunque, non consiste nel scegliere tra un’anima immortale riservata all’uomo e una materia destinata all’annientamento. Entrambe le rappresentazioni continuano a presupporre che qualcosa possa oscillare tra l’essere e il niente. L’orizzonte eternalista permette di oltrepassare questa opposizione: il corpo non è il carcere di un’anima separata, ma nemmeno una cosa condannata a diventare nulla. In questa prospettiva, le scienze possono descrivere la pluralità delle menti e delle forme di coscienza senza che la filosofia trasformi tali differenze in una scala di valore. È qui che può cominciare una comprensione autenticamente umanimale.
Quale scienziato o filosofo oggi potrebbe smuovere le masse e dar vita a un cambiamento epocale?
Se devo indicare un nome, indico senza esitazione Emanuele Severino. Benché non sia più tra noi, il suo pensiero è oggi uno dei pochi che potrebbero produrre un cambiamento autenticamente epocale. Non perché offra una nuova morale da aggiungere a quelle esistenti, ma perché mette in discussione la convinzione più profonda dell’Occidente: che le cose escano dal nulla, esistano per un certo tempo e infine vi ritornino. Per Severino questa oscillazione tra essere e niente è impossibile.
Ogni essente è eternamente ciò che è, poiché l’essere non può diventare il proprio contrario. La portata di questa affermazione è difficile da misurare. Se fosse compresa davvero, cambierebbe anzitutto il nostro rapporto con la morte. Non avremmo più bisogno di immaginare un’anima immortale separata dal corpo per salvarci dall’annientamento, perché l’annientamento stesso apparirebbe impossibile.
Ma verrebbe meno anche la distinzione ontologica con cui abbiamo riservato l’eternità all’umano e consegnato gli animali alla pura caducità biologica. Se ogni essente è eterno, lo sono l’umano e l’animale,il corpo, ogni relazione e ogni istante dell’esistenza. La differenza tra le specie rimane, ma non può più trasformarsi in una gerarchia dell’essere. Severino non ha elaborato un’etica animale né ha posto al centro della propria filosofia il problema dello specismo.
È importante dirlo, perché non vorrei attribuirgli ciò che non ha sostenuto. Il mio lavoro tenta però di sviluppare le conseguenze della sua ontologia là dove essa incontra l’etologia, le scienze cognitive comparate e la psicologia della morte.
Le prime mostrano la pluralità delle menti e delle forme di coscienza animale; la seconda ci aiuta a comprendere quanto il terrore dell’annientamento alimenti il bisogno di separarci dagli altri viventi e di dominarli. Il pensiero di Severino consente di intervenire alla radice di questa paura. Proprio qui vedo la sua capacità di smuovere le masse. Non si tratterebbe di diffondere una consolazione religiosa o uno slogan rassicurante, ma di rendere accessibile un pensiero rigoroso che libera la vita dalla minaccia del nulla. La difficoltà è che l’opera severiniana richiede una mediazione culturale ed educativa capace di tradurla senza impoverirla. Se questa mediazione riuscisse, le conseguenze non riguarderebbero soltanto la filosofia: investirebbero il modo in cui educhiamo alla morte, curiamo, costruiamo relazioni e abitiamo la Terra insieme agli altri viventi.
Questa mediazione, del resto, è già in corso: penso per esempio al recente lavoro di Giulio Goggi, il cui Emanuele Severino. Il filosofo dell’eternità restituisce il pensiero severiniano a un pubblico più largo di quello accademico. Sono percorsi come questo — più che un singolo nome, per quanto necessario — a poter davvero smuovere le masse. La rivoluzione più profonda sarebbe riconoscere che siamo già da sempre salvi, e che lo sono anche loro.
Le note del saggio offrono una vasta bibliografia. Se dovesse indicare qualche libro che l’ha colpita maggiormente o che meriterebbe più attenzione, quale consiglierebbe?
Proporrei un piccolo itinerario, perché nessun libro, da solo, contiene tutti i passaggi necessari. Il primo è Emanuele Severino, Essenza del nichilismo (apparso nel 1972 e riproposto da Adelphi, in edizione ampliata, nel 1982). È il testo più impegnativo fra quelli che indico, ma anche quello che porta alla radice il problema dell’annientamento. Severino mostra che l’idea secondo cui l’essente possa diventare nulla non è un’evidenza: è la convinzione fondamentale dell’Occidente. Senza questo passaggio non si comprende pienamente perché la paura della morte condizioni anche il nostro rapporto con gli animali.
Accosterei poi Jacques Derrida, L’animale che dunque sono. Derrida rivela la violenza racchiusa già nell’uso del singolare “l’animale”, parola con cui riuniamo in un’unica categoria una molteplicità sterminata di specie per opporla all’umano. È un libro decisivo per capire che il dominio si esercita anche attraverso il linguaggio e che mettere in discussione una parola significa interrogare il diritto, l’etica e la politica costruiti intorno a essa. Un passaggio imprescindibile è rappresentato naturalmente da Charles Darwin.
Consiglierei L’origine delle specie e, soprattutto, L’origine dell’uomo e la scelta sessuale, l’opera in cui il naturalista applica la prospettiva evoluzionistica anche alla nostra specie. Darwin incrina definitivamente l’idea dell’uomo come creatura separata, mostrando che le nostre caratteristiche corporee, cognitive ed emotive si sono formate lungo la medesima storia naturale degli altri viventi. La differenza tra umano e animale non scompare, ma cessa di essere una frattura ontologica e diventa una differenziazione interna alla continuità della vita.
A Darwin affiancherei Konrad Lorenz e il suo celebre L’anello di re Salomone. È un libro scientificamente importante e, nello stesso tempo, accessibile e coinvolgente. Lorenz insegna a osservare gli animali come individui che comunicano, apprendono, costruiscono legami e organizzano il proprio comportamento all’interno di mondi relazionali complessi. Con lui l’etologia non si limita a studiare l’animale dall’esterno, ma inaugura una forma di conoscenza fondata sulla vicinanza, sull’attenzione e sulla capacità di entrare in relazione senza cancellare la differenza. Il successo del libro dimostra inoltre che il rigore scientifico può trasformare profondamente l’immaginario comune.
Proseguendo sul versante scientifico consiglierei Frans de Waal, Are We Smart Enough to Know How Smart Animals Are? Il titolo contiene già una domanda salutare: siamo abbastanza intelligenti da riconoscere intelligenze organizzate diversamente dalla nostra? De Waal mostra quanto gli esperimenti possano essere falsati quando chiediamo a un’altra specie di rispondere secondo i nostri criteri, ignorandone il corpo, i sensi, l’ambiente e la storia evolutiva. A questo affiancherei Peter Godfrey-Smith, Metazoa.
Gli animali e la nascita della mente. È un viaggio affascinante nell’emergere di forme plurali di esperienza, dalle creature marine ai sistemi nervosi più complessi. Aiuta a pensare la coscienza non come un interruttore acceso improvvisamente nell’Homo sapiens, ma come una qualità che prende forme differenti lungo la storia della vita. Suggerirei inoltre Lorraine Daston, Contro natura, un libro breve e molto incisivo. Daston mostra quanto sia pericoloso ricavare direttamente una norma morale da ciò che chiamiamo “natura”, perché la natura è stata invocata per giustificare tanto l’uguaglianza quanto la schiavitù, la liberazione e l’oppressione. Lo considero particolarmente utile nel dibattito contemporaneo, dove l’espressione “secondo natura” continua a mascherare decisioni culturali e politiche. Chi desiderasse proseguire potrebbe leggere anche Nuova liberazione animale di Peter Singer e The Spell of the Sensuous di David Abram.
Il primo obbliga a misurarsi con le conseguenze concrete dello specismo; il secondo restituisce alla percezione il suo carattere corporeo e relazionale. Letti insieme, questi testi accompagnano il movimento che anima il mio libro: dalla critica dell’annientamento e delle gerarchie alla continuità evolutiva indicata da Darwin; dalla rivoluzione etologica inaugurata da Lorenz alla scoperta delle altre menti, fino alla possibilità di riconoscerci dentro una natura comune ed eterna.
A chi volesse allargare lo sguardo oltre la tradizione occidentale suggerirei infine due autori che non compaiono nelle note del libro ma che dialogano da vicino con le sue domande: Eduardo Kohn, Come pensano le foreste, un’etnografia amazzonica che pensa la semiosi come proprietà condivisa da umani e non umani, e Vinciane Despret, Che cosa rispondono gli animali… se facciamo le domande giuste?, che rovescia il metodo sperimentale mostrando quanto le risposte animali dipendano dalle domande che sappiamo porre.
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Foto: Supporto IA

