Mio nonno, quello che diceva sempre “Transeat”, l’ha fatta. Con la sua sciabola da ufficiale di cavalleria l’ha fatta. Ha combattuto, rischiato di essere ucciso e forse ha dato la morte a qualcuno. Ha fatto la guerra, la Grande guerra del 15-18.
Dedico a lui, Giovanni questo pezzo scritto per la ricorrenza del 4 novembre 1918.
Dalle trincee del 1918 a un presente nel quale il sentimento nazionale sembra talvolta diventato qualcosa di cui vergognarsi. Tra giovani che considerano la Patria un concetto superato, seconde generazioni e responsabilità individuali, una riflessione su ciò che significa essere italiani.
Il 4 novembre, quando per l’Italia si moriva
Il 4 novembre 1918 entrava in vigore l’armistizio di Villa Giusti, ponendo fine alla Prima guerra mondiale per l’Italia. Si concludeva un conflitto devastante, costato centinaia di migliaia di vite e destinato a lasciare ferite profonde nella società italiana.
Molti di quei soldati erano ragazzi poco più che ventenni, provenienti da un’Italia contadina, spesso poverissima, nella quale persino comprendersi tra persone di regioni differenti poteva risultare difficile.
Eppure, nelle trincee del Carso, sul Grappa e lungo il Piave, quei giovani si trovarono a condividere un destino comune, contribuendo con il proprio sacrificio a completare una fase decisiva dell’unificazione nazionale.
A centootto anni di distanza, una domanda sorge spontanea: che cosa direbbero quei ragazzi se potessero osservare il rapporto che molti italiani intrattengono oggi con la propria Patria?
La Patria è diventata una parola di cui vergognarsi?
Il timore è che per una parte delle nuove generazioni il concetto di Patria sia diventato qualcosa di stantio, inutile, forse addirittura dannoso. Un retaggio del passato da archiviare insieme alle fotografie ingiallite e ai monumenti che nessuno guarda più.
Esporre il Tricolore, manifestare orgoglio nazionale o parlare di identità italiana rischia talvolta di essere interpretato come una dichiarazione ideologica, quasi che amare il proprio Paese significasse necessariamente disprezzare quello degli altri.
La realtà è un’altra cosa.
Il patriottismo non è sinonimo di nazionalismo aggressivo. È consapevolezza di appartenere a una comunità, rispetto della sua storia e disponibilità ad assumersi responsabilità verso il suo futuro.
E forse proprio l’indebolimento di questo sentimento contribuisce ad alcuni dei problemi italiani: la scarsa considerazione del bene pubblico, il disinteresse per le istituzioni, la difficoltà di riconoscere doveri collettivi accanto ai diritti individuali.
Non sarebbe serio attribuire ogni nostro problema alla crisi del patriottismo. Ma sarebbe altrettanto superficiale escludere che il progressivo smarrimento di un’identità condivisa possa avere conseguenze sulla convivenza civile.
Le seconde generazioni e il rispetto che non dovrebbe essere negoziabile
A questo scenario si aggiunge una questione delicata, quella del rapporto tra l’Italia e i giovani di seconda generazione, nati o cresciuti nel nostro Paese da famiglie di origine straniera.
Molti si riconoscono pienamente nella società italiana, ne condividono i valori e contribuiscono alla sua crescita. Altri mantengono legami culturali differenti, perfettamente compatibili con il rispetto delle istituzioni repubblicane.
Ma esistono anche comportamenti e atteggiamenti di ostilità verso l’Italia, le sue tradizioni e i suoi principi fondamentali. E quando questi si manifestano, sarebbe sbagliato cercarne automaticamente la responsabilità nella società italiana.
Perché dovremmo considerare sempre colpevole il Paese nel quale una persona vive, studia, lavora e beneficia di libertà e servizi pubblici, anziché interrogarci anche sulle responsabilità di chi sceglie di disprezzarlo?
L’Italia garantisce, attraverso il proprio ordinamento, diritti, istruzione, assistenza sanitaria e libertà fondamentali. Sono conquiste civili importanti, che meritano rispetto anche quando si esercita il legittimo diritto di critica.
E qui emerge un paradosso: alcune famiglie hanno lasciato i Paesi d’origine proprio per cercare condizioni di vita, sicurezza e opportunità migliori. Quando un loro discendente arriva a manifestare ostilità verso la società nella quale è cresciuto, è ragionevole chiedersi da dove nasca tale rifiuto, senza presumere che la responsabilità appartenga necessariamente all’Italia.
Transeat, diceva mio nonno. Ma a forza di cercare sempre una giustificazione esterna per ogni comportamento, rischiamo di dimenticare un principio elementare: ciascuno risponde delle proprie scelte.
L’integrazione non significa rinunciare alle proprie origini, ma neppure pretendere che la comunità nazionale debba continuamente mettere da parte i propri principi per evitare qualsiasi contrasto.
Il rispetto delle leggi, della libertà altrui e delle istituzioni democratiche non è una concessione facoltativa. È il fondamento della convivenza civile, per tutti.
Se non rispettiamo noi la nostra Patria, perché dovrebbero farlo gli altri?
Esiste tuttavia una contraddizione che riguarda direttamente gli italiani, indipendentemente dalla loro origine.
Come possiamo considerare importante il rispetto della Nazione se siamo noi stessi a trattarne con sufficienza la storia, i simboli e le istituzioni?
Quando il Tricolore viene ridotto a un simbolo da esibire soltanto durante le competizioni sportive, quando l’inno nazionale suscita più ironia che partecipazione e quando la parola Patria viene immediatamente associata a un preciso schieramento politico, qualcosa del nostro patrimonio civile rischia di andare perduto.
La Patria non appartiene alla destra, alla sinistra o a qualsiasi altra parte politica. Appartiene ai cittadini, alla loro storia e alle istituzioni democratiche che li rappresentano.
E non dovrebbe essere necessario giustificarsi per dichiarare di amarla.
Le Forze Armate non sono un bersaglio ideologico
Il 4 novembre è anche la Giornata delle Forze Armate, delle donne e degli uomini che servono la Repubblica, intervengono nelle emergenze e operano, talvolta a rischio della vita, nelle missioni affidate loro dallo Stato.
Le scelte politiche sulla difesa possono essere contestate, così come le missioni internazionali e gli investimenti militari. Ma il confronto democratico non dovrebbe trasformarsi in disprezzo per chi indossa un’uniforme.
L’articolo 52 della Costituzione stabilisce che la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Un principio che non distingue tra appartenenze politiche, origini familiari o convinzioni personali.
Rispettare le Forze Armate non significa celebrare la guerra. Significa riconoscere il ruolo di un’istituzione posta al servizio della Repubblica e soggetta alle sue leggi.
Il 4 novembre e quella domanda che non possiamo più evitare
Dal 1977 il 4 novembre non è più una festività civile con sospensione generalizzata del lavoro, sebbene la legge del 2024 ne abbia riaffermato il riconoscimento come Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate.
Ma il problema non è certo aver perduto un giorno di vacanza.
Il problema è comprendere se siamo ancora capaci di trasmettere ai giovani, italiani di nascita o di origine straniera, il valore dell’appartenenza nazionale, il significato dei simboli repubblicani e la consapevolezza che a ogni diritto corrispondono responsabilità.
La Patria non può essere soltanto qualcosa da cui pretendere servizi, protezione e opportunità. Deve essere anche una comunità alla quale sentire il dovere di contribuire.
Non occorre condividere ogni decisione dei governi per amare l’Italia, né approvare ogni pagina della sua storia per riconoscerne il valore.
Occorre, piuttosto, comprendere che una Nazione non è un’entità astratta, ma il risultato delle generazioni che l’hanno costruita e delle responsabilità di quelle che la erediteranno.
E allora, davanti alla Tomba del Milite Ignoto, mentre le autorità deporranno le consuete corone d’alloro, dovremmo forse porci una domanda meno cerimoniale e molto più impegnativa.
Che futuro può avere una Nazione se una parte dei suoi cittadini considera superfluo, imbarazzante o persino sbagliato sentirsi parte di essa?
Perché i caduti del 1915–1918 hanno già pagato il prezzo della storia. A noi spetta il compito, assai meno eroico ma non meno importante, di non disperdere ciò che abbiamo ricevuto.
Giulio Valerio Santini
Leggi anche: https://www.nationaldailypress.it/author/giulio-valerio-santini/
Fonti
- Ministero della Difesa – Storia e significato del 4 novembre.
- Costituzione della Repubblica Italiana – Articolo 52.
- Legge 5 marzo 1977, n. 54 – Disposizioni in materia di giorni festivi.
- Legge 1° marzo 2024, n. 27 – Istituzione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate.
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