La Manovra riduce la rivalutazione delle pensioni medio-alte. La sinistra richiama la redistribuzione, la destra promette attenzione al ceto medio e la Lega continua a parlare di pensionamenti anticipati. Ma chi tutela il potere d’acquisto di chi ha versato contributi per quarant’anni?
Prima paghi di più. Poi ti tutelano di meno
Per quarant’anni lavori, versi contributi proporzionati al tuo stipendio, paghi imposte progressive e rispetti le regole. Non puoi scegliere quanto contribuire al sistema previdenziale: lo Stato decide e tu paghi.
Poi vai in pensione. E scopri che quello stesso Stato, proprio perché hai maturato un assegno superiore, ritiene di poterti riconoscere una protezione inferiore dall’inflazione.
È il paradosso della Manovra 2027, che propone di ridurre la rivalutazione delle pensioni medio-alte.
Non si tratta di un taglio nominale dell’assegno, ma di un aumento inferiore a quello previsto dal sistema ordinario. Una distinzione tecnicamente corretta, che tuttavia non cambia la sostanza: il potere d’acquisto viene tutelato in misura minore e la differenza può trascinarsi negli anni successivi.
La solidarietà è un principio costituzionale. Ma può diventare una giustificazione ricorrente per chiedere sacrifici sempre agli stessi?
Il ceto medio: celebrato nei discorsi, penalizzato nei numeri?
Il Governo dichiara di voler tutelare il ceto medio. Ma una pensione di 3.500 euro lordi mensili è davvero una pensione da ricchi?
Dopo IRPEF e addizionali, la somma effettivamente disponibile è sensibilmente inferiore. E dietro quell’assegno possono esserci quarant’anni di lavoro, responsabilità professionali, imposte e contributi elevati.
Non tutte le pensioni sono calcolate esclusivamente sui contributi versati, naturalmente. Ma questo non cancella la domanda: perché una pensione superiore dovrebbe perdere una quota crescente della protezione dall’inflazione?
La Manovra propone sei fasce di rivalutazione, applicate all’importo complessivo dei trattamenti pensionistici del titolare, con clausole di salvaguardia.
| Pensione mensile lorda | Inflazione riconosciuta |
| Fino a circa 2.447 € | 100% |
| Da 2.447 a 3.059 € | 85% |
| Da 3.059 a 3.671 € | 53% |
| Da 3.671 a 4.895 € | 47% |
| Da 4.895 a 6.119 € | 37% |
| Oltre 6.119 € | 32% |
Una pensione di 3.500 euro recupererebbe dunque soltanto il 53% dell’inflazione. Una superiore a circa 6.119 euro appena il 32%.
Con un’inflazione ipotetica del 2,8%, un trattamento di 3.500 euro lordi perderebbe circa 537 euro di rivalutazione annua rispetto al sistema ordinario. A 5.500 euro la differenza salirebbe a circa 1.017 euro, a 7.000 euro a circa 1.352 euro.
Sono simulazioni lorde su tredici mensilità, non conteggi definitivi INPS.
E c’è un aspetto ancora più insidioso: senza recuperi successivi, la minore rivalutazione riduce la base sulla quale saranno calcolati gli aumenti futuri. Il sacrificio di un anno può quindi accompagnare il pensionato per molto tempo.
Ma chi rappresenta questi pensionati? La domanda che la politica evita
Ed eccoci alla questione più scomoda.
Una parte della sinistra politica tende a leggere le pensioni medio-alte soprattutto attraverso la lente della redistribuzione. È una posizione che privilegia la tutela dei trattamenti più bassi, ma che rischia di trascurare la storia contributiva di chi percepisce assegni superiori.
Non sarebbe corretto attribuire a tutta la sinistra il piacere di penalizzare questi pensionati. Resta però una domanda politica: chi, in quell’area, si fa carico anche dei loro interessi?
E la destra?
Qui la questione è ancora più diretta, perché oggi governa. Non basta rivendicare attenzione al ceto medio se poi si propone un meccanismo che riduce sensibilmente la rivalutazione di una parte delle sue pensioni.
La contraddizione merita una spiegazione, non uno slogan.
E poi c’è la Lega.
Nel settembre 2026 il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha ribadito la proposta di consentire l’uscita anticipata a 64 anni, sostenendo che anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti fosse favorevole.
Ma Giorgetti è esponente della Lega ed è il ministro che ha presentato la Manovra 2027.
Come si concilia la battaglia per mandare prima in pensione i lavoratori con una proposta che riduce la protezione dall’inflazione di chi in pensione c’è già?
Le due politiche rispondono a obiettivi differenti e non sono necessariamente incompatibili. Ma proprio per questo sarebbe utile conoscere quale equilibrio previdenziale intenda perseguire la Lega.
Il quadro, peraltro, è più complesso degli annunci: dal 2027 i requisiti pensionistici ordinari aumentano per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita, con alcune esenzioni.
Insomma, il tema non è stabilire quale schieramento ami di più i pensionati. È chiedere a ciascuno di spiegare le proprie scelte.
Perché questi cittadini continuano a pagare le imposte, partecipano alla vita economica del Paese e hanno diritto a essere rappresentati, anche quando il loro reddito supera una soglia convenzionale.
Solidarietà sì. Ma perché il conto deve essere selettivo?
Lo Stato può chiedere sacrifici per garantire la sostenibilità del sistema previdenziale. È una necessità che non si può ignorare.
Ma perché intervenire ripetutamente sulla rivalutazione di determinate pensioni, anziché distribuire gli oneri attraverso strumenti fiscali generali e trasparenti?
Un pensionato e un cittadino con redditi di altra natura, pur disponendo di risorse economiche comparabili, possono subire trattamenti differenti.
La limitazione della perequazione non è tecnicamente un’imposta, ma produce comunque un effetto sul reddito disponibile.
La domanda è dunque legittima: quale criterio rende equa questa distribuzione dei sacrifici?
I pensionati possono difendersi? La class action e la Costituzione
Gli articoli 3, 36 e 38 della Costituzione costituiscono riferimenti essenziali per valutare ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza dei trattamenti pensionistici.
Non garantiscono, però, una rivalutazione integrale e identica per tutti.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 52/2026, ha ritenuto legittimo il sistema di rivalutazione a blocchi adottato per il 2023 e il 2024, riconoscendo al legislatore un ampio margine di discrezionalità.
Questo precedente rende difficile una contestazione basata soltanto sulla differenziazione delle percentuali.
E una class action? Non è normalmente lo strumento con cui impugnare direttamente una legge.
Resta possibile, quando sussistano i presupposti, promuovere controversie previdenziali individuali, anche coordinate tra più pensionati, nelle quali il giudice possa valutare se sottoporre una questione alla Corte costituzionale.
Nessuna vittoria è scontata. Ma il diritto di chiedere una verifica giuridica resta.
Prima ancora dei tribunali, tuttavia, c’è il Parlamento. La Manovra è ancora in discussione e può essere modificata. È lì che le forze politiche potrebbero dimostrare concretamente come intendono tutelare questi cittadini.
Chi ha rispettato le regole può chiedere che lo Stato faccia altrettanto
Nessuno vuole contrapporre i pensionati con assegni più bassi a quelli che percepiscono trattamenti superiori. Proteggere chi dispone di poche risorse è doveroso.
Ma la solidarietà non dovrebbe trasformarsi in una giustificazione automatica per ridurre, anno dopo anno, il valore reale delle pensioni di chi ha contribuito maggiormente.
Transeat, diceva mio nonno.
Possiamo comprendere le esigenze della finanza pubblica. Possiamo accettare che la sostenibilità previdenziale richieda compromessi. Ma comprendere non significa rinunciare a pretendere coerenza, trasparenza e rispetto delle regole.
La domanda finale, allora, è rivolta a tutti: Governo, maggioranza e opposizioni.
Chi rappresenta davvero i pensionati che hanno versato contributi elevati e che oggi vedono ridursi la protezione del proprio assegno?
Perché non chiedono necessariamente privilegi. Chiedono che la loro storia contributiva non venga considerata una colpa da compensare.
E soprattutto chiedono che la solidarietà non sia sempre una bella parola pronunciata da qualcuno e pagata da qualcun altro.
Giulio Valerio Santini
Business Advisor
Nota di trasparenza: editoriale di opinione basato sul disegno di legge di Bilancio 2027 disponibile al 6 novembre 2026. Le valutazioni politiche sono interpretazioni dell’autore. Le simulazioni sono indicative e non costituiscono conteggi ufficiali INPS. Testo predisposto con supporto dell’intelligenza artificiale e revisione editoriale.
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