Ho diretto recentemente e per alcuni anni diverse strutture che si occupavano di sicurezza in un grande gruppo bancario. Mi sono quindi fatto un minimo di esperienza nel valutare gli scenari di crisi che possono proporis alla nostra attenzione, in particolare quando i contesti geopolitici allarmano e dovrebbero allertare.
Ciò premesso, dobbiamo fare una piccola analisi di quanto successo, esprimendo non poche perplessità sulla nostra capacità di reagire mettendoci in sicurezza o perlomeno mitigando i rischi.
Prima la Francia, poi altri Paesi europei e infine l’Italia. Gli hacker hanno preso il controllo dei sistemi di refrigerazione, alterato le temperature e messo a rischio la conservazione degli alimenti. Dietro gli attacchi emergono software non aggiornati, apparati fuori supporto e accessi remoti vulnerabili. Ma la questione più inquietante riguarda chi avrebbe dovuto prevenire il disastro.
Quando un frigorifero diventa un bersaglio informatico
C’è qualcosa di profondamente paradossale nella vicenda degli attacchi informatici che stanno colpendo i supermercati europei. Per ora i supermercati…Per anni abbiamo immaginato gli hacker impegnati a sottrarre dati bancari, bloccare computer, violare archivi riservati o chiedere riscatti milionari. Adesso scopriamo che possono provocare danni enormi anche attraverso un frigorifero. La domanda è antica, cui prodest, e la risposta nei primi casi citati è facile ma non in quest’ultimo evento.
Non un frigorifero qualsiasi, naturalmente, ma un impianto industriale governato da centraline elettroniche, software di supervisione e sistemi di teleassistenza che consentono di intervenire a distanza.
Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre, centinaia di supermercati francesi sono stati colpiti da un attacco che ha alterato il funzionamento degli impianti di refrigerazione. In alcuni casi le temperature hanno raggiunto i 50 gradi, mentre i cicli di sbrinamento sono stati prolungati artificialmente per ore.
Il risultato? Celle frigorifere compromesse, prodotti freschi e surgelati da eliminare, ingenti perdite economiche e il rischio di interrompere una filiera essenziale per la sicurezza alimentare. Ma la notizia più importante non è che qualcuno sia riuscito a manomettere un frigorifero. È che qualcuno gli abbia lasciato la possibilità di farlo.
Centraline obsolete e software fuori supporto. La porta era già aperta?
Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa francese, numerosi apparati coinvolti utilizzavano tecnologie della società danese Danfoss. Il produttore ha spiegato che molti dispositivi colpiti erano ormai obsoleti, giunti alla fine del proprio ciclo di vita e non più destinatari di aggiornamenti software o di sicurezza.
Ancora più significativo è un altro particolare: già nel 2025 erano stati pubblicati avvisi relativi a vulnerabilità di alcuni sistemi, con raccomandazioni di aggiornamento.
E qui occorre fermarsi. Un apparato industriale può funzionare perfettamente dal punto di vista meccanico ed essere contemporaneamente indifendibile dal punto di vista informatico. Il compressore raffredda, il termostato misura, il display si accende. Tutto apparentemente regolare. Peccato che il software che governa l’impianto possa essere vulnerabile a intrusioni esterne.
È la differenza tra la manutenzione tradizionale e quella che oggi dovrebbe comprendere anche la sicurezza digitale. Un dispositivo end of support non diventa automaticamente inutilizzabile, ma continuare a esporlo a Internet senza adeguate protezioni significa accettare consapevolmente un rischio crescente.
E se quel dispositivo controlla un impianto essenziale per la conservazione degli alimenti, non siamo più davanti a un semplice problema informatico. Siamo davanti a un problema di continuità operativa, sicurezza e responsabilità gestionale.
La manutenzione affidata a terzi non cancella la responsabilità
Un altro elemento emerso dalla vicenda francese merita particolare attenzione. Alcuni gestori dei supermercati colpiti non erano nemmeno consapevoli che i propri impianti fossero accessibili attraverso Internet, perché la gestione tecnica era stata affidata a fornitori esterni. È un particolare che dovrebbe far riflettere molti amministratori, direttori operativi e responsabili della sicurezza.
Affidare la manutenzione a un’impresa specializzata è normale. Delegare completamente la conoscenza dei rischi è un’altra cosa.
Chi autorizza gli accessi remoti? E poi chi verifica che le credenziali dei manutentori siano ancora valide? E chi controlla gli aggiornamenti? Chi decide quando sostituire una centralina? Chi si accorge che un dispositivo non riceve più patch di sicurezza?
E soprattutto, chi risponde se nessuno ha fatto queste verifiche? Transeat, diceva mio nonno. Possiamo discutere di contratti, appalti, responsabilità del produttore e obblighi del manutentore. Ma la responsabilità di governare il rischio non può scomparire dentro un contratto di outsourcing.
Naturalmente, attribuire specifiche negligenze alle singole aziende colpite richiederà accertamenti tecnici. Tuttavia, lasciare interfacce amministrative esposte, utilizzare password deboli o mantenere apparati obsoleti senza misure compensative rappresenta una deviazione dalle più elementari buone pratiche di cybersecurity. Pare che in molti casi le password di default non siano state cambiate.
Dalla Francia all’Italia. L’allarme era arrivato. Chi lo ha ascoltato?
La cronologia degli eventi è particolarmente istruttiva.
11–12 ottobre. Attacchi in Francia. Centinaia di punti vendita subiscono la compromissione dei sistemi frigoriferi.
13 ottobre. Allerta italiana. L’ACN diffonde un bollettino tecnico con misure urgenti per la filiera alimentare.
2 novembre. Nuovi casi in Italia. L’ACN rende noti un incidente notificato da un’azienda toscana e un attacco rilevato a un’impresa emiliana.
3 novembre. Rafforzamento della risposta. L’Agenzia richiama il settore a interventi immediati e annuncia il confronto con le organizzazioni interessate.
Fonti: bollettino CSIRT Italia del 13 ottobre e comunicazioni ACN riportate da ANSA il 2 novembre.
L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), dunque, non è rimasta immobile. Ha segnalato tempestivamente il rischio e indicato le principali contromisure. Ma l’esistenza di un’allerta non coincide automaticamente con la sua efficacia.
Quanti operatori l’hanno ricevuta e quanti l’hanno inoltrata ai responsabili degli impianti? Quanti hanno verificato concretamente le proprie esposizioni? E quanti hanno considerato la questione un problema del fornitore, rinviando gli interventi?
Sono domande alle quali, al momento, non abbiamo risposte documentate. Ed è proprio per questo che andrebbero poste. Perché la prevenzione non può esaurirsi nella pubblicazione di un bollettino tecnico. Deve tradursi in verifiche, responsabilità assegnate, tempi di intervento e controlli sull’effettiva attuazione delle misure.
La vera domanda. E’ necessario che tutto sia IoT?
Arriviamo al punto che considero più importante. Abbiamo progressivamente collegato a Internet telecamere, impianti di climatizzazione, sistemi antincendio, serrature, ascensori, macchinari industriali e persino frigoriferi. Il principio è sempre lo stesso. Controllare da remoto, raccogliere dati, ottimizzare i consumi, ridurre gli interventi sul posto.
Tutti vantaggi reali che si traducono soprattutto in risparmi per le aziende interessate. Ma abbiamo forse dimenticato di porci una domanda preliminare: è davvero indispensabile che quell’apparato sia raggiungibile dall’esterno?
Un supermercato può certamente trarre beneficio da un sistema centralizzato che monitora le temperature e segnala un guasto ma monitorare non significa necessariamente poter modificare da remoto ogni parametro operativo.E soprattutto non significa che la centralina debba essere direttamente esposta alla rete Internet. La distinzione è fondamentale.
Un sistema può inviare dati verso una piattaforma protetta senza consentire a chiunque raggiunga la sua interfaccia di impartire comandi. Può utilizzare reti segregate, connessioni controllate e autorizzazioni temporanee per la manutenzione. Può anche prevedere che alcune funzioni critiche rimangano esclusivamente locali.
In altre parole, la connettività deve essere una scelta progettuale giustificata, non una caratteristica imposta automaticamente perché tecnicamente disponibile. La realtà è un’altra cosa. Abbiamo spesso privilegiato la comodità della gestione remota rispetto alla valutazione delle conseguenze di un accesso abusivo. Forse addirittura ne abbiamo fatto una moda. E oggi ne vediamo i risultati.
Sette interventi per evitare il prossimo disastro
Non servono necessariamente investimenti faraonici. Serve innanzitutto conoscere gli impianti, identificare le vulnerabilità e stabilire chi debba intervenire. Le misure indicate dall’ACN offrono già una base concreta. A queste aggiungerei alcune scelte organizzative che ogni impresa dovrebbe considerare.
1. Censire tutti gli apparati connessi. Ogni azienda dovrebbe disporre di un inventario aggiornato delle centraline, dei sistemi di controllo, delle versioni firmware e delle relative date di fine supporto. Ciò che non si conosce non si può proteggere.
2. Eliminare le esposizioni dirette a Internet. Le interfacce amministrative non dovrebbero essere pubblicamente raggiungibili. Gli accessi remoti devono avvenire attraverso canali protetti, con autenticazione multifattore e autorizzazioni strettamente necessarie.
3. Sostituire o isolare i dispositivi obsoleti. Quando un produttore interrompe gli aggiornamenti di sicurezza, occorre programmare la sostituzione dell’apparato. Se questa non è immediatamente possibile, sono necessarie misure compensative documentate, a partire dall’isolamento della rete.
4. Separare gli impianti industriali dai sistemi informatici aziendali. La rete che governa frigoriferi e celle di conservazione non dovrebbe condividere indiscriminatamente accessi e privilegi con quella utilizzata per posta elettronica, amministrazione e attività d’ufficio.
5. Controllare i fornitori di manutenzione. Credenziali individuali, autorizzazioni temporanee, registrazione degli interventi e revoca degli account non più necessari devono diventare requisiti contrattuali verificabili.
6. Prevedere un funzionamento sicuro anche senza Internet. Gli impianti essenziali dovrebbero, ove tecnicamente possibile, conservare la capacità di operare localmente, con limiti di sicurezza indipendenti dai sistemi di supervisione remota. Gli allarmi critici devono raggiungere tempestivamente personale in grado di intervenire.
7. Verificare periodicamente la capacità di risposta. Non basta possedere un piano di emergenza. Occorre provarlo, simulando un attacco, un’interruzione delle comunicazioni o la modifica non autorizzata dei parametri di funzionamento.
Aggiungerei un ottavo elemento, trasversale a tutti gli altri. La responsabilità del vertice aziendale. La cybersecurity industriale non può essere considerata una questione riservata agli informatici, tanto meno quando le conseguenze riguardano la sicurezza alimentare, la continuità del servizio e la sopravvivenza economica dell’impresa.
Cybersecurity e sicurezza fisica, due mondi che devono tornare a parlarsi
Per troppo tempo molte organizzazioni hanno mantenuto separate la sicurezza informatica, quella fisica, la manutenzione tecnica e la gestione della continuità operativa. Eppure un attacco come quello ai supermercati dimostra quanto questa separazione possa essere artificiosa. L’aggressore entra attraverso un’interfaccia digitale, modifica un parametro tecnico, altera il funzionamento di un impianto fisico e provoca una perdita economica concreta.
Il danno non rimane dentro un computer ma si trasferisce nella realtà. Per questo sarebbe opportuno che i responsabili IT, i tecnici degli impianti, i security manager e i vertici operativi condividessero un’unica valutazione dei rischi, con responsabilità chiaramente definite.
Anche il sistema assicurativo dovrebbe interrogarsi sulle coperture disponibili. Alcuni operatori francesi hanno segnalato difficoltà nell’ottenere indennizzi per le merci deteriorate in conseguenza dell’attacco. La prevenzione deve precedere il sinistro, non diventare una scoperta durante la liquidazione del danno.
Il frigorifero intelligente e il buon senso dimenticato
C’è una convinzione che a parer mio meriterebbe di essere ridimensionata e di molto. Tutto ciò che può essere connesso deve necessariamente esserlo. Non è così, l’Internet of Things (IoT), e ancor più l’Industrial Internet of Things, rappresenta un’opportunità straordinaria per migliorare l’efficienza degli impianti, prevenire guasti e ridurre sprechi energetici.
Ma ogni connessione aggiunge anche una possibile superficie di attacco e quindi il bilancio tra vantaggi e rischi deve essere valutato prima dell’installazione, non dopo un incidente.
Forse dovremmo recuperare un principio molto semplice: un sistema è davvero intelligente quando sa svolgere la propria funzione in sicurezza, anche senza dipendere continuamente da Internet.
Transeat, diceva mio nonno. Possiamo continuare a chiamarli frigoriferi intelligenti, supermercati digitali e infrastrutture 4.0 ma se un estraneo, dall’altra parte del mondo, può trasformare una cella frigorifera in un forno perché qualcuno ha dimenticato un aggiornamento o lasciato aperta una porta digitale, allora il problema non è soltanto tecnologico. È un problema di cultura della sicurezza, di governo del rischio e, soprattutto, di responsabilità.
Perché la tecnologia può essere sofisticatissima. Ma senza il buon senso di chi la governa, rischia di diventare soltanto un modo molto moderno di commettere errori antichissimi. Meditate gente, meditate.
Giulio Valerio Santini
Fonti e approfondimenti
- CSIRT Italia – Bollettino del 13 ottobre 2026, misure urgenti per la filiera del freddo.
- ANSA – Attacchi hacker ai supermercati, allerta ACN del 2 novembre 2026.
- Le Monde – Ricostruzione degli attacchi ai supermercati francesi.
- Le Monde – Vulnerabilità, obsolescenza e responsabilità gestionali.
Nota di trasparenza editoriale: articolo di analisi basato su fonti giornalistiche e istituzionali. Le valutazioni sulle responsabilità organizzative e sulle strategie di prevenzione costituiscono analisi dell’autore, non accertamenti giudiziari sulle singole imprese. Il contenuto è stato elaborato con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale e richiede revisione editoriale prima della pubblicazione.
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