Italia, Paese per (pochi) contribuenti: il sistema fiscale che premia chi si nasconde e punisce chi paga
Scusate, ne parlo ancora ma sono arrabbiato, molto! Ogni giorno ne scopro una e quella che scopro è sempre peggio di quella prima. C’è un’Italia che dichiara tutto e paga tutto. E c’è un’altra Italia che scompare nei meandri del sommerso, delle detrazioni strategiche e dei redditi “prevalenti” usati come scudo. A raccontarlo non è una teoria del complotto, ma i numeri ufficiali del Ministero dell’Economia, analizzati dal Centro Studi Itinerari Previdenziali. Il risultato? Un sistema fiscale profondamente iniquo, dove chi è tracciato – lavoratori dipendenti e pensionati – tiene in piedi l’intero baraccone, mentre intere categorie restano al riparo dalla pressione fiscale reale.
Il grande inganno del “reddito prevalente”
Nel 2023, su oltre 1.028 miliardi di euro di redditi dichiarati, lo Stato ha incassato 207 miliardi di IRPEF. Ma scavando nei dati, emergono distorsioni che gridano vendetta. Il fisco italiano pesa quasi tutto su una parte ridotta della popolazione: i lavoratori dipendenti e i pensionati, ovvero i più facili da controllare. Per gli altri – soprattutto i lavoratori autonomi – il gettito è risibile, sproporzionato rispetto al numero reale di operatori economici attivi.
Dipendenti: il bancomat del fisco
I lavoratori dipendenti sono il 53,3% dei contribuenti e versano più del 53% dell’IRPEF. Ma il dato più assurdo è un altro: il 15% dei dipendenti paga il 62% delle tasse sul lavoro subordinato. Chi guadagna più di 35mila euro, cioè una piccola fascia medio-alta, regge praticamente da solo la fiscalità generale. Nel frattempo, oltre 7,6 milioni di dipendenti – spesso precari, part-time o sottopagati – non versano un solo euro di imposte, pur beneficiando di welfare, sanità, istruzione pubblica. Si chiama redistribuzione? Forse. Ma in Italia è una redistribuzione che somiglia sempre più a una rapina a mano fiscale.
Autonomi: pochi redditi, tante scappatoie
Gli autonomi sono la vera zona grigia del sistema. Ufficialmente, solo 2,17 milioni dichiarano un reddito prevalente da lavoro autonomo. Peccato che in Italia ci siano oltre 5,6 milioni di lavoratori autonomi regolari. Dove sono finiti gli altri? Forse in quel sommerso che nessuno ha mai il coraggio di scardinare. Ricerca del consenso politico a ogni costo? Probabilmente, forse lo stesso che impedisce la piena tracciabilità dei movimenti di denaro attraverso la digitalizzazione dei pagamenti. Paladini del nascosto, ma il Nero vota e sa chi votare.
Anche qui, il paradosso si conferma: il 37% degli autonomi paga l’89% dell’IRPEF della categoria. Il resto? Oltre il 30% dichiara meno di 15mila euro annui – e paga in media 330 euro di tasse l’anno. Poco più di un bollo auto.
Pensionati: chi può paga (anche troppo)
E i pensionati? Pagano il 30% dell’IRPEF nazionale. Ma anche qui, tutto è spaccato in due: oltre la metà dichiara meno di 20mila euro e contribuisce per appena il 13% del totale. L’altra parte – quelli con redditi più alti – versa da solo il 46% dell’IRPEF pensionistica. A reggere il sistema sono quindi le pensioni medie-alte, spesso frutto di carriere lunghe e contributi regolarmente versati. Gli affamatori del popolo…
Redditi “fantasma” e le finte minime
La categoria più sfuggente resta quella dei “percettori di altri redditi”: rendite, immobili, plusvalenze. Oltre 4 milioni di italiani, ma con un apporto fiscale ridicolo: 2,5% del gettito IRPEF. L’88% dichiara meno di 15.000 euro. Strano, no? In un Paese dove gli immobili e le rendite sono diffuse come i caffè al bar.
Una progressività che ha perso la bussola
Il sistema italiano dice di essere progressivo. Ma i numeri dicono altro: chi guadagna 17.500 euro paga circa 570 euro l’anno, mentre chi guadagna 250mila euro ne versa 47.000. A prima vista, giusto. Ma il salto tra reddito e imposta è molto più che proporzionale, grazie a deduzioni, detrazioni e sgravi. Il rapporto tra tasse versate e reddito reale ha ormai perso ogni logica.
Il punto? Pagano sempre gli stessi
Il vero problema è questo: una minoranza paga per tutti. E dentro quella minoranza ci sono quasi sempre le stesse facce. Dipendenti con busta paga, pensionati con assegni regolari, professionisti onesti. Intanto, chi evade continua a farlo indisturbato. Chi dichiara poco, riceve tanto. E chi dichiara tanto, paga per tutti.
Conclusione: servono meno bonus e più giustizia fiscale
Altro che tagli al cuneo fiscale a pioggia o bonus elettorali: serve una rivoluzione nella tracciabilità, nella semplificazione e nell’equità fiscale. Serve colpire l’evasione con metodi moderni e premiare chi contribuisce davvero. Altrimenti il ceto medio, l’unico che paga tutto e riceve poco, si stancherà di tenere in piedi una baracca che premia sempre gli altri.
Ma cosa potrà fare? Qualcuno si ricorda la marcia dei Quarantamila?
Giulio Valerio Santini

