Ecco il primo articolo della serie “La scena del crimine”
La scena del crimine non è il luogo dove “si trova subito la verità”. È, più seriamente, il luogo in cui la verità può esistere e ancora essere conservata oppure compromessa, magari per sempre. Prima delle perizie, prima del DNA, prima delle impronte e prima delle ricostruzioni televisive, esiste un momento fragile. Quello in cui qualcuno entra, osserva, delimita, fotografa, raccoglie, sigilla e documenta.
È qui che nasce e si consolida, o si indebolisce, una parte direi decisiva dell’indagine.
Nel sistema italiano, la polizia giudiziaria deve curare la conservazione delle tracce e delle cose pertinenti al reato e impedire che luoghi e reperti vengano alterati o dispersi. L’articolo 354 del codice di procedura penale disciplina proprio gli accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone.
Il primo dovere che incombe, dunque, non è “trovare il colpevole”. È proteggere il fatto.
La scena del crimine non è solo una stanza
Nel linguaggio comune immaginiamo la scena del crimine come un perimetro ristretto. Una casa, una camera, un cortile, un’automobile. In realtà, dal punto di vista investigativo, la scena può essere molto più ampia. Può comprendere il luogo principale dell’evento, le vie di accesso, le possibili vie di fuga, i punti in cui sono stati spostati oggetti, indumenti, armi, telefoni, tracce biologiche o digitali.
Per questo uno dei primi passaggi è la delimitazione dell’area. Non sempre il primo perimetro è quello giusto. A volte va ampliato, corretto. A volte ciò che sembra marginale diventa centrale.
Qui nasce un primo dato critico. Ogni ingresso non controllato è un rischio. Soccorritori, parenti, vicini, curiosi, operatori non coordinati possono introdurre fibre, impronte, DNA, alterare oggetti, calpestare tracce, modificare inconsapevolmente la scena. Le linee guida ENFSI* indicano proprio la protezione dell’area e la prevenzione della contaminazione tra i principi essenziali dell’esame della scena.
La scena del crimine, insomma, non vuole e non perdona la confusione.
Fotografare prima di toccare
Uno degli errori più gravi è intervenire troppo presto sugli oggetti. Prima di raccogliere, bisogna documentare. Fotografie, video, rilievi planimetrici, annotazioni ambientali, posizione dei corpi, degli oggetti, delle macchie, delle aperture, delle luci, delle finestre, degli accessi.
Una traccia non vale solo per ciò che è, ma anche per dove si trova.
Una macchia di sangue, un’impronta, un capello, un frammento, una scarpa, una maniglia, un telefono. Tutto cambia significato se cambia la posizione. La prova scientifica non vive nel vuoto. Vive immersa nel contesto.
Per questo il sopralluogo tecnico è spesso la fase più delicata dell’indagine. Serve ad assicurare le fonti di prova, conservare le tracce e trasmetterle correttamente alle successive analisi.
Repertazione, non magia
La repertazione è l’attività con cui un elemento potenzialmente utile viene individuato, raccolto, confezionato, sigillato e descritto. Anche il lessico conta: La mia amata Accademia della Crusca ha chiarito l’uso di termini come repertazione, repertamento e repertabile proprio in relazione alla scena del crimine.
Ma il punto non è linguistico. È sostanziale.
Un reperto raccolto male può diventare debole, conservato male può deteriorarsi, non tracciato correttamente può generare contestazioni. Un reperto contaminato può produrre risultati ambigui.
Qui entra in gioco la cosiddetta catena di custodia. Chi ha raccolto il reperto, quando, dove, come, in quale contenitore, con quali sigilli, con quale trasferimento, verso quale laboratorio. Non è burocrazia inutile. È la carta d’identità della prova.
Senza una catena di custodia solida, anche una prova apparentemente forte può perdere peso processuale.
DNA, impronte, sangue. Prove potenti ma non infallibili
Il grande equivoco contemporaneo, generato forse dalle serie americane, è pensare che la scienza dica sempre tutto, subito e senza margini. Non è così. Magari lo fosse.
Il DNA può essere decisivo, ma può anche essere scarso, degradato, misto, trasferito indirettamente o contaminato. Le impronte possono essere nitide, parziali, sovrapposte, interpretabili. Le tracce ematiche possono raccontare movimenti, impatti, trascinamenti, ma richiedono prudenza e competenza.
La scienza forense non è una bacchetta magica. È metodo.
E il metodo funziona solo se ogni passaggio precedente è stato eseguito bene. Isolamento, documentazione, raccolta, conservazione, analisi, interpretazione. Basta un anello debole per rendere più fragile l’intera catena.
Il punto critico. La scena non si ripete
Un interrogatorio può essere rifatto. Una consulenza può essere integrata. Una perizia può essere discussa. Una scena del crimine, invece, no.
Quando è modificata, contaminata o non documentata correttamente, non torna più allo stato originario. È questo il nodo più importante da spiegare al pubblico. L’indagine scientifica non comincia in laboratorio. Comincia lì, sul luogo del fatto.
Il laboratorio può leggere ciò che la scena ha conservato. Non può sempre ricostruire ciò che la scena ha perduto.
Perché parlarne oggi
La cronaca giudiziaria italiana ha spesso trasformato la scena del crimine in spettacolo. Plastici televisivi, ricostruzioni suggestive, opinionisti, ipotesi urlate, sospetti processati in tv, colpevoli anticipati. Ma dietro ogni grande caso c’è una domanda più seria. Le tracce sono state raccolte correttamente? I luoghi sono stati preservati? Le verifiche sono state complete? Le perizie hanno distinto tra dato scientifico e interpretazione?
Questo non significa insinuare dubbi a comando. Significa rispettare il processo.
Una società matura non chiede alla scienza forense di confermare una tesi già scelta. Le chiede di ridurre l’incertezza, con rigore, trasparenza e limiti dichiarati.
La scena del crimine è il primo banco di prova della giustizia. Non decide da sola la verità, ma può impedire che la verità venga perduta.
Giulio Valerio Santini
PS martedì prossimo: “Dentro la scena del crimine. Una singola impronta può davvero incastrare una persona?”
*The European Network of Forensic Science Institute
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Quando la scena del crimine viene compromessa
Nel caso del Delitto di Meredith Kercher, il tema della contaminazione della scena e della gestione di alcuni reperti divenne centrale nel dibattito processuale e mediatico, soprattutto in relazione alle analisi genetiche e alle modalità di repertazione.
Il tempo è un nemico della prova
Nel caso dell’Omicidio di Yara Gambirasio, la ricerca del DNA richiese anni di verifiche genetiche, migliaia di campioni e un’enorme attività investigativa prima di arrivare all’identificazione di Ignoto 1.
La scena del crimine non sempre è “chiusa”
Nel Delitto di Cogne, la presenza iniziale di più persone nell’abitazione e l’intervento dei soccorsi resero particolarmente delicata la ricostruzione tecnica della scena.
Fonti e riferimenti
- Codice di Procedura Penale, art. 354
- ENFSI – Best Practice Manual for Crime Scene Investigation
- Linee guida per la gestione della scena del crimine – Ministero dell’Interno
- Manuale di Criminalistica – Medicina Legale e Scienze Forensi
- Cassazione Penale – giurisprudenza in materia di prova scientifica
- Accademia della Crusca – terminologia tecnico-forense

