Con questa riflessione iniziamo un nuovo percorso dedicato alla bioetica, una parola che incontriamo sempre più spesso quando si parla di medicina, ricerca e nuove tecnologie, ma della quale non sempre conosciamo davvero il significato. Nei prossimi articoli proveremo a entrare in alcune delle questioni che riguardano direttamente la nostra vita: l’inizio dell’esistenza, la procreazione medicalmente assistita, la genetica, la disabilità, i trapianti, l’intelligenza artificiale applicata alla medicina, la malattia, le cure palliative e il fine vita. Lo faremo partendo anche da fatti di cronaca, leggi, sentenze e storie concrete, mettendo a confronto sensibilità e posizioni diverse. Non sarà il percorso di uno specialista che vuole insegnare che cosa pensare, ma quello di un uomo che prova a farsi delle domande, ad ascoltare le ragioni degli altri e a ragionare alla luce dei valori cristiani nei quali crede. Prima, però, dobbiamo capire di che cosa stiamo parlando: che cos’è la bioetica, perché è nata e perché, davanti alla stessa situazione, possiamo arrivare a conclusioni tanto diverse?
Una parola giovane per domande molto antiche
L’uomo si interroga da sempre sulla vita e sulla morte, sulla sofferenza, sulla cura e sul significato del limite. Non abbiamo certamente dovuto aspettare la nascita della bioetica per domandarci che cosa sia giusto fare davanti a una persona malata.
Quello che è cambiato, soprattutto nel corso del Novecento, è il potere che la scienza e la medicina hanno progressivamente acquistato sulla vita umana. Per molto tempo il grande limite della medicina era non poter fare abbastanza. Oggi possiamo trapiantare un organo, sostituire alcune funzioni vitali con una macchina, aiutare una coppia ad avere un figlio, conoscere informazioni contenute nel patrimonio genetico e utilizzare sistemi di intelligenza artificiale capaci di affiancare il medico.
Sono conquiste straordinarie, grazie alle quali molte persone possono vivere più a lungo e meglio. Ma proprio l’aumento delle nostre possibilità ha fatto nascere domande nuove. Essere capaci di fare qualcosa significa necessariamente che sia giusto farla?
È nello spazio tra ciò che possiamo fare e ciò che riteniamo giusto fare che nasce la bioetica.
Quando nasce la bioetica?
Anche la storia di questa parola è interessante. Per molto tempo la nascita del termine è stata collegata soprattutto al biochimico americano Van Rensselaer Potter, che nel 1970 utilizzò la parola bioethics e l’anno successivo pubblicò Bioethics: Bridge to the Future. La sua idea era quella di costruire un ponte tra le conoscenze biologiche e i valori umani.
Gli studi storici hanno però riportato alla luce un precedente. Già nel 1927 il pastore protestante e filosofo tedesco Fritz Jahr aveva utilizzato il termine Bio-Ethik, proponendo una riflessione morale sul rapporto dell’essere umano con gli animali, le piante e, più in generale, con il mondo vivente.
La bioetica contemporanea prende comunque forma soprattutto all’inizio degli anni Settanta, mentre la medicina sta conoscendo progressi rapidissimi. Negli stessi anni in cui Potter sviluppa la sua riflessione, il medico André Hellegers porta l’attenzione sulle questioni etiche sollevate dalla medicina e dalla ricerca biomedica.
Nel 1971 nasce alla Georgetown University il Kennedy Institute, il primo istituto universitario dedicato alla ricerca e all’insegnamento della bioetica. L’idea di fondo era già molto moderna: problemi così complessi non potevano essere affidati a una sola disciplina, ma richiedevano il confronto tra medicina, scienza, filosofia, diritto e teologia. In fondo è ancora quello che accade oggi.
Possiamo farlo. Ma dobbiamo farlo?
Forse possiamo comprendere il cuore della bioetica partendo proprio da questa domanda. Immaginiamo che la medicina ci dica che una determinata terapia è tecnicamente possibile. È un’informazione fondamentale, ma non è ancora sufficiente per decidere se quella terapia debba essere utilizzata.
Dovremo considerare i benefici che può produrre, le sofferenze che può comportare e le condizioni della persona. Dovremo anche ascoltare la volontà del paziente e valutare se ciò che stiamo facendo sia realmente proporzionato al risultato che possiamo ottenere. La scienza può dirci che cosa accade nel nostro organismo, quali probabilità abbiamo di ottenere un risultato e quali conseguenze può avere un trattamento. Quando però ci chiediamo quale scelta sia giusta, entrano in gioco altre domande.
Riguardano la libertà, la dignità, la responsabilità e, alla fine, la nostra stessa idea di persona. La bioetica, quindi, non serve a sostituirsi alla scienza. Cerca piuttosto di dialogare con essa, ponendo domande alle quali un dato scientifico, da solo, non può rispondere.
Perché possiamo arrivare a risposte tanto diverse?
È probabilmente questo l’aspetto che trovo più interessante. Davanti allo stesso problema possono esserci persone serie, informate e sinceramente preoccupate del bene dell’altro che arrivano a conclusioni molto differenti.
Prendiamo una parola che incontreremo spesso nei prossimi articoli: dignità. Quasi tutti siamo disposti ad affermare che la dignità umana debba essere rispettata. Le differenze emergono quando proviamo a capire che cosa questo significhi concretamente.
C’è chi lega fortemente la dignità all’autonomia e ritiene quindi essenziale che ogni individuo possa decidere il più possibile della propria vita e del proprio corpo. Altri sottolineano maggiormente la vulnerabilità della persona e il dovere della società di proteggere soprattutto chi, proprio perché debole, rischia di non riuscire più a difendere i propri interessi.
Sono prospettive che possono portare a valutazioni molto diverse sull’inizio della vita, sulla procreazione, sulla disabilità e sul fine vita. Dietro molte discussioni bioetiche, allora, c’è una domanda ancora più profonda: che cosa intendiamo quando diciamo “persona”?
Non esistono soltanto cattolici e laici
Credo sia importante evitare una semplificazione molto diffusa: immaginare la bioetica come un campo diviso in due squadre, con i cattolici da una parte e il mondo laico dall’altra.
La realtà è molto più complessa.
Nel pensiero laico troviamo posizioni che attribuiscono grande importanza all’autonomia individuale e alla libertà di scelta. Ma troviamo anche riflessioni molto attente alla giustizia sociale, alle disuguaglianze, alla protezione dei più vulnerabili e al rischio di trasformare il corpo umano in qualcosa che può essere comprato e venduto.
Pensiamo alla possibilità di vendere un organo. Un cristiano potrebbe opporsi perché ritiene che il corpo umano non possa essere ridotto a merce. Alla stessa conclusione potrebbe arrivare una persona senza alcun riferimento religioso, chiedendosi quanto sia veramente libera la scelta di un uomo poverissimo che vende un rene a una persona ricca per poter mantenere la propria famiglia.
La conclusione può essere simile, mentre le ragioni che hanno condotto fin lì possono essere differenti.
Conoscere seriamente le ragioni dell’altro non significa condividerle. Significa almeno evitare di attribuirgli idee che non ha e provare a capire da quale concezione della libertà, della persona e della società nasce la sua posizione.
Da cristiano non posso fingere di partire da zero
Anch’io guardo questi problemi da un punto preciso e non avrebbe senso nasconderlo. La fede cristiana mi porta a considerare la vita come un dono e la dignità della persona come qualcosa che non dipende dalla salute, dall’autonomia, dall’intelligenza o dalla capacità di essere utile agli altri.
Il Magistero della Chiesa ha affrontato molte volte le questioni legate alla vita e alla medicina. Nell’Istruzione Dignitas personae del 2008 troviamo espresso con chiarezza uno dei punti di partenza della riflessione cattolica: all’essere umano deve essere riconosciuta la dignità propria della persona dal concepimento alla morte naturale.
È una posizione precisa, che avremo modo di approfondire quando affronteremo i singoli temi.
Dichiarare il punto dal quale si parte, però, non dovrebbe impedire il confronto. Credo dovrebbe produrre l’effetto opposto: proprio perché so da dove guardo una questione, posso provare a comprendere con maggiore serietà perché un’altra persona la guardi diversamente.
La bioetica non è contro la scienza
C’è poi un equivoco che vorrei evitare fin dall’inizio. Parlare di limiti etici alla ricerca non significa essere contrari alla scienza o guardare con sospetto ogni nuova scoperta. La medicina ha salvato milioni di vite e continua a farlo. La ricerca scientifica ci permette di curare malattie che un tempo lasciavano pochissime speranze e di alleviare sofferenze che sembravano inevitabili.
Anche il Magistero cattolico riconosce il valore della ricerca quando è posta al servizio della persona. Dignitas personae, pur indicando limiti precisi, esprime apprezzamento per il progresso scientifico quando rispetta la dignità umana. Il problema, quindi, non è scegliere tra progresso e morale.
La domanda è quale progresso vogliamo e quale idea dell’uomo vogliamo mettere al suo centro.
La bioetica riguarda anche noi
Potremmo pensare che queste siano questioni riservate ai medici, agli scienziati, ai filosofi o ai parlamenti. Basta però che la malattia entri nella nostra casa perché molte discussioni smettano immediatamente di essere teoriche.
Accade quando dobbiamo decidere insieme a un medico se continuare una terapia. Succede quando una persona che amiamo non riesce più a esprimere la propria volontà, quando una coppia scopre di non poter avere figli o quando durante una gravidanza viene diagnosticata una grave patologia.
Può accadere anche quando un genitore anziano comincia a perdere autonomia e ci chiede di aiutarlo a scegliere. A quel punto parole come libertà, dignità, cura e responsabilità non appartengono più soltanto ai libri. Entrano nella nostra vita.
Per questo nei prossimi articoli partiremo spesso da ciò che accade realmente: una sentenza, una legge, una nuova possibilità offerta dalla medicina o una vicenda che ha aperto una discussione nel nostro Paese.
Cercheremo di capire i fatti prima di giudicarli, di conoscere le diverse posizioni e di vedere che cosa propone anche il Magistero della Chiesa. Soprattutto, cercheremo di non dimenticare che dietro ogni caso discusso pubblicamente c’è quasi sempre una persona che sta vivendo qualcosa di molto più grande del dibattito costruito intorno a lei.
Un percorso di domande
È con questo spirito che iniziamo il nostro percorso nella bioetica. Incontreremo questioni sulle quali sarà difficile trovare un accordo e altre che probabilmente ci costringeranno a mettere alla prova ciò che pensavamo di sapere.
Non vorrei che questa serie diventasse una raccolta di risposte già confezionate. Mi interessa di più provare a capire insieme da dove nascono le diverse posizioni e quale idea dell’uomo contengano. La scienza continuerà, fortunatamente, ad aprirci possibilità che oggi neppure immaginiamo. Molte permetteranno di curare meglio, alleviare sofferenze e salvare vite.
Proprio per questo avremo sempre più bisogno di accompagnare il nostro potere con una domanda. Non soltanto «possiamo farlo?», ma anche: «È giusto farlo, e quale idea dell’uomo stiamo difendendo quando scegliamo di farlo?»
Diac. Luigi Giugno

