La via verso la salvezza appare sempre più stretta, con le speranze dei superstiti che si affievoliscono via via che il tempo passa.
Johannes corse rapidamente, mentre il ritmo dei passi dietro di lui aumentava di cadenza, correndo rapidamente su per la collina. A passo di carica entrò nel bunker e fece in tempo a chiudere la pesante porta blindata alle proprie spalle, mentre qualcosa ci sbatteva fortemente contro. Gridò mentre, con tutte le sue forze, spingeva la porta e incastrati i cardini, girava la pesante manovella per chiuderla. Fatto questo ebbe, finalmente, il tempo per concentrarsi sui suoi polmoni che bruciavano, sulla stanchezza, sulla fronte imperlata di sudore e iniziò a scivolare a terra prendendo grandissime boccate d’aria. “stai calmo”, cercò di ripetersi, “Neanche un carro armato entrerebbe qui dentro. Sei al sicuro”.
Il tempo di dirlo e seppe, all’istante, che non era vero. Qualunque cosa ci fosse là fuori, era molto più forte di un carro armato, ed era difficile pensare che un sottile metro di cemento armato potesse proteggerlo da…beh, da qualunque cosa si rintanasse nella nebbia là fuori. Disperato, si guardò intorno: nella stanza ottagonale c’erano soltanto una scrivania con alcune mappe, delle casse di munizioni, uno scaffale in un angolo con delle scorte di viveri d’emergenza e una cassetta medica.
Preso dalla smania di controllare, Johannes l’aprì: dentro c’era davvero soltanto una piuma di un corvo. Nello stesso momento, si sentì il gracchiare di un altro di quegli uccelli, nella nebbia, poi rumore di passi venire da sopra le loro teste. Quella cosa era saltata sul tetto del bunker e adesso stava camminando sulle loro teste. Non sapendo cosa fare, decise di avvicinarsi a Oliver.
Il ragazzo, semisvenuto, stava ancora riprendendo conoscenza. “Oliver!”, fece, scuotendolo, “pssst…Oliver, svegliati!”, il ragazzo scosse la testa leggermente, mettendosi una mano sulla tempia e gli chiese “Tenente von der Tanner…è…è lei?”. Lui annuì, “sì, sì sono io, Oliver, sono qui”, fece per alzarsi e prese una borraccia con dentro dell’acqua, porgendogliela. “Come ti senti, ragazzo?”, gli chiese non appena vide che stava meglio. Gli porse la borraccia “ecco, tieni…bevi”. Lui prese un sorso generoso. Se non altro, si disse, avevano cibo e acqua a sufficienza per due persone per stare lì anche dei giorni…se l’ombra non avesse deciso di entrare. Oliver bevve un profondo sorso, poi disse “ora sto bene signore, la ringrazio. E lei? Lei è ferito? Come sta?”, “no, non sono ferito”, gli rispose.
Come potesse stare, come potesse sentirsi, era un altro discorso: sapeva bene che non poteva salvarsi, né era possibile pensare di salvare Oliver. E allora, perché aiutarlo a rinsavire, perché non lasciarlo lì dov’era sperando che rimanesse svenuto per non accorgersi di nulla.
Oppure…perché non evitargli la sofferenza. Non aveva il dritto di decidere di rescindere il legame tra la propria anima e il proprio corpo, ma evitare che il ragazzo fosse preso dagli artigli di quella creatura, che la sua gola venisse squarciata, la sua testa recisa. Sarebbe stato un atto umano, profondamente umano, anzi quasi un modo di reclamare la propria umanità, di rivendicarla attraverso una più profonda forma di fratellanza. Al contempo, tuttavia, non voleva trovarsi da solo con quella cosa che poteva piombare lì da un momento all’altro e che li manteneva in vita per il puro piacere di torturarli, di logorare le loro menti.
Quell’ombra, quel demone che era stato evocato dalla sua dimensione onirica degl’incubi ora bussava alla porta delle loro coscienze, per esigere la propria libbra di carne umana.
Continua…

