Chiuso in un bunker in attesa di morire, la sanità mentale di Oliver inizia a declinare via via che il tempo passa.
Oliver proruppe in una risata isterica, gli occhi che lacrimavano, i denti esposti e la bocca aperta. Istintivamente, Johannes si ritrasse e lui gli disse “vede, signore…”, prima di prorompere un’altra risata violenta “il punto è che…è che non c’è altro modo. È quello che vuole da noi, vero?”. La voce sembrava cava, profonda, baritona e invecchiata di secoli. Dapprima, Johannes non parlò. Poi il ragazzo, con forza incredibile, si scrollò la sua mano di dosso e ripeté “è questo quello che vuole da noi, no?! Vuole la fine, la morte, il sangue e non c’è modo di evitarlo! Non c’è!”.
Lui scosse la testa, “ragazzo…Oliver, no, non è vero. Tu non devi farlo…non devi o ti prenderà!”. Con una velocità impressionante, il soldato lo spinse via e in un attimo scattò verso la porta blindata. Lui cercò di rialzarsi e di corrergli dietro, di fermarlo in qualche modo ma, prima che potesse anche solo alzarsi, sentì il rumore inconfondibile del cane che armava una pistola.
Alzò le mani e, alzando lentamente lo sguardo, vide che Oliver era in piedi davanti a lui, troneggiante nella sua uniforme, i gradi di solato semplice che sembrava risplendere fulgidi sulle sue maniche come le insegne del più grande dei generali. La mano destra impugnava una pistola…la sua pistola, che gli aveva tolto dalla fondina con una rapidità e una precisione quasi sovrannaturali. “adesso…”, bisbigliò il ragazzino, “…adesso ho io il comando, tenente von der Tanner”, la mano sulla manovella d’ingresso del bunker pendeva minacciosa, pronta a scattare in avanti.
Era quella la sua vera arma. Johannes scosse la testa “no, non farlo!”, supplicò, mettendosi in ginocchio “se lo fai…”, “e se non lo faccio?”, chiese il ragazzino, scoppiando in un’altra risata isterica, “che cosa può succedere?”. Lui, sinceramente, non sapeva come rispondere alla domanda. Così non disse nulla, nella speranza di non fare un errore che sarebbe potuto, potenzialmente, essere fatale.
Oliver declamò “cosa vuole fare, tenente, eh? Aspettare fino a domani? Barricarsi qui in attesa che arrivino i rinforzi? Quella cosa ucciderà anche loro e lei lo sa. Quella cosa mi ha parlato, ed è vecchia di secoli, vecchia come la guerra stessa. E mi ha detto che avrà il nostro sangue”.
Lui lo guardò e non disse niente. Sulle labbra il ragazzo aveva il tremore di chi sapeva di andare in contro alla condanna, negli occhi un lampo di puro terrore. “Mi dispiace”, bisbigliò a quel punto e lui gli credette “ma non c’è altro modo per porre fine al dolore, se non lasciarsi guidare tra gli incubi”.
Con queste parole aprì la porta. L’ombra non varcò però la soglia, si limitò a scorrere, filtrare come acqua dalla fessura, condensandosi all’interno in un movimento tanto veloce che, anche a resistere, non sarebbe cambiato niente. Afferrò con le sue grosse mani la testa del povero Oliver e con una brutalità inaudita, la spaccò contro il muro. Una volta. Due volte. Tre volte. Quattro volte. Arrivò fino a sei, con il rumore nauseabondo delle ossa del cranio che scricchiolavano contro la parete. Già dopo la prima Oliver non si muoveva più.
Dopo l’ultima, non era rimasto nulla, al di sopra delle spalle, che facesse presumere che una testa ci fosse mai stata. Johannes, terrorizzato, crollò a terra: a quel punto, lui e l’ombra erano da soli. Un corvo gracchiò un’altra volta.
Continua…

