Eccoci di nuovo qui. Nel frattempo mi sono letto due romanzi di Patricia Cornewell, protagonista Kay Scarpettacapo dell’Istituito Legale della Virginia. Una anatomopatologa. Cercatela…
Per decenni la scena del crimine è stata associata soprattutto a sangue, impronte, bossoli, fibre, armi e tracce biologiche. Oggi, però, accanto agli elementi fisici tradizionali, esiste quasi sempre un’altra scena invisibile: quella digitale.
- Uno smartphone dimenticato su un tavolo
- Uno smartwatch
- Una telecamera privata
- Un navigatore satellitare
- Una chat cancellata
- Una ricerca effettuata online
- Una geolocalizzazione memorizzata automaticamente nel cloud.
La criminalistica contemporanea si sta trasformando profondamente. Sempre più spesso le indagini non si sviluppano soltanto attorno a ciò che viene trovato materialmente sulla scena del crimine, ma anche intorno ai dati che le persone producono continuamente senza quasi rendersene conto.
Ed è qui che nasce una delle rivoluzioni più importanti — e più controverse — della giustizia moderna.
La nuova scena del crimine è anche digitale
Ogni dispositivo elettronico conserva informazioni. Anche quando l’utente pensa di averle eliminate.
Uno smartphone può contenere: cronologie, fotografie, metadati, spostamenti, contatti, cronologie GPS, accessi Wi-Fi, dati biometrici, app di messaggistica, registrazioni, file temporanei e tracce di attività online.
Lo stesso vale per computer, tablet, smartwatch, sistemi domotici e perfino automobili moderne.
Negli ultimi anni la cosiddetta digital forensics è diventata una delle discipline più importanti delle investigazioni criminali. Il National Institute of Standards and Technology (NIST) definisce la digital forensics come il processo di identificazione, acquisizione, preservazione, analisi e presentazione dei dati digitali in modo legalmente valido.
È importante comprendere subito un punto: la prova digitale è estremamente potente, ma anche estremamente fragile.
Lo smartphone racconta molto più di quanto immaginiamo
In molti grandi processi recenti, lo smartphone è diventato quasi una seconda memoria della vita quotidiana. Un dispositivo può ricostruire: movimenti, abitudini, relazioni, orari, percorsi, comunicazioni e perfino stati di attività fisica grazie ai sensori integrati.
Le celle telefoniche possono fornire indicazioni sugli spostamenti. Le applicazioni di navigazione registrano tragitti. I metadati delle fotografie conservano luogo, orario e parametri tecnici dello scatto. Le piattaforme cloud possono sincronizzare automaticamente dati che l’utente credeva cancellati.
Questo non significa che la tecnologia “sappia tutto”. Significa però che la quantità di informazioni disponibili nelle indagini moderne è diventata enorme.
Ed è proprio qui che emergono nuovi problemi.
La prova digitale può essere alterata
Uno dei grandi rischi della digital forensics è la modificabilità del dato. Accendere un computer, aprire un telefono o collegare un hard disk può modificare:
- file temporanei,
- registri di sistema,
- metadata,
- cache,
- cronologie,
- timestamp.
Per questo gli investigatori utilizzano tecniche molto rigorose. Nelle acquisizioni forensi vengono create copie bit-stream dei dispositivi, cioè repliche digitali integrali che consentono di lavorare senza alterare l’originale.
Si usano inoltre funzioni hash crittografiche, come SHA-256 o MD5, per verificare che il contenuto non venga modificato durante l’analisi.
La digital forensics moderna non consiste semplicemente nel “guardare dentro un telefono”. Richiede protocolli estremamente tecnici e documentati.
Celle telefoniche e geolocalizzazione: quanto sono precise davvero?
Uno degli strumenti investigativi più utilizzati negli ultimi anni è l’analisi delle celle telefoniche.
Quando un telefono comunica con la rete, lascia tracce relative alle celle agganciate. Questo può aiutare a ricostruire la presenza in determinate aree, spostamenti compatibili o incompatibili con un alibi, tempi e percorsi.
Ma anche qui bisogna evitare semplificazioni.
La cella telefonica non equivale automaticamente a una posizione esatta. La precisione dipende dalla
densità urbana, dalla conformazione geografica, dalle condizioni della rete, dal traffico telefonico e dal tipo di tecnologia utilizzata.
Un telefono collegato a una certa cella può trovarsi vicino, lontano o persino in movimento.
Per questo gli esperti più rigorosi parlano quasi sempre di compatibilità geografica e non di localizzazione assoluta.
Le telecamere hanno cambiato le indagini
Negli ultimi vent’anni la diffusione di sistemi di videosorveglianza pubblici e privati ha modificato profondamente il lavoro investigativo.
Oggi esistono telecamere urbane, dashcam ( io in macchina l’ho installata) , videocitofoni smart, sistemi condominiali, telecamere aziendali, dispositivi domestici e registrazioni commerciali.
Molti casi vengono ricostruiti proprio attraverso orari di passaggio, movimenti di veicoli, immagini sincronizzate, tracciamento di percorsi e comparazioni temporali.
Ma anche qui esistono problemi enormi: qualità delle immagini, sincronizzazione degli orari, compressione video, angoli ciechi, alterazioni digitali e interpretazioni soggettive.
Una immagine non sempre “parla da sola”.
Intelligenza artificiale e nuove frontiere investigative
La tecnologia investigativa sta entrando in una nuova fase. Oggi iniziano a comparire:
software predittivi, riconoscimento facciale, analisi automatizzate di immagini, sistemi di comparazione biometrica e strumenti basati su intelligenza artificiale.
L’AI può aiutare nell’analisi di grandi quantità di dati, nel riconoscimento di pattern, nella selezione di immagini o nella ricostruzione di reti relazionali.
Ma proprio qui si apre uno dei dibattiti più delicati del nostro tempo. Perché gli algoritmi non sono neutrali per definizione. Dipendono:
- dai dati con cui vengono addestrati,
- dai criteri di progettazione,
- dagli errori statistici,
- dai margini di falsi positivi.
Negli Stati Uniti e in Europa il tema dell’uso investigativo dell’intelligenza artificiale è già oggetto di fortissime discussioni giuridiche ed etiche.
Il rischio è trasformare la tecnologia da strumento investigativo a scorciatoia decisionale.
I grandi casi italiani e il peso dei dati digitali
Anche la cronaca italiana ha mostrato quanto la tecnologia sia diventata centrale nelle indagini moderne.
Nell’ Omicidio di Yara Gambirasio, le analisi investigative coinvolsero anche dati telefonici e movimenti territoriali.
Nel Delitto di Meredith Kercher, computer, telefoni e attività digitali entrarono nel dibattito investigativo e processuale.
Nel Delitto di Garlasco, come in molti altri casi contemporanei, il peso delle verifiche tecnologiche si è progressivamente intrecciato con quello delle prove scientifiche tradizionali.
Questo intreccio tra fisico e digitale rappresenta ormai la nuova normalità delle indagini.
Il problema della privacy
Ogni progresso investigativo apre inevitabilmente nuove domande.
Quanta tecnologia può usare lo Stato? Quanto possono essere invasivi i controlli? Dove finisce la sicurezza e dove comincia la sorveglianza?
La digital forensics lavora infatti su dati profondamente personali, relazioni, abitudini, salute, movimenti, preferenze, comunicazioni private.
Per questo il rapporto tra tecnologia investigativa e diritti fondamentali è destinato a diventare uno dei grandi temi giuridici dei prossimi anni.
La sfida sarà trovare un equilibrio tra efficacia investigativa, tutela della privacy, garanzie processuali, controllo democratico.
Ed è una sfida tutt’altro che semplice.
La tecnologia non elimina il rischio di errore
Esiste una convinzione molto diffusa in base alla quale più aumenta la tecnologia, più diminuisce l’errore umano. In realtà il problema cambia forma.
Gli errori possono nascere da interpretazioni scorrette, dati incompleti, algoritmi opachi, sincronizzazioni errate, cattiva conservazione delle prove digitali o eccessiva fiducia nei sistemi automatici.
La tecnologia produce strumenti potentissimi. Ma non elimina la necessità di
metodo, controllo, verifica e prudenza.
Anzi, in molti casi la rende ancora più necessaria.
La mia conclusione
La scena del crimine del XXI secolo non è fatta soltanto di sangue, impronte e reperti fisici. È fatta anche di dati.
Ogni dispositivo elettronico può diventare una fonte investigativa straordinaria. Qualsiasi movimento digitale può lasciare tracce. Ogni telefono può trasformarsi in un archivio involontario della vita quotidiana.
Ma proprio questa enorme potenza tecnologica impone una responsabilità ancora maggiore. Perché la vera sfida delle indagini moderne non è soltanto raccogliere più dati.
È capire quali siano davvero affidabili, come interpretarli, e fino a che punto siamo disposti a sacrificare privacy e libertà in nome della sicurezza.
Un bel problema cari lettori
Giulio Valerio Santini
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Fonti e riferimenti
- NIST – Computer Forensics Tool Testing Program
- ENFSI – Guidelines on Digital Forensics
- ISO/IEC 27037 – Guidelines for identification, collection and preservation of digital evidence
- Europol – Digital Forensics Reports and Cybercrime Analysis
- Manuali universitari di digital forensics e informatica giuridica
- Letteratura scientifica internazionale su AI e forensic technologies
- NIST Computer Forensics Tool Testing Program
- ENFSI Digital Imaging and Multimedia Guidelines
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